
Siamo felici di condividere con voi questa riflessione, nata all’interno della nostra comunità dall’ascolto e dalla meditazione della terza scheda che la Casa Generalizia ha inviato a tutti i Carmelitani in questo anno speciale dedicato a San Giovanni della Croce. In questo tempo di grazia, ci è stato chiesto di rimetterci in cammino verso le vette mistiche del nostro Santo, e ciò che abbiamo scoperto è un itinerario che non ci allontana dalla terra, ma ci insegna ad abitarla con occhi nuovi.
Ci troviamo nel cuore del Cantico Spirituale, precisamente alla quarta strofa: un momento di snodo cruciale in cui l’itinerario interiore devia dal silenzio dell’introspezione e della “notte oscura” per aprirsi all’esuberanza del mondo creato. È il momento in cui l’anima, dopo aver cercato Dio nel vuoto di sé, inizia a cercarlo nella pienezza del cosmo, trasformando lo sguardo esterno in un atto di preghiera.
San Giovanni ci insegna che il cammino mistico non può prescindere da questa tappa: la conoscenza di Dio attraverso le sue creature. Dopo aver attraversato l’esercizio della conoscenza di sé, necessario per non lasciarsi trascinare dai sensi, l’anima esce finalmente all’aperto. Non è un’uscita distratta, ma un’andata verso l’universo intesa come ricerca amorosa. Giovanni ci invita a guardare ai boschi e ai prati non come a semplici risorse materiali, ma come a una fitta trama di “impronte” lasciate dal passaggio dell’Amato. La natura non è Dio, ma è il “vestito” di bellezza di cui Egli l’ha adornata passando.
Tuttavia, per vedere questo “tocco” divino, l’anima deve aver compiuto un salto qualitativo. Finché il nostro sguardo è manipolatorio o utilitaristico, il bosco rimane solo legname e il prato solo foraggio. Solo quando l’anima decide di non “cogliere i fiori” per possederli, scopre bellezze mai immaginate. È il paradosso della spoliazione: dicendo “nada, nada, nada”, l’amata riceve in dono occhi nuovi capaci di scorgere il sacro laddove l’uomo puramente razionale vede solo oggetti da consumare.
Un racconto della nostra tradizione carmelitana illumina magnificamente questo passaggio. Si narra che un pomeriggio, nel chiostro del convento, la luce calda scivolasse tra le colonne, illuminando le erbe aromatiche del piccolo orto. Una monaca, con il grembiule ancora intriso del profumo della cucina, uscì per raccogliere timo e rosmarino. Ogni volta che il suo passo si avvicinava allo stagno, una piccola rana che viveva tra le canne, felice nel suo gracidare, sussultava e si tuffava nel fondo dell’acqua per nascondersi.
San Giovanni la osservava in silenzio, meditando proprio sul suo Cantico ancora incompleto. Sorridendo, chiese: “Perché scappa la rana?”. La cuoca rispose con semplicità: “Non lo so, padre, ma ogni volta che esco, lei si tuffa. Forse anche le creature sentono qualcosa che noi non vediamo”. Quelle parole caddero come un raggio di luce nel cuore del Santo. Egli capì che anche nei gesti più minimi, nella natura più minuta, c’è una lode nascosta, un riflesso della presenza divina. Si dice che, tornato nella sua cella, Giovanni completò il cantico aggiungendo le strofe che oggi conosciamo.
Questa intuizione trova oggi una eco potente nell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. Il Pontefice recupera la metafora del “Libro della Natura”: l’universo è un testo scritto da Dio dove ogni creatura è una “lettera” di un alfabeto divino. Dio continua a parlare attraverso una “voce paradossale”: una voce che non usa suoni, ma che grida la sua verità attraverso la semplice presenza. Ignorare la bellezza di un paesaggio significa, in ultima analisi, chiudere il libro dove Dio ha lasciato la sua firma.
Qui l’ecologia si trasforma in preghiera di lode, la stessa di San Francesco d’Assisi. Nel suo Cantico, il Sole, la Luna e l’Acqua non sono oggetti, ma “fratelli” e “sorelle”. È la “conversione ecologica” che il Papa auspica: se l’acqua è mia sorella, il suo inquinamento diventa una ferita familiare. L’adorazione diventa l’antidoto al desiderio di dominare: io non possiedo ciò che adoro, ma lo rispetto come sacro.
Il modello definitivo di questo sguardo è Gesù. Papa Francesco ci ricorda che il Signore viveva in contatto continuo con la natura, prestandovi un’attenzione piena di affetto e di stupore. Quando osserva i campi che biondeggiano o il granello di senape, Gesù invita i discepoli a cogliere nelle cose un messaggio del Padre. Il suo sguardo “si ferma”: in un mondo che corre e consuma, Cristo propone la sosta contemplativa come atto di amore e di riconoscimento.
In conclusione, questa riflessione comunitaria ci insegna che l’ecologia spirituale è uno sguardo purificato che riconosce il mondo come segno, lo accoglie come fratello e lo vive come presenza. Quando questo accade, tutto si trasfigura: non sfrutti più, perché riconosci; non consumi più, perché contempli; non domini più, perché ami. Il mondo smette di essere un’officina e diventa uno spazio nuziale, un gigantesco sacramento che ci invita a risalire verso quella Sorgente divina che ha piantato tutto con la propria Vita, e che continua a correre, come un cervo libero, tra le fronde dei nostri desideri più profondi.








