
Non sempre l’incontro con un maestro spirituale nasce da uno studio individuale o da un interesse accademico. Talvolta è una comunità o una parte di essa, che, quasi senza programmarlo, si ritrova a condividere una stessa domanda. È ciò che è accaduto nella nostra comunità carmelitana nel riscoprire la figura di fra Lorenzo della Risurrezione.
L’interesse per questo umile frate del Seicento è maturato nel contesto della vita comune: nella lettura condivisa dei suoi scritti, nelle conversazioni fraterne, nel confronto tra generazioni diverse. In questo cammino ha avuto un ruolo significativo la testimonianza di Giovanni, giovane postulante, che ha saputo esprimere con semplicità una ricerca presente in molti: come vivere oggi una fede unificata, capace di tenere insieme preghiera, lavoro e vita fraterna?
Nel ritmo ordinario della vita conventuale, fatto di liturgia, silenzio, servizi e relazioni quotidiane, è emersa una consapevolezza condivisa: anche una vita consacrata corre il rischio di frammentarsi. Si può pregare molto e vivere distrattamente, servire con generosità e restare interiormente lontani. La figura di fra Lorenzo ha offerto una risposta disarmante e insieme esigente. Senza costruzioni teoriche, senza linguaggi complessi, la sua esperienza rimette al centro una verità essenziale: Dio è presente in ogni istante, e tutto può diventare luogo di comunione con Lui. Questa intuizione, profondamente carmelitana, ha trovato terreno fertile proprio nella vita comunitaria, là dove la fede è continuamente messa alla prova dal concreto.
Nel suo cammino di postulante, Giovanni racconta di aver incontrato fra Lorenzo non come una figura lontana, ma come un compagno di strada. Prima soldato, poi semplice cuoco in convento, fra Lorenzo non cercò mai ruoli di rilievo. Eppure visse una relazione con Dio di straordinaria intensità, proprio dentro le occupazioni più ordinarie.
Ciò che più colpisce Giovanni è la consapevolezza costante della presenza di Dio. Per il Carmelitano francese, vivere significava stare davanti al Signore in ogni momento, mettere Dio al primo posto non solo nelle ore di preghiera, ma nell’intera giornata. È una prospettiva profondamente carmelitana: cercare Dio nell’interiorità, nel silenzio del cuore, riconoscendolo non come distante, ma intimo, più vicino a noi di noi stessi.
Giovanni non idealizza questa esperienza. Con onestà riconosce che, presi dalle occupazioni quotidiane, anche in convento si rischia di non porre davvero Dio al centro; talvolta, confessa, si rischia persino di non desiderarlo. La vita comunitaria stessa diventa allora luogo di verità: emergono limiti, impazienze, resistenze interiori.
Ed è proprio lì, negli uffici affidati e nella concretezza della vita fraterna, che Giovanni scopre l’insegnamento di fra Lorenzo come sorprendentemente attuale. Quando le cose vengono fatte con amore, anche le più semplici, accade qualcosa: si impara a conoscersi e, allo stesso tempo, a lodare Dio. L’unione con Dio non dipende dalle attività che si svolgono, ma dall’amore con cui vengono vissute.
Dalle lettere e dai Dialoghi di Fra Lorenzo emerge con chiarezza una spiritualità intimamente legata alla vita quotidiana. La preghiera non si limita a momenti isolati, ma è una disposizione del cuore che permea l’intera giornata. Perfino le azioni più ordinarie, come cucinare, camminare o servire i fratelli, possono trasformarsi in autentici momenti di contemplazione.
Questa prospettiva ha trovato eco nella nostra comunità. Non come ideale astratto, ma come criterio concreto per rileggere la vita quotidiana. La cucina, il lavoro manuale, le piccole incombenze di ogni giorno tornano a essere luoghi teologici, spazi in cui Dio si lascia incontrare.
È una lezione profondamente carmelitana: fare della vita un’orazione continua, senza spezzare ciò che Dio vuole unito.
Un altro aspetto che ha colpito nel confronto comunitario è la libertà spirituale di fra Lorenzo. Lontano da ogni rigidità o perfezionismo, egli invita a non scoraggiarsi per le cadute e a non restare imprigionati dal senso di colpa. La vita spirituale non si misura sul sentimento, che va e viene, ma sulla fedeltà del cuore che continuamente ritorna a Dio.
Questa prospettiva offre un antidoto prezioso all’ansia spirituale, tanto diffusa anche oggi. La santità non consiste nel non cadere mai, ma nel rialzarsi sempre, affidandosi alla misericordia divina e alla continuità dell’amore.
In un contesto segnato da impegni, velocità e distrazioni digitali, vivere la Pratica della Presenza di Dio può sembrare difficile. Eppure il messaggio di fra Lorenzo resta sorprendentemente chiaro: Dio è sempre vicino, e la santità si costruisce nella fedeltà quotidiana.
La sua esperienza, riletta all’interno di una comunità e illuminata dalla testimonianza di Giovanni, ricorda alla Chiesa di oggi che la presenza di Dio non è confinata ai momenti solenni o agli eventi straordinari. Ogni lavoro compiuto con amore può diventare preghiera; ogni caduta può trasformarsi in ritorno; ogni istante può diventare incontro.
La santità di fra Lorenzo non brilla per eccezionalità, ma per continuità. Non invita a cercare Dio negli eventi straordinari, ma a diventare noi stessi l’evento della Sua presenza, là dove siamo.
Tra i vapori di una cucina, nel silenzio di una cella o nella fatica di una giornata qualunque, Dio è già presente. Non attende gesti grandiosi, ma un cuore che si ricorda di Lui.
Ed è forse questa la lezione più esigente e più liberante che fra Lorenzo consegna alla nostra comunità, a Giovanni e a tutti noi: non cercare una vita diversa per incontrare Dio, ma vivere diversamente la vita che già abbiamo.








