
Dal 5 al 9 agosto la nostra comunità ha vissuto un’intensa esperienza di fraternità, preghiera e formazione con il Campo Giovani 2026, dal titolo «Saliamo sul Monte del Signore». Sono stati giorni pensati per aiutare i giovani a fermarsi, a prendere un po’ di distanza dal ritmo ordinario della vita e, soprattutto, a riscoprire il desiderio di cercare Dio e di lasciarsi guidare da Lui.
Il tema del «monte» ha accompagnato tutto il cammino. Nella Sacra Scrittura il monte è spesso il luogo dell’incontro con Dio: è il luogo in cui l’uomo sale, si mette in ascolto, lascia alle spalle il rumore della pianura e apre il cuore alla presenza del Signore. Da questa immagine biblica è nata la proposta del Campo, che ha avuto come riferimento particolare il Monte Carmelo disegnato da san Giovanni della Croce, una delle immagini più significative della spiritualità carmelitana.
A guidare e organizzare le giornate è stato padre Paolo, che ha cercato di strutturare il Campo secondo il ritmo della vita della comunità, facendo vivere ai giovani non soltanto alcuni momenti di formazione, ma anche l’esperienza concreta della preghiera, del silenzio e della fraternità. In questo cammino è stata preziosa la collaborazione di fra Mattia, che ha affiancato padre Paolo nell’organizzazione insieme ai due Giovanni. Fra Mattia ha inoltre offerto ai giovani un momento particolarmente significativo attraverso una lectio divina sul brano evangelico di Matteo 14,22-33, nel quale Gesù raggiunge i suoi discepoli camminando sulle acque, mentre essi sono in difficoltà a causa della tempesta.
Il Vangelo ha permesso di entrare nel cuore di una delle esperienze più comuni della vita: quella di trovarsi, come i discepoli, in mezzo alla tempesta e di avere paura. Pietro vede Gesù, si fida della sua parola e scende dalla barca, ma quando si lascia prendere dalla paura comincia ad affondare. È un’immagine che parla con particolare forza anche ai giovani: la fede non elimina necessariamente le tempeste, ma permette di attraversarle con lo sguardo rivolto a Cristo. La mano del Signore rimane sempre pronta a raggiungere chi lo invoca.
Nel corso del Campo abbiamo avuto anche la presenza di Simona e Claudia, giovani dell’OCDS, che hanno condiviso con gli altri partecipanti i diversi momenti della giornata, contribuendo alla fraternità e alla ricchezza dell’esperienza. La loro presenza ha rappresentato anche un piccolo segno del legame tra le diverse realtà che compongono la famiglia carmelitana.
La prima giornata è stata dedicata alla scoperta del significato del monte nella Sacra Scrittura. Attraverso alcuni dei grandi episodi biblici legati alla montagna, i giovani sono stati invitati a considerare il monte come luogo di salita, di incontro e di trasformazione. Salire significa infatti lasciare qualcosa alle proprie spalle, affrontare la fatica del cammino e, nello stesso tempo, orientare lo sguardo verso una meta. Il monte diventa così una metafora della vita spirituale: non si arriva alla vetta senza un cammino e non si può vivere la relazione con Dio senza lasciarsi progressivamente trasformare da Lui.
Da questa prospettiva è stato presentato il disegno del Monte Carmelo di san Giovanni della Croce. Il disegno del santo carmelitano è una vera e propria mappa del cammino spirituale. Al centro vi è Cristo e, attorno a Lui, san Giovanni della Croce indica le diverse vie che l’uomo può intraprendere. La salita verso la vetta non consiste nell’accumulare esperienze straordinarie, ma nell’imparare a lasciare ciò che impedisce di appartenere pienamente a Dio. Il «nulla» che san Giovanni pone lungo il cammino non è un disprezzo delle cose create, ma l’invito a non permettere che nulla prenda il posto di Dio nel cuore dell’uomo.
Nei giorni successivi il cammino è entrato maggiormente nel cuore della vita cristiana attraverso le tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Ogni mattina è stata dedicata alla riflessione su una di queste virtù, cercando di comprenderne il significato e, soprattutto, di coglierne la concretezza nella vita quotidiana.
La fede è stata presentata come il fondamento del cammino: credere significa affidarsi a Dio anche quando non tutto è chiaro e quando non possiamo avere sotto controllo ogni cosa. La fede permette di continuare a camminare quando la strada non è ancora visibile.
La speranza è stata proposta come la virtù che permette di guardare avanti senza lasciarsi paralizzare dalle difficoltà. Sperare cristianamente non significa pensare che tutto andrà necessariamente secondo i nostri desideri, ma credere che Dio rimane fedele e che la nostra vita è custodita dalla sua promessa.
Infine, la carità ha mostrato il punto verso cui tende tutto il cammino. L’amore non è soltanto un sentimento, ma è la forma piena della vita cristiana. Chi sale verso Dio è chiamato a diventare sempre più capace di amare, di donarsi e di uscire da se stesso.
Nel pomeriggio, le tre virtù teologali sono state rilette alla luce dell’insegnamento di san Giovanni della Croce. In questo modo i giovani hanno potuto accostarsi alla spiritualità del santo non come a una semplice teoria, ma come a un vero itinerario di vita. La fede, la speranza e la carità diventano infatti per san Giovanni della Croce gli strumenti attraverso i quali l’uomo può attraversare la notte, lasciarsi purificare e procedere verso l’unione con Dio.
Il Campo non è stato però soltanto un insieme di conferenze e momenti formativi. Una parte importante delle giornate è stata costituita dalla preghiera e dal silenzio. Seguendo il ritmo della comunità, i giovani hanno avuto la possibilità di sperimentare che il silenzio non è semplicemente assenza di parole, ma uno spazio nel quale è possibile ascoltare ciò che normalmente viene coperto dal rumore e dalle tante occupazioni della vita quotidiana.
Anche la fraternità ha avuto un ruolo importante. Condividere i pasti, i momenti informali, le preghiere e le riflessioni ha permesso di creare progressivamente un clima familiare. La dimensione comunitaria ha aiutato a comprendere che il cammino spirituale non è una salita solitaria: ciascuno percorre la propria strada, ma nessuno è chiamato a camminare da solo.
Il titolo del Campo, «Saliamo sul Monte del Signore», è diventato così una vera proposta di vita. Salire significa mettersi in cammino; significa accettare la fatica e non fermarsi alle prime difficoltà; significa imparare a lasciare ciò che appesantisce il cuore e a scegliere ciò che conduce verso Dio. Ma significa anche scoprire che la vetta non è semplicemente un luogo da raggiungere: è la comunione con il Signore.
La conclusione del Campo è avvenuta domenica 9 agosto con la celebrazione della Santa Messa, vissuta come momento culminante dei giorni trascorsi insieme. Dopo la celebrazione abbiamo condiviso il pranzo, prolungando ancora per qualche ora la fraternità. Nel pomeriggio è arrivato il momento dei saluti e ciascuno ha fatto ritorno alla propria casa.
Sono rimasti, però, i volti, le parole condivise, le domande nate durante gli incontri e soprattutto l’invito a continuare il cammino. Un Campo Giovani, infatti, non termina davvero quando si chiude la porta della casa e si torna alla vita ordinaria. Se l’esperienza è stata autentica, qualcosa continua a lavorare nel cuore.
«Saliamo sul Monte del Signore» vuole essere proprio questo: non soltanto il titolo di cinque giorni vissuti insieme, ma un invito a continuare a salire, con fede, speranza e carità, verso quella vetta indicata da san Giovanni della Croce, dove al termine di ogni cammino non troviamo semplicemente una meta, ma Dio stesso che ci attende.









