Cristo è risorto! Alleluia, Alleluia

Questa notte abbiamo ascoltato le parole degli angeli che dicevano: «Perché cercate tra i morti Colui che vive? Non è qui è risorto».Ecco l’annuncio che le pie donne, le fedelissime del Signore, accolgono vigilando e la loro fedeltà è premiata, sono le prime a sapere che il Signore è risorto da morte.

Sono arrivate al sepolcro con il cuore colmo di tenerezza e con le mani piene di aromi, unguenti che non servono più. Sono venute a portare qualcosa a loro Signore e invece ricevono qualcosa dal loro Signore l’annuncio della risurrezione.

Surrexit Christus!, Cristo è risorto! Ecco il grido della Pasqua; dovettero tornare indietro nella loro comunità dove erano riuniti gli apostoli per annunciare che Cristo era risorto, tornare indietro con i loro cuore esultante, con l’animo stupefatto dalla dolcezza e dalla commozione. Anche noi, questa notte, siamo qui per essere partecipi dello stesso dono, per sentirci dire dagli angeli «Chi cercate?» Per sentirci confermati nella fede della risurrezione.

Abbiamo ascoltato diversi brani della storia della salvezza, una storia di amore tra Dio e l’uomo, una storia fatta di alleanze, di annunci profetici. Ma al centro di questa storia c‘è un evento decisivo, anzi tutto gravita attorno a questo fatto decisivo: Cristo è vivo. Siamo chiamati nuovamente a chiederci se crediamo alla risurrezione e se crediamo che questo uomo giusto ucciso sia risorto e che chiama anche noi a essere partecipi di questa verità. È bello, proprio in questa circostanza ricordarci dell’ultima Esortazione Apostolica postsinodale del papa Francesco, che grida con forza ai giovani: Cristo vive!

Occorre rammentare spesso questa verità – afferma il papa –  «perché corriamo il rischio di prendere Gesù Cristo solo come un buon esempio del passato», in tal caso «questo non ci servirebbe a nulla, ci lascerebbe uguali a prima, non ci libererebbe. Colui che ci colma della sua grazia, Colui che ci libera, Colui che ci trasforma, Colui che ci guarisce e ci conforta è qualcuno che vive» (CV 124). Proprio perché egli vive davvero potrà essere presente nella nostra vita, in ogni momento, per riempirlo di luce. Così non ci saranno mai più solitudine e abbandono. Anche se tutti se ne andassero, Egli sarà lì, come ha promesso: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). (cfr. CV 125).

Contempliamo, come ci invita il nostro pontefice a contemplare Gesù felice, traboccante di gioia. A gioire con il nostro Amico che ha trionfato. «Hanno ucciso il santo, il giusto, l’innocente, ma Egli ha vinto. Il male non ha l’ultima parola. Nemmeno nella nostra vita il male avrà l’ultima parola, perché il nostro Amico che ci ama vuole trionfare in noi. Il nostro Salvatore vive (cfr. CV 126).

Lasciamoci affascinare dalla bellezza di questo annuncio e a lasciarci incontrare dal Signore; se ci lasciamo amare e salvare da Lui; se entriamo in amicizia con Lui e cominciamo a conversare con Cristo vivo sulle cose concrete della nostra vita, questa sarà la grande esperienza, sarà l’esperienza fondamentale che sosterrà la nostra vita cristiana. Incontriamo Cristo, conosciamolo e innamoriamoci dell’Autore della Vita. Cristo è risorto! È davvero Risorto! Alleluia Alleluia!

Noli mi tangere, Beato Angelico, Convento san Marco Firenze

Riposa nella speranza

Il sabato Santo è il giorno del grande silenzio; è come un giorno che sorge senza luce, poiché su di esso si distendono, ancora, come una fitta coltre, le tenebre del Venerdì Santo. Qualcosa di enorme e tremendo è accaduto: la morte violenta del Giusto. Sbigottita, la terra tace.

Ai concitati avvenimenti del Venerdì fa seguito una profonda quiete. Infatti, nella giornata di ieri, fino verso il tramonto, si udiva ancora la sua voce, il suo lamento, la sua preghiera. Oggi egli tace; tacciono anche le grida dei crocifissori e della folla. Con lui che giace nel sepolcro sembra che tutto sia piombato nel silenzio e nel buio. É però un silenzio di sospensione; è un’oscurità di attesa vigilante. Tutta l’attenzione è infatti rivolta a colui che deve tornare dai morti.

Il Sabato Santo è dunque anche il giorno del riposo del Giusto, il primo del «sacro silenzio» con cui si suole circondare l’impenetrabile mistero della morte e che, in realtà, è un «parlare con il cuore», uno scendere nelle profondità dell’essere per ascoltare la parola di speranza che Dio stesso suggerisce al cuore.

Il senso vuoto che si prova entrando, il Sabato Santo, nelle chiese spoglie e mute fa sperimentare all’anima l’assenza del suo Signore e la muove alla ricerca di lui, come la sposa del Cantico dei Cantici. Scopre così che egli le è indispensabile; impara, nella privazione, ad apprezzarne e a desiderarne la presenza; sente crescere in sé l’amore per lui – comincia a intuirlo – l’ha amata di un amore più forte della morte.

È così che la Chiesa tutta intera si raccoglie oggi presso il sepolcro dello Sposo per ascoltarne il silenzio, come prima ne aveva ascoltato i gemiti e le ultime parole, e per attendere con speranza il suo risveglio, anzi, per sollecitarlo con gli insistenti richiami della preghiera.

L’unica liturgia che oggi la Chiesa celebra è quella delle Ore; lo fa con un tono pacato, quasi sommesso, nascosta nel silenzio dei cori e nella penombra delle chiese. Una liturgia che sembra quasi prenderci per mano e farci scendere, insieme con il Cristo, negli inferi, il regno della morte, per farci poi risalire con lui nel pieno fulgore del regno della vita.

La Chiesa in questo giorno nell’Ufficio delle letture ci propone nella seconda lettura un’ antica, suggestiva, omelia del Sabato Santo e la descrive con drammatica ed esaltante vivacità di immagini e di sentimenti.

Eccone alcuni passi: «Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi».

Quindi prosegue descrivendo Cristo che, buon Pastore, entra negli inferi con il suo glorioso vincastro – il legno della croce – e va a cercare il primo uomo, Adamo, pecorella smarrita. «Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: “Sia con tutti il mio Signore”. E Cristo rispondendo disse ad Adamo: “E con il tuo spirito”.

Avviene allora una specie di liturgia battesimale che sfocia in una liturgia eucaristica. Cristo prende per mano Adamo e gli dice: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà». Sono le parole di un inno battesimale in uso nella Chiesa primitiva (cfr. Ef 5,14). Il battesimo era appunto definito sacramento dell’illuminazione.

Ora Gesù rievoca tutte le tappe della sua missione e ne svela il fine: «Io sono il tuo Dio che per te sono diventato tuo figlio». È il mistero dell’Incarnazione. «Per te e per questi che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che sono in carcere: Uscite!». È la nuova rinascita, la risurrezione. Ora parlo; ora dico, pronunzio la Parola, creo di nuovo.

«A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti». Come un padre si compiace nel guardare il suo figlio che gli assomiglia, così Gesù si compiace di guardare Adamo riscattato, e, quasi prorompendo in un’effusione di gioia per l’opera sua dice: «Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo». 

Per te, per te… È tutta una dichiarazione di amore. Per te, uomo, ho condiviso la debolezza umana… Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, io sono stato tradito in un giardino… E così Gesù racconta al primo Adamo tutta la sua Passione per dimostrargli il suo amore, culminando, in modo sorprendente, in una vera e propria liturgia eucaristica: «Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono… Il Trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata… In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli» (cfr. Seconda lettura dell’Ufficio delle letture, in, Ufficio delle Ore. Secondo il Rito romano, II, Città del Vaticano 1975, 446-448).

È una festa di nozze. Ormai, dice il Signore all’umanità, tu sei in me e io in te! Siamo per sempre!

La discesa agli inferi, Dal polittico di Serafino dei Serafini (Cattedrale di Piacenza, sec. XIV) 

Mettiamoci davanti al Crocifisso

Nella celebrazione liturgica del Venerdì Santo dichiariamo di credere che Gesù è vivo e che è la nostra Vita. bisogna però che la nostra vita sia coerente coi nostri gesti. Dio non ci ha amato per gioco. pensiamo che cosa significhi l’amore di Dio: è l’abbandono del Figlio Unigenito al martirio. e, nella carne di questo Figlio Unigenito crocifisso, siamo chiamati a riamare Dio, anche noi e non solo per gioco.

L’amore di Dio! Siamo abituati a pronunziare questa parola senza tremare e ci capita anche di parlare di amore di Dio come se fosse un semplice modo di dire, come se la realtà dell’amore fosse un’altra. non è così. I segni e i misteri che celebriamo in questi giorni ci dicono che l’amore di Dio è un’immensa, infinita realtà. Una realtà che diventa storia dell’uomo, che invade e permea e sostanzia la vita di ogni uomo. ogni uomo è amato da Dio nell’olocausto di Cristo; ogni uomo è salvato da Dio nel martirio di Gesù.

Bisogna che ci pensiamo. Abbiamo bisogno di rinnovare la nostra anima in questo amore perché la nostra fede trasformi profondamente la nostra esistenza e non resti soltanto un discorso convenzionale. Dopo aver capito che cosa sia l’amore di Dio, dovremmo aver paura a pronunziare questa parola quando Dio ne sia lontano e quando Dio ne sia estraneo. E dovremmo pensare che nella nostra vita, fatta per essere una vita di amore, c’è bisogno di Dio e del suo Figlio Gesù perché questo amore non sia soltanto l’esperienza di un’ora, ma il Viatico di una vita eterna. É questo che celebriamo oggi.

Mentre abbiamo il cuore l’avvenimento della passione e della morte del Signore, oltre che l’amore di Dio, dobbiamo pensare anche all’odio degli uomini. Questo ucciso e abbandonato è stato ucciso dall’odio, dall’odio di ogni uomo, anche dal nostro. È stato ucciso dai nostri cuori inariditi, è stato ucciso dai cuori egoisti, è stato ucciso dai cuori che mettono il loro tornaconto prima di ogni altra realtà. Sappiamo che parlare di comunione tra gli uomini, di umana solidarietà, di umana comprensione, di umana giustizia, qualche volta anche di umana carità. Ci riempiamo la bocca di queste parole, ma forse restano parole perché non sono accompagnate dall’amore di Dio. Non c’è nessun sistema di impegno umano, non c’è nessun sistema del convivere sociale che renda il cuore dell’uomo incapace di odio. se non impariamo dall’amore di Dio, a poco a poco riemergerà sempre dal fondo abissale del nostro spirito e della nostra natura una qualità maligna, un egoismo che ci farà dimenticare gli altri e, poco per volta, ce li farà sfruttare.

Oggi siamo qui. L’amore di Cristo ci ha raccolti intorno alla Croce. Se nel nostro cuore c’è qualche palpito che non è l’amore, deponiamo nel cuore di Gesù; se nella nostra vita c’è qualche aspirazione che non è carità, deponiamola nel cuore di Cristo e sia il suo amore a purificare i nostri cuori, a renderli generosi e a renderli veri. Veri, soprattutto; affinché quando parliamo di comunione, quando parliamo di umanità, siamo dei cristiani che trasmettono ciò che hanno ricevuto da Cristo e che rendono fecondo ciò che il suo Sangue ha loro donato.

Il Sangue di Cristo è in noi per l’amore di Dio. quest’amore ci aiuta a capire Dio e a volerci bene, a capire noi stessi e a capire i nostri fratelli e a capire che tutto il mistero della vita dell’uomo è una partecipazione continua dell’amore di Dio e un pellegrinare verso questo amore. Giorno per giorno, attraverso le multiformi esperienze della vita, che possono anche sembrare talvolta intrise di odio ma che devono invece essere sempre esperienze di carità.

Davanti al Crocifisso è facile perdonare, è facile volersi bene, è facile soprattutto dare a questo sentimento della bontà un clima di autenticità, di verità che vada oltre alla commozione di un momento e oltre l’interesse di un’ora e diventi un po’ il segno di tutta la vita. offriamo a Cristo la gratitudine per averci amato e insieme il desiderio che il suo amore porti dentro di noi l’amore vero.

É l’unico modo per essere veramente riconoscenti. Cristo lo gradisce, lo accoglie e nel suo Sangue lo rende fecondo.

Particolare dell’Albero delle sette parole

«Anche voi dovete farlo agli altri»

Ecco la sera con cui iniziano i tre giorni più importanti dell’anno. Oggi la chiesa sparsa nel mondo si ferma, si inchina per lavare i piedi, si inginocchia per adorare l’eucaristia. Questa sera sono rimasto molto colpito dall’ultimo versetto del vangelo che è stato proclamato: «Se io che sono il Maestro e il Signore, ho lavato i piedi, anche voi dovete farlo agli altri».

É un dovere, è un’etica. L’etica cristiana è una cosa che nasce non da un principio teorico, ma da un’esperienza precisa, dal fatto che il Signore mi ha lavato i piedi, mi ha amato e ha dato se stesso per me. Il Signor Gesù si è fatto mio servo e attraverso questo ho conosciuto il suo amore, la sua umiltà, la sua gloria e ho capito qual è il significato del mondo; allora voglio diventare come Lui, questa è l’etica di ogni discepolo: essere santi come Lui è santo.

E questo è ormai il comando nuovo di amarci come Lui ci ha amato. Questo lavarci i piedi gli uni agli altri è il fondamento della comunità cristiana, è quello che diciamo Eucaristia. Le parole di Gesù: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» corrispondono alle stesse parole che ogni giorno diciamo nella Celebrazione eucaristica «fate questo in memoria di me».

L’evangelista Luca al capitolo 22 ci ricorda che durante l’ultima cena i suoi discutevano chi di loro poteva essere considerato grande, e Gesù disse loro: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve» (Lc 22,25). Ecco un esempio di “cattivi pastori” sono coloro che esercitano un potere sul popolo di Dio, o più semplicemente coloro che si mettono al servizio della comunità solo per essere ammirati; Gesù di loro affermano che hanno già ricevuto la loro ricompensa (cfr. Mt 6,1-25).

Gesù ci invita a diventare «come il più piccolo», «come colui che serve». Comprendiamo queste parole dall’Esortazione Apostolica Postsinodale di papa Francesco, Christus vivit: «La Parola di Dio ci chiede “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova” (1 Cor 5,7). Al tempo stesso, ci invita a spogliarci dell’uomo “vecchio” per rivestirci dell’uomo “nuovo” (cfr. Col 3,9.10). E quando spiega cosa significa rivestirsi di quella giovinezza “che si rinnova” (v. 10), dice che vuol dire avere “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro” (Col 3,12-13). Ciò significa che la vera giovinezza consiste nell’avere un cuore capace di amare. Viceversa, ad invecchiare l’anima è tutto ciò che ci separa dagli altri. Ecco perché conclude: “Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto” (Col 3,14)» (CV 13).

É proprio fare, in memoria del Signore, ciò che Lui ha fatto. Questo vuol dire “mangiare il suo pane”: il pane è Lui e si vive di ciò che si mangia; vivere di Lui, vivere del suo stesso amore, vivere dell’amore del Padre e dei fratelli. Questo vuol dire “celebrare l’Eucaristia”. Questa è tutta l’etica cristiana, come dicevamo, ed è quell’etica che fa il mondo nuovo, l’umanità libera dai falsi modelli, l’umanità che è a immagine di Dio. Ed è facendo così che noi entriamo a far parte della vita di Dio e siamo nella Trinità, diventiamo fratelli degli altri, diventiamo figli, conosciamo il Padre.

La nostra cappellina addobbata per l’adorazione eucaristica

Signore Gesù, come nell’Ultima Cena con i tuoi, tu sei in mezzo a noi come colui che serve. Tu ci onori del tuo servizio. Tu l’Altissimo, umile ai nostri piedi, ce li lavi, ce li baci, ce li profumi d’amore, ce li calzi di mansuetudine e di pace, per farci camminare dietro a te fino alla Casa del Padre. E la strada del ritorno passa per l’Orto degli Ulivi, sale su monte della Croce, scende nella grotta del sepolcro, sbocca nel Giardino rifiorito. Signore Gesù, pur essendo molto lenti a capire, vorremmo saperti imitare e farci con te servi di tutti, per rendere visibile nei nostri gesti la tua immensa carità divina ed essere un giorno introdotti alla cena della Pasqua eterna dove ancora tu stesso, secondo la tua promessa, passerai a servirci, saziandoci di gioia con la luce radiosa del tuo Volto. Amen

Corriamo in fretta verso la passione per stendere in umile prostrazione le nostre persone davanti al Signore che viene

Pietro Lorenzetti, Basilica inferiore San Francesco d’Assisi

Il racconto di Luca presenta l’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme prima della passione che segna la fine del suo ministero e il compimento delle più importanti profezie. Tutti e quattro Evangelisti, riportano il racconto dell’ingresso messianico. L’evangelista ci narra di una “ascesa” innanzitutto nel senso geografico in quanto l’altezza media di Gerusalemme è di 760 metri sopra il livello del mare mentre Gesù viene in questo momento da Gerico che si trova sotto il livello del mare, dove ha ridato la vista a Bartimeo (Mt 20,29; Mc 10,46; Lc 18,35) e ha convertito il ricco Zaccheo (Lc 19,1), realizzando, in favore di entrambi, il suo ministero di Buon Pastore (cfr. Gv 10,11-18). Ora il buon Pastore sale a Gerusalemme con “la pecorella sulle spalle”, preludio di un’altra salita.

Il testo afferma che «Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi». Betfage e Betania sono due villaggi che permettono a Luca di rileggere l’ingresso di Gesù basandosi sulle antiche profezie che alimentavano le attese messianiche: «In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente» (Zc 14,4). Dal confronto con gli altri sinottici appare che l’ingresso a Gerusalemme è avvenuto nel primo giorno della settimana (domenica). Gesù manda avanti due discepoli ai quali dice che avrebbero trovato un asino legato, un puledro, sul quale nessuno era mai salito. Devono scioglierlo e portaglielo; ad un’eventuale domanda circa la loro legittimazione devono rispondere: «Il Signore ne ha di bisogno» (Lc 19,31).

Al lettore di oggi questo dato può sembrare trascurabile, ma per i giudei contemporanei di Gesù è gravido di riferimenti misteriosi, infatti, Gesù rivendica il diritto regale della requisizione di mezzi di trasporto; anche il riferimento al puledro, sul quale nessuno è mai salito, rimanda a un diritto regale. C’è, però un’allusione ancora più importante alla quale solo Matteo e Giovanni sono così espliciti nel far riferimento a Zc 9,9-10: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra». Questo testo allude al fatto che il Messia è un re della pace, della semplicità, un re che spezza gli archi da guerra. Così Gesù rivendica, di fatto un diritto regale; vuole che si comprenda il suo cammino e il suo agire in base alle promesse dell’Antico Testamento, che in lui divengono realtà.

Sull’asinello che viene condotto a Gesù i discepoli gettano i loro mantelli, chiara allusione al Primo libro dei Re nel quale Salomone viene elevato sul trono di Davide suo padre salendo sulla mula regale [«fate montare Salomone, mio figlio, sulla mia mula e fatelo scendere a Ghicon! Ivi il sacerdote con il profeta lo ungano Re» (1,33)]. I pellegrini descritti dal Vangelo si lasciano contagiare dall’entusiasmo dei discepoli; stendono i loro mantelli sulla strada sulla quale egli avanza. Tagliano rami degli alberi e gridano le parole del salmo 118: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, quello del discendente del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli». L’acclamazione “osanna” significa: “vieni in nostro soccorso” o “aiutaci” ma già al tempo di Gesù si era trasformata sempre più in un’acclamazione di giubilo.

Fu proprio Gerusalemme al tempo della nascita di Gesù che vide arrivare i Magi dal lontano Oriente e cercare il Re dei Giudei per offrirgli i loro doni; oggi è la stessa Gerusalemme che si muove al suo incontro. Questi due fatti sono in rapporto ad un unico fine: riconoscere la regalità di Gesù Cristo: il primo da parte dei pagani, il secondo da parte dei Giudei. Mancava che il Figlio di Dio, prima di soffrire la Passione, ricevesse l’uno e l’altro omaggio insieme: e l’iscrizione che presto Pilato farà collocare sul capo del Redentore, Gesù Nazareno, Re dei Giudei, esprimerà quello che era il carattere indispensabile del Messia.

Per questo il Vescovo Andrea di Creta nel tentativo di indicare ai cristiani del suo tempo la necessità di essere discepoli alla sequela di Cristo e folla festante che accoglie al suo arrivo nella città santa, li esorta a correre  «insieme a colui che si affretta verso la passione» in modo che possano così imitare «coloro che gli andarono incontro… per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le loro persone».

Particolare, Il Cristo che alimenta santa Teresa, Monastero san José, Toledo

Sappiamo da san Matteo che il Signore andò a chiudere la giornata a Betania. Le anime che meditarono la vita del Signore si sono soffermate su questa considerazione: Gesù onorato la mattina con solenne trionfo, alla sera è ridotto a cercarsi il nutrimento e il riposo fuori della città che lo aveva accolto con tanti applausi. Nei nostri monasteri Carmelitani esiste una consuetudine che si propone d’offrire a Gesù una riparazione, per l’abbandono in cui fu lasciato dagli abitanti di Gerusalemme. Si presenta una tavola in mezzo al refettorio e vi si serve un pasto; dopo che la comunità ha finito di cenare, quel pasto offerto al Salvatore del mondo, viene distribuito ai poveri, che sono le sue membra. Questa tradizione prende vita dal racconto che Teresa di Gesù ci ha lasciato in una testimonianza di un suo favore spirituale.

Ne riportiamo il testo:

«Incarnazione di Avila (30 Marzo 1572). La domenica delle Palme, appena fatta la comunione, mi trovai in così grande sospensione da non poter neppure inghiottire la Sacra Ostia. Tornata alquanto in me stessa, e avendola ancora in bocca, mi parve che la bocca mi si riempisse di sangue, e che di sangue mi sentissi bagnato il volto e tutta la persona: un sangue caldo, come se nostro Signore l’avesse versato allora allora. Mentre ne assaporavo la straordinaria dolcezza, il Signore mi disse: “Figliola, voglio che il mio sangue ti giovi. Non temere che la mia misericordia ti manchi. Io l’ho versato tra acerbissimi dolori, e tu lo godi fra inenarrabili delizie. Vedi dunque che ti pago bene il banchetto che oggi mi prepari”.

Disse così perché da più di trent’anni, il giorno delle Palme, quando potevo, mi accostavo alla comunione cercando di prepararmi l’anima in modo da offrire ospitalità al Signore, parendomi che gli ebrei fossero stati ben cattivi, quando, dopo averlo accolto con tanto trionfo, lasciarono che andasse a mangiare lontano. Facevo conto di trattenerlo con me, benché non gli apprestassi che un alloggio assai misero, come ora mi accorgo, e mi abbandonavo ad alcune ingenue considerazioni che il Signore doveva gradire.

Questa è una delle visioni che io ritengo più sicure, dalla quale ebbi molto vantaggio per la santa comunione. Prima di questa grazia ero stata – credo per tre giorni – immersa in quella gran pena a cui vado soggetta più o meno fortemente per la lontananza di Dio. Ma in quei giorni la pena era così viva che mi pareva di non poterla più oltre sopportare. Dopo aver molto sofferto, mi accorsi che si era fatto tardi per la cena. Del resto, non ne avevo neppur voglia. Per i miei vomiti mi è di grande incomodo non poter cenare un po’ prima. Tuttavia, facendomi molta forza, mi posi il pane davanti per incoraggiarmi a mangiarlo. Immediatamente mi si presentò il Signore, il quale, spezzato il pane – così almeno mi parve – me lo pose in bocca dicendomi: “Mangia, figliuola, e rassegnati meglio che puoi! Mi dispiace vederti soffrire, ma per ora ti conviene così”.

Mi disparve ogni pena, rimanendone molto consolata, per sembrarmi che il Signore stesse veramente con me. Quest’impressione mi durò tutto il giorno seguente, per cui i miei desideri rimasero, per allora, appagati. Notai quel suo mi dispiace, perché mi pare che non debba sentire alcuna pena» (R 26).

Trigesimo di padre Teresio

In occasione del trigesimo di padre Teresio che verrà celebrato oggi presso il nostro Convento alle ore 19.00, pubblichiamo l’omelia tenuta dal nostro vescovo emerito mons. Giuseppe Costanzo che ha presieduto la celebrazione delle esequie il giorno 11 marzo.

           «P. Teresio ci ha lasciato. Ha lasciato la terra d’esilio per raggiungere la casa del Padre. Si è congedato dal Carmelo terreno, per incontrare la Madre del Monte Carmelo. Ha cessato di soffrire, ma sapeva con lucida certezza di fede, che “le sofferenze del momento presente sono un nulla in confronto alla gloria futura” che attendeva. Ha abbandonato lo stato attuale di prigionia ed è rientrato in patria. Davvero per il cristiano “morire è un guadagno” (Fil.1,21), esulare dal corpo è abitare presso il Signore (2 Cor. 5,6-8).

P. Teresio era un uomo gioviale, accogliente, dotato di grande sensibilità artistica, innamorato della spiritualità carmelitana. Aveva vivo il senso dell’amicizia, della vita fraterna, della comunione ecclesiale. Teneva la scuola di orazione teresiana. Divulgava la conoscenza dei Santi del Carmelo.

Profondamente radicato nella sua vocazione ha il senso della fede – che – come Iundel  l’ha definito, è “una scelta sempre più libera di un amore sempre più forte” . La malattia lo ha purificato; la morte ce lo ha strappato; ma – come canta la liturgia – “ai tuoi fratelli la vita non è tolta ma trasformata”. La morte resta ridimensionata nella sua tragicità; diventa un fatto di secondaria importanza, giacché Cristo è risorto, e quindi ha vinto la morte, ha annientato lo strapotere del peccato, ha dato vita ad una nuova umanità, profondamente animata dallo Spirito e mandata nel mondo per dire ad ogni uomo: Dio ti ama. Per te ha sacrificato suo Figlio. Per te lo ha risuscitato.

Radicato nella sua vocazione, egli ha il senso della fede – che – come Iundel  l’ha definito, è “una scelta sempre più libera di un amore sempre più forte” . La malattia lo ha purificato; la morte ce lo ha strappato; ma – come canta la liturgia – “ai tuoi fratelli la vita non è tolta ma trasformata”. La morte resta ridimensionata nella sua tragicità; diventa un fatto di secondaria importanza, giacché Cristo è risorto, e quindi ha vinto la morte, ha annientato lo strapotere del peccato, ha dato vita ad una nuova umanità, profondamente animata dallo Spirito e mandata nel mondo per dire ad ogni uomo: Dio ti ama. Per te ha sacrificato suo Figlio. Per te lo ha risuscitato.

Il cristiano sa che la morte non è la fine, ma un nuovo inizio, una nuova nascita, l’ultima nascita, quella definitiva: con la morte io non precipito nel vuoto, non sprofondo nell’abisso del nulla, ma incontro qualcuno che amo e che mi ha amato per primo: incontro Dio. Morendo entro per sempre nella vita di Dio, in Dio. Finalmente potrò amare come Dio ama. E soprattutto potrò vedere Dio “faccia a faccia”. “Lo vedremo così come Egli è”  “ Saremo per sempre con Lui”. La nostra sete di Lui sarà saziata.

Quel volto che ho cercato per tutta la vita, ora posso vederlo: per tutta la vita ho invocato: “ Il tuo volto, Signore, io cerco, non  nascondermi il tuo volto”.Ora posso parlare con Lui a tu per tu, in una gioia, in una festa che non avrà fine: “Gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”.Gesù, Colui che ha vinto la morte, mi dice: “ Io sono la risurrezione e la vita”. Io sono la risurrezione, perché sono la vita. Non dice: “Io faccio risorgere”, ma “ io sono la risurrezione”.

La vita ora sarà eterna. Finalmente degna dell’uomo. Una vita all’altezza di perennità, di pienezza, di gioia senza confini e senza ombre. Quella vita che in noi urge dal profondo e che Gesù ci dà: “ Io vivo e voi vivrete”».

† Giuseppe Costanzo

Il Padre della Tenerezza

Nell’iconografia classica non esistono icone con la sola figura di S.Giuseppe. La figura del Padre Davidico, nelle antiche icone, era inserita solo all’interno delle raffigurazioni dei brani evangelici in cui era presente: la Natività, la Fuga in Egitto e la Presentazione al tempio.

L’iconografa nello scrivere l’icona di san Giuseppe venerata nel nostro convento si è ispirata alla Madonna della Tenerezza, che compare in sporadiche rappresentazioni tra X e XI secolo e conosce una diffusione capillare nella prima parte del XII.

Il volto di san Giuseppe è di un’indicibile bellezza spirituale, trasfigurato da un chiaro scuro morbido e dai pochi colpi di luce. Il Santo preme la gota del bambino contro la sua, mentre Gesù accarezza il volto del padre, in un gesto tanto lieve quanto espressivo, naturale ed intimo. Il volto è una delle parti del corpo umano più delicate e allo stesso tempo esposte, il gesto di poggiare una guancia sull’altra abbatte ogni barriera difensiva in un atto che esprime infinito amore.

Nell’aureola l’Emmanuele porta scritto” Io sono colui che è”. Il manto rosso-arancione è segno dell’Amore Divino che è venuto a manifestare per mezzo della croce. É seduto sul braccio di Giuseppe come sopra un trono, sorretto come dono prezioso.

Ricordiamo come questa icona rappresenta anche il programma del pontificato di papa Francesco il quale desidera «guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli… Solo chi serve con amore sa custodire!». Durante l’omelia all’inizio del ministero petrino il Papa ha citato per sei volte la parola tenerezza. Custodire e prendersi cura. La tenerezza, ha concluso, «non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro».

“Che cosa si farà in paradiso, si amerà, si adorerà. Prendimi subito o mio Dio!”

Salvatore Iudice, figlio di Giovanni e Maria Guastella, nasce a Ragusa (RG) il 15 giugno 1935.

Ha otto fratelli ed è un bambino discolo: lo immaginiamo correre con la sua carrozzella lungo la discesa di Corso Italia.

A circa otto-nove anni, da un amico di gioco, Carmelo Migliorisi, è invitato ad andare in chiesa; da quel momento Salvatore inizia a servire Messa come chierichetto ed un giorno manifesta alla mamma di sentire nel suo cuore la vocazione.

Lei, donna Marruzzedda, come veniva chiamata dalle comari, dal giorno in cui il figlio le confida il desiderio di rispondere alla vocazione, si reca ogni giorno presso l’edicoletta votiva della Madonna delle Grazie non tenendo conto né del freddo né del caldo, né della pioggia né del sole per affidarle il figlio Salvatore affinché lo custodisca sempre in quella vocazione che ha sentito.

È lei stessa ad accompagnarlo dai Padri Carmelitani che lo prendono con loro.

Il 1° febbraio, dopo aver partecipato alla S. Messa nella sua parrocchia, il parroco don Tumino saluta il piccolo Salvatore che come Samuele ha sentito la voce del Maestro che lo invita a seguirlo.

Il giorno seguente alle cinque del mattino partecipa alla messa che viene celebrata al Carmine e insieme ad un padre carmelitano si dirige verso il Collegio degli aspiranti alla vita carmelitana a Carlentini. Ha solo 10 anni.

In seguito è trasferito ad Adro (BS) dove frequenta le classi ginnasiali con esito sufficiente. Entra al noviziato di S. Pietro in Oliveto a Brescia vestendo l’abito del Carmelo e prendendo il nome di Fra Teresio dell’Immacolata.

Fra Teresio ama la musica e, da autodidatta, impara a suonare l’organo così da poter eseguire brani di musica per le celebrazioni e le altre cerimonie religiose.

Emette la Professione dei voti “ad triennium” a Mantova il 21 luglio 1953 e la professione solenne a Brescia il 22 luglio del 1956. Riceve la Tonsura nella Basilica di San Marco a Venezia il 6 aprile 1957; nel capoluogo veneto riceve i quattro Ordini minori: Ostiariato e Lettorato nella Cappella della B. V. Maria Immacolata del seminario, l’Esorcistato e l’Accolitato nella Basilica Maria Salutis il 20 ottobre 1957 dal card. Giuseppe Roncalli. Il Suddiaconato gli viene conferito nella chiesa Santa Maria di Nazaret il 16 marzo 1958. È ordinato diacono il 14 marzo 1959 e sacerdote il 18 marzo 1961 nella Basilica di San Marco a Venezia dal Patriarca card. Giovanni Urbani.

Il giorno della sua ordinazione, nel trascrivere la sua preghiera ante missa, affida a San Giuseppe la custodia della sua purezza.

Termina l’anno pastorale a Treviso da dove riparte per ritornare nella sua Sicilia e dimorare nel Convento di Carlentini, conventualità che gli viene data dal padre provinciale p. Silvio per poter stare vicino al fratello infermo.

Padre Teresio cresce massiccio, alto, voglioso di operare, spiccio nel parlare. Il suo carattere estroverso rivela il suo cuore ricco di umana tenerezza e il suo animo capace di percepire i bisogni altrui. Gli vengono affidati vari incarichi nel Convento di Carlentini: economo, vicario, priore.

Fin da giovane prete è coinvolto nella pastorale familiare. La famiglia, per padre Teresio, è sempre stata il luogo privilegiato di educazione umana e cristiana e per queste finalità, la migliore alleata del suo ministero sacerdotale. Ha sempre cercato di integrare ed armonizzare, nell’azione pastorale, il ministero sacerdotale con l’autentico Vangelo del matrimonio e della famiglia. Ha lavorato incessantemente affinché le due vocazioni siano modello di integrazione, uscendo da logiche di subordinazione e riconoscendo ad entrambe pari dignità poiché derivano dall’unico sacerdozio di Cristo. Questa pastorale preoccupa molto i suoi superiori tanto che nella lettera di trasferimento a Carlentini p. Giulio, allora provinciale, gli raccomanda di non andare in giro per le famiglie del paese. Dallo stesso superiore gli viene chiesto di essere promotore vocazionale per tutta la Sicilia, compito che egli ha poi continuato quotidianamente nel silenzio con la preghiera del Santo Rosario.

Nel 1975 insieme ad altri tre giovani frati tenta una nuova forma di vita monastica fondata sulla preghiera, sulla vita apostolica e il lavoro. Da questo desiderio nasce Monte Carmelo, il luogo dove la comunità di Carlentini si è trasferita. Il 10 ottobre 1998 inizia il Commissariato di Sicilia Sant’Alberto di Trapani il quale lo vede coinvolto in prima persona contribuendo all’implantatio Ordinis. Anche nella nuova realtà copre vari incarichi: è nominato vicario e priore della comunità, economo provinciale per diversi anni. Poi, per poco tempo, priore nella casa dello studentato a Trappeto – San Giovanni La Punta e rettore del Santuario Madonna dei Rimedi a Palermo. A causa dell’inizio della sua malattia da li è trasferito e ritorna a Monte Carmelo… sua ultima conventualità! Dal 2009 la sua salute è seriamente compromessa: prima operato al cuore a causa di un’insufficienza cardiaca e poi un’insufficienza renale lo costringe alla dialisi per ben 10 anni.

In quest’ultimo decennio, padre Teresio è chiamato a vivere il Vangelo della sofferenza «e a partecipare a quella sofferenza, per mezzo della quale ogni sofferenza è stata anche redenta» e così abbracciando la sua croce è divenuto partecipe della sofferenza redentiva di Cristo.

Nel maggio del 2012 è operato al cuore e nel corso dell’anno ha un sensibile peggioramento delle condizioni di salute. Ai problemi del cuore si aggiungono quelli relativi alla dialisi e ad alcune piaghe alle caviglie che limitano le sue possibilità di movimento. Piaghe che attraverso la pazienza del suo infermiere con il tempo guariscono. Nel 2018, a causa di un disturbo cardiovascolare agli arti inferiori cammina nuovamente con difficoltà, e nel mese di dicembre subisce un intervento cardiovascolare alla gamba destra. Da questo intervento non riesce più a camminare e le sue condizioni cliniche, seppur lentamente, peggiorano.

Martedì cinque marzo 2019 è portato in ospedale per un ulteriore consulto medico, le sue condizioni cliniche peggiorano e l’otto marzo, constatata l’irreversibilità della sua salute, ritorna in Convento. Il giorno seguente alle ore 16.15, giorno di sabato, padre Teresio va a cantare le lodi al Signore in Cielo, insieme alla Madre di Dio. Le esequie verranno celebrate giorno 11 marzo alle ore 10.30 e la sua salma portata al cimitero di Ragusa.

L’attenzione di padre Teresio nei confronti della Vergine Maria è sempre stata di “fiducia filiale”. Un nostro confratello che lo ha assistito nei suoi ultimi giorni lo ha sentito ripetere diverse volte le parole di Gesù al discepolo amato: «“Ecco tua Madre”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa».

La devozione mariana e la fiducia filiale sono state assimilate da padre Teresio nell’ambiente domestico grazie alla mamma. Le prime preghiere gli furono insegnate a casa e mai erano indirizzate a Dio senza ricordare la Madre che Egli ha voluto avere in terra. Da questo certamente derivava la fiducia nella Vergine Santissima. Anche altre preghiere popolari e imparate nell’infanzia hanno segnato la vita di padre Teresio. Ricordiamo come egli ripeteva la preghiera dell’Angelo di Fatima insegnata ai tre pastorelli come giaculatoria in riparazione dei tanti peccati. Questa spiritualità semplice e profonda lo ha formato fin da ragazzo e si è concretizzata in lui attraverso la celebrazione dell’Eucaristia e la preghiera del Rosario,

Tra le sue devozioni ricordiamo anche l’amore a San Giuseppe e all’Angelo Custode.

Se non ora quando?

Il tempo di Quaresima è un invito pressante al rinnovamento della vita e ci suggerisce tante modalità per esaminare attentamente il nostro stato di salute e assumere le opportune medicine per arrivare a celebrare con verità la Pasqua del Signore e il nostro risorgere con Cristo a vita nuova.

La Parola di Dio che ascolteremo in questo periodo è molto ricca di richiami ad approfittare del tempo a nostra disposizione: «Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno» (Sir 5, 7), «Non indurite il cuore» (Sal 94, 8), «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5, 20), «Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita» (Deut 30, 19).

Anche la tradizione ebraica, molto esplicita su questo tema, ci può aiutare con il detto di rabbi Hillel, morto quando Gesù era bambino. Infatti “Egli era solito dire: “Se io non sono per me, chi è per me? E se io sono per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando?” (Detti dei Padri 1, 14). In pochi passaggi logici egli toglieva ogni motivo di perplessità sulla via della conversione e spiegava che:

1. Se io non m’interesso della mia salute, chi altro se ne prenderà cura?

2. Se poi io mi interesso solo della mia salute e trascuro quella degli altri, in che razza di famiglia e società posso aspettarmi di vivere?

3. E se non decido di cominciare adesso a fare il mio bene e il bene dei miei vicini, quando mai mi deciderò, data la mia propensione a rimandare di giorno in giorno?

Sono parole amichevoli e paterne come quelle proposte a noi da papa Francesco per la Quaresima 2019:

Cari fratelli e sorelle,

ogni anno, mediante la Madre Chiesa, Dio «dona ai suoi fedeli di prepararsi con gioia, purificati nello spirito, alla celebrazione della Pasqua, perché […] attingano ai misteri della redenzione la pienezza della vita nuova in Cristo» (Prefazio di Quaresima 1). In questo modo possiamo camminare, di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo: «nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rm 8,24). Questo mistero di salvezza, già operante in noi durante la vita terrena, è un processo dinamico che include anche la storia e tutto il creato. San Paolo arriva a dire: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19). In tale prospettiva vorrei offrire qualche spunto di riflessione, che accompagni il nostro cammino di conversione nella prossima Quaresima.

1.La redenzione del creato

La celebrazione del Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, culmine dell’anno liturgico, ci chiama ogni volta a vivere un itinerario di preparazione, consapevoli che il nostro diventare conformi a Cristo (cfr Rm 8,29) è un dono inestimabile della misericordia di Dio.

Se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo (cfr Rm 8,14) e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione. Per questo il creato – dice san Paolo – ha come un desiderio intensissimo che si manifestino i figli di Dio, che cioè quanti godono della grazia del mistero pasquale di Gesù ne vivano pienamente i frutti, destinati a raggiungere la loro compiuta maturazione nella redenzione dello stesso corpo umano. Quando la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi – spirito, anima e corpo –, questi danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature, come dimostra mirabilmente il “Cantico di frate sole” di San Francesco d’Assisi (cfr Enc. Laudato si’, 87). Ma in questo mondo l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte.

2. La forza distruttiva del peccato

Infatti, quando non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento. L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro (cfr 2,1-11). Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di più finisce per imporsi.

La causa di ogni male, lo sappiamo, è il peccato, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo. Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18). Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri.

Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo (cfr Mc 7,20-23) – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.

3. La forza risanatrice del pentimento e del perdono

Per questo, il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio, coloro che sono diventati “nuova creazione”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale.

Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). La Quaresima è segno sacramentale di questa conversione. Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina.

Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore. Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia. Fare elemosina per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene. E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità.

Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole! Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione. Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.

Dal Vaticano, 4 ottobre 2018,
Festa di San Francesco d’Assisi

«Può forse un cieco guidare un altro cieco?»

Il vangelo di oggi ci presenta piccole parabole o proverbi desunte dal ricco repertorio della sapienza popolare. Il primo detto afferma: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?». L’uomo per essere guida di un altro deve avere in sé una luce e una ricchezza, altrimenti è destinato a essere causa di rovina non solo per sé ma anche per altri. Il primo enunciato di Gesù è un invito a scoprire le cecità che sono in noi e fuori di noi, mettendo in luce la realtà delle cose, spoglie da ogni nostra giustificazione.

Il secondo detto afferma: «Il discepolo non è più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il maestro». Questa riflessione di Gesù ci spinge a scegliere lui come nostro maestro, perché lui solo è l’unico maestro pieno di sapienza divina. Soltanto i maestri che imparano da lui possono guidare bene i fedeli. Nello stesso tempo queste due mini parabole ci invitano a essere vigilanti: nel nostro tempo si presentano tanti maestri, che pretendono di conoscere la vera via, il vero orientamento della vita, ma che in realtà non hanno una sapienza profonda.

Il terzo detto Gesù ci rivolge una domanda: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo?». Con questa immagine Gesù si riferisce a un comportamento sbagliato che ci capita frequentemente. Poiché gli altri ci danno fastidio e ci feriscono, noi ci accorgiamo delle loro mancanze e siamo facilmente portati a richiamare l’attenzione su di esse e a esigere una correzione. Invece giustifichiamo le nostre mancanze che per lo più sono conseguenze del nostro disordine interiore. Gesù definisce quest’atteggiamento ipocrita. 

Un altro detto di Gesù è quello dell’albero buono e dell’albero cattivo nel quale spiega che: «L’uomo buono dal tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male». Come l’albero si riconosce dai suoi frutti, così l’uomo si riconosce soprattutto da ciò che dice la sua bocca, perché questo proviene dal suo cuore.

Durante la mia lectio, queste mini parabole (soprattutto quella dei due ciechi) mi hanno fatto ricordare l’attualità di san Giovanni della Croce che nei suoi scritti ritorna abbastanza spesso sul tema della direzione spirituale: è un argomento che gli sta a cuore, perché sa per esperienza quanto bisogno abbia l’anima cristiana di una saggia guida per ascendere alla santa montagna che è Cristo. Soprattutto ne parla in modo diffuso in due opere, nella Salita del Monte Carmelo e nella Fiamma viva d’amore. Già fin dal Prologo alla Salita del Monte Carmelo il santo parla di direzione spirituale. Si direbbe, anzi, che è proprio la necessità di offrire una guida sicura a tante anime spesso mal guidate o addirittura sole, che lo spinge a prendere in mano la penna.

Egli ha conoscenza di certi confessori e padri spirituali senza dottrina che sono di ostacolo delle anime: essi assomigliano ai costruttori di Babilonia che aumentavano solo la confusione, o agli amici di Giobbe, capaci solo di aumentargli i travagli e le angosce.

Le necessità che il direttore spirituale, oltre alla dottrina, possieda anche una sufficiente esperienza delle vie della contemplazione è ribadito in più di un passo da san Giovanni della Croce. Egli scrive: «se è vero che per guidare uno spirito sono fondamentali la scienza e la discrezione, se il direttore non ha anche l’esperienza di ciò che è puro e vero spirito, non riuscirà ad incamminarvi l’anima allorché Dio ce la vorrà condurre, anzi non lo riconoscerà neppure» (Fiamma B 3,30).

C’è qualcosa di antico e di nuovo in questo insistere sul valore dell’esperienza: già i Padri del deserto erano convinti che chi guida deve essere prima di tutto lui uno spirituale. Ma questa sottolineatura in piena età post-tridentina appare molto coraggiosa: nelle cose dello spirito non è dunque sufficiente un magistero che si appelli a una tradizione della Chiesa; occorre insieme un’esperienza diretta di ciò che si deve discernere. Infatti, conformemente a numerosi passi della Parola di Dio, Giovanni della Croce ricorda che Dio «si adira con coloro che, insegnando la legge di Dio, non la osservano e, predicando il buono spirito che non hanno» (3 Salita 45,3).

Più volte infatti il santo deve denunciare nelle sue Opere che molti direttori spirituali ignorano le dinamiche dell’orazione, le vie dello spirito e l’importanza della quiete e del raccoglimento, non concedendo altro che lo stadio elementare della meditazione. Per cui tutto il resto sembra loro un perder tempo (cfr. Fiamma B 3, 43-45).

«Pensando quindi che tali anime stiano in ozio, turbano la pace della contemplazione tranquilla e quieta che Dio spontaneamente concede loro, le costringono a meditare, a discorrere con l’immaginazione e a compiere atti interiori con loro gran disgusto, aridità e distrazione, mentre esse vorrebbero restare in quieto e pacifico raccoglimento»; in questo modo «le privano delle unzioni preziose che Dio infonde loro nella solitudine e nella pace, il che è grave danno, e le gettano nel dolore e nel fango, poiché esse da una parte reagiscono e dall’altra soffrono senza profitto» (Fiamma B 3,53).

San Giovanni della croce non trova giustificazione al comportamento di questi cattivi direttori, perché essi sono obbligati a conoscere la via giusta in ragione dell’ufficio che hanno assunto; per questo non rimarranno senza punizione, in proporzione al danno che hanno arrecato (cfr. Fiamma B 3,56).

Ma che cosa devono fare i buoni direttori spirituali?

«Riflettano e ricordino che lo Spirito Santo, e non essi, è l’agente e la guida principale delle anime, delle quali non tralascia mai di prendersi cura; essi invece non sono agenti ma solo strumenti per guidare per mezzo della fede e della legge di Dio, secondo lo spirito dato a ciascuna dal Signore. Perciò l’unica loro preoccupazione non deve essere quella di renderle conformi al loro punto di vista e alla loro natura, ma si devono preoccupare di sapere per quale via il Signore le conduce» (Fiamma B 3,46).

Anche nel campo della direzione spirituale, dunque, ci può essere un protagonismo disastroso quando cioè si erige il proprio gusto, il proprio metodo e le proprie vedute a metro universale, facendo così torto a Dio, quasi che il Signore non sapesse condurre le anime per vie diverse della nostra! Il minimo è invece quell’atteggiamento di umiltà che ci fa presente che nessuno possiede tutta la scienza valida per tutti i casi. Un buon direttore spirituale deve lasciare libera l’anima che non trae più profitto dalla sua guida: egli deve allora consigliare di rivolgersi ad altri: guai a chi tiranneggia le anime e si mostra addirittura geloso se queste si rivolgono per consiglio ad un altro maestro! (cfr. Fiamma B 3, 59-61).

Siccome è lo Spirito Santo che guida e edifica le anime, il direttore spirituale deve ricordarsi che suo compito è solo quello di preparare l’anima all’incontro con Dio, prima di tutto col discernere le vie per le quali il Signore fa incamminare quell’anima. In secondo luogo, deve disporre l’anima da lui guidata al distacco interiore ed esteriore «in modo che resti vuota nella negazione pura di ogni creatura e spiritualmente povera» (Fiamma B 3,46): imparare il distacco anche dai beni spirituali infatti non è facile ma è una disposizione fondamentale affinché l’anima, divenuta povera, si renda capace di ricevere le ricche comunicazioni soprannaturali che Dio vorrà donarle.

In questo senso san Giovanni della Croce può dire che il direttore spirituale deve sapere di essere a volte «uno sbozzatore, il cui ufficio è quello di condurre l’anima al disprezzo del mondo e alla mortificazione dei suoi appetiti» (Fiamma B 3,58): egli deve certo esercitare il suo compito, ma non pretendere che l’anima non abbia bisogno d’altri che di lui.

Un altro genere deleterio di direttori spirituali è quello a cui appartengono coloro che distolgono le anime da desideri e progetti eroici:

«Dotati di uno spirito poco devoto, del tutto ingombro dello spirito del mondo e poco tenero verso Gesù, non entrano e non permettono ad altri di entrare per la porta stretta della vita» (Fiamma B 3,62).

Anche chi è guidato ha dei doveri, il primo dei quali è una totale apertura di spirito anche per quelle grazie che l’anima riceve per via soprannaturale: essa deve manifestare ogni cosa al proprio padre spirituale «con chiarezza e sincerità, integrità e semplicità», in primo luogo perché solo dopo averne parlato il Signore suole confermare in lei gli effetti buoni di quelle grazie; in secondo luogo perché l’anima «ha bisogno di una dottrina circa le cose che le accadono, affinché per quella via possa incamminarsi alla nudità e povertà di spirito, cioè alla notte oscura»; in terzo luogo per umiltà e per spirito di obbedienza e mortificazione, in questo spesso le anime provano pena a parlare di favori che si direbbero prerogativa dei santi (2 Salita 22,16-18).

Il direttore spirituale deve agire con prudenza: se da una parte deve incoraggiare l’anima a parlare, ad aprirsi con fiducia, dall’altra non deve mostrare una curiosità che stima grandemente le visioni e le rivelazioni soprannaturali (cfr. 2 Salita 26,18; 18,2).

Il padre spirituale, invece, deve educare l’anima a «starsene in libertà e in tenebre di fede, in cui si riceve la libertà e l’abbondanza di spirito e, quindi, l’intelligenza e la sapienza proprie della parola di Dio» (2 Salita 19,11).

In conclusione, vale la pena ricordare un avvertimento di san Giovanni della Croce alle anime: guardino in quali mani si mettono, per non pentirsi poi e tornare indietro, «poiché il discepolo sarà uguale al maestro, il figlio al padre» (Fiamma B 3, 27.30).

È un buon avvertimento anche oggi. D’altra parte, la scelta della propria guida spirituale è un atto morale di non poco conto: da questa scelta dipende il progresso dell’anima. San Giovanni della Croce ne è così fortemente convinto, da dare questo avviso:

«L’anima virtuosa, ma sola e senza maestro, è come il carbone acceso ma isolato, il quale invece di accendersi si raffredderà» (Avvisi e Sentenze 7).

Santa Teresa di Gesù e san Giovanni della Croce,
dipinto del secolo XVII eseguito da José García Hidalgo