
Agnese di Gesù: quando una sorella vola tra le braccia dell’Amato
Oggi, nel Carmelo, una sorella è andata ad abbracciare il suo Gesù. La nostra sorella Maria Lo Presti, nata a Vizzini il 16 novembre 1930, ha concluso il suo pellegrinaggio terreno. Il 12 giugno 1960 aveva professato nel monastero di Vizzini, ricevendo il nome di suor Agnese di Gesù. Da allora, per sessantasei anni, quelle parole hanno accompagnato la sua vita: Agnese, di Gesù. È bello, e quasi commovente, rileggere oggi la sua storia proprio a partire da quel nome.
Nel Carmelo, infatti, il nome ricevuto con la professione religiosa non è una semplice consuetudine. È un piccolo mistero. La donna che entra nel monastero porta con sé il proprio nome, la propria storia, la famiglia, i ricordi, le attese, i desideri e le ferite. Poi, nella consacrazione, riceve un nome nuovo. È come se la Chiesa le dicesse: la tua vita non sarà più definita soltanto da ciò che sei stata, ma soprattutto da Colui al quale appartieni.
Maria diventa Agnese. Ma forse la parte più importante del suo nome è proprio quella che viene dopo: “di Gesù”. Queste due parole racchiudono il mistero di una vocazione carmelitana. Non più semplicemente Maria Lo Presti, con la sua storia personale, ma Agnese di Gesù: una donna che ha scelto di appartenere a Cristo, di consegnargli la propria vita, di cercarlo nella preghiera, nel silenzio, nella vita fraterna, nel lavoro, nella sofferenza e nella perseveranza quotidiana.
E quanto è bello pensare che proprio quel nome possa oggi aiutarci a comprendere il mistero della sua morte. Per sessantasei anni suor Agnese ha portato il nome ricevuto nel giorno della sua professione. All’inizio quel nome era certamente soprattutto un atto di fede, una parola che indicava una strada. Con il passare degli anni, però, “di Gesù” è diventato sempre più una realtà concreta: appartenere a Lui nella gioia e nella fatica, quando tutto andava secondo i desideri e quando invece occorreva ricominciare; appartenergli quando la vita offriva consolazioni e quando chiedeva pazienza, fedeltà e abbandono.
La sua vita religiosa è stata segnata anche da un passaggio importante. Quando il monastero di Vizzini fu chiuso e venne fondata la nuova comunità di Sant’Agata Li Battiati, suor Agnese lasciò il monastero nel quale aveva professato e nel quale aveva trascorso i primi anni della sua vita religiosa, per trasferirsi nella nuova casa insieme alle sue sorelle.
Anche questo passaggio può essere letto alla luce della sua vocazione: lasciare per seguire. Lasciare luoghi, abitudini, sicurezze e persino ricordi profondamente cari, per continuare a cercare una sola cosa: il Signore. Nel Carmelo, infatti, la vita non consiste nel rimanere attaccati a un luogo, nemmeno quando quel luogo è stato la casa di una vita intera. La vera casa della carmelitana è Cristo. E così suor Agnese ha continuato il suo cammino.
Poi è arrivata la malattia. Da molto tempo il suo corpo era segnato dalla sofferenza e progressivamente le forze venivano meno. Ma anche questo tempo, apparentemente povero e improduttivo, appartiene al mistero di una vocazione contemplativa. Nel Carmelo nulla è inutile quando viene consegnato a Dio. Anche la debolezza può diventare offerta. Anche la malattia può diventare preghiera. Anche l’impossibilità di fare molte cose può trasformarsi in una più radicale disponibilità a lasciarsi amare.
Una carmelitana non vive per fare grandi cose agli occhi del mondo. Vive per appartenere a Gesù. E forse è proprio questo il mistero nascosto della vita di suor Agnese. Il mondo conosce poco una carmelitana scalza. Non sa quante ore di preghiera riempiono le sue giornate, quante piccole rinunce rimangono sconosciute, quante sofferenze vengono offerte senza che nessuno ne sappia nulla, quante volte una sorella è chiamata a ricominciare, a perdonare, a pazientare, a custodire il silenzio, a perseverare quando non sente nulla. È una vita nascosta. Ma nascosta agli occhi del mondo non significa nascosta agli occhi di Dio.
Anzi, questa è una delle intuizioni più profonde del Carmelo: una vita che agli occhi degli uomini può sembrare piccola e nascosta può diventare, agli occhi di Dio, una grande offerta d’amore. Uno dei tratti più belli della spiritualità di suor Agnese era la preghiera continua per coloro che erano in formazione e per quanti si accostavano al Carmelo. Nonostante la malattia, desiderava conoscerne i nomi, le storie e le fatiche nel cammino di discernimento. Inviava acrostici, poesie e rime per incoraggiarli e sostenerli. Anche dalla sua cella, dove da anni viveva a causa delle sue condizioni di salute, il suo cuore continuava così a raggiungere chi era ancora all’inizio del cammino.
Circa un anno fa, poi, espresse il desiderio di incontrare i giovani. Chiese di poter lasciare la sua cella, dalla quale non usciva da anni, per scendere in parlatorio e incontrarli. Vedere i suoi occhi grandi ed emozionati mentre li conosceva è stata un’esperienza particolarmente significativa. Era come se, pur nella debolezza del corpo, il suo cuore fosse ancora capace di spalancarsi verso il futuro del Carmelo. Un’altra preghiera che era costantemente sulle sue labbra era quella per i suoi superiori, verso i quali nutriva un grande e filiale affetto.
Questa era suor Agnese: una vita apparentemente ritirata, ma un cuore profondamente abitato dagli altri; una presenza nascosta, ma capace di accompagnare con la preghiera, l’affetto e l’incoraggiamento. Santa Teresa di Gesù aveva compreso che tutto passa e che solo Dio basta. San Giovanni della Croce ha descritto l’anima come una sposa che, attraversando la notte, cammina verso l’incontro con il suo Amato. Santa Teresa di Gesù Bambino ha intuito che anche le più piccole azioni, vissute per amore, possono diventare grandi agli occhi di Dio.
È questa la logica del Carmelo: non la ricerca di sé, ma la ricerca di Dio; non il desiderio di essere conosciuti, ma quello di essere suoi. Agnese di Gesù. Forse oggi queste parole acquistano una luce nuova. Perché quando una carmelitana muore, accade qualcosa che colpisce sempre chi viene da fuori. Ci si aspetterebbe di trovare soltanto lacrime, tristezza e senso di perdita. E certamente il dolore c’è. Una sorella che muore lascia un vuoto. La sua voce non si ascolterà più nei corridoi, il suo posto rimarrà vuoto, il suo volto non sarà più incontrato nelle consuete occupazioni della giornata. La comunità soffre.
Eppure, davanti alla morte di una carmelitana, si percepisce spesso qualcosa di diverso. Non ci sono soltanto lacrime. C’è anche una festa. Una festa strana, certamente, perché nasce dentro il dolore. Ma è la festa di chi crede che la morte non sia l’ultima parola. È la festa di chi sa che una sorella non è stata perduta, ma è stata preceduta. È la gioia di chi può pensare: ha finalmente raggiunto Colui per il quale ha vissuto.
Per questo, quando si celebra il funerale di una carmelitana, sembra quasi che le sorelle non siano venute semplicemente a salutare una di loro, ma ad accompagnarla fino alla soglia del Cielo. È come se dicessero: Vai, sorella. Noi rimaniamo ancora un poco qui. Tu continua il cammino. Hai cercato il Signore per tanti anni; ora puoi finalmente incontrarlo. Non è indifferenza alla morte. Non è mancanza di affetto. È precisamente il contrario. È l’amore cristiano che sa piangere senza disperare.
Perché la carmelitana ha trascorso la vita desiderando l’Amato. Ha imparato a stare con Lui nella fede, senza vederlo. Ha imparato a cercarlo nel silenzio, a riconoscerlo nell’Eucaristia, nella Parola, nella comunità, nella solitudine, nella gioia e nella sofferenza. Ha imparato ad amarlo anche quando il sentimento taceva e rimaneva soltanto la fedeltà. E allora la morte, pur rimanendo un mistero e pur facendo male, assume una luce diversa.
L’Amato finalmente viene incontro all’amata. Questa è forse una delle immagini più belle per comprendere la morte nel Carmelo. La vita è stata un lungo cammino verso Dio. La morte è il momento nel quale, nella speranza cristiana, il cammino raggiunge la sua meta. Abbiamo cercato nella fede Colui che ora speriamo di contemplare faccia a faccia. Suor Agnese ha portato il nome “di Gesù” per tutta la sua vita religiosa. Ora possiamo affidarla a Lui, perché compia definitivamente ciò che quel nome già annunciava.
Agnese di Gesù è tornata a Gesù. C’è una logica profonda nella vocazione carmelitana: si entra nel monastero per cercare Dio, si rimane per imparare ad amarlo, si persevera per lasciarsi trasformare dal suo amore e, alla fine, si muore per incontrarlo. La clausura diventa così una scuola dell’eternità. Si impara a vivere senza vedere, per poter un giorno vedere ciò che si è creduto. Si impara a desiderare senza possedere, per arrivare al giorno nel quale il desiderio sarà finalmente compiuto.
Per questo oggi possiamo piangere, ma non siamo senza speranza. Sentiamo la mancanza di suor Agnese, ma nello stesso tempo possiamo ringraziare Dio per il dono della sua vita e della sua vocazione. La affidiamo alla misericordia del Padre e la accompagniamo con la preghiera della Chiesa. La sua ultima partenza è stata anche il suo ultimo “lasciare”. Ha lasciato la sua comunità, la sua cella, il suo monastero, il suo corpo segnato dalla malattia. Ma questa volta non è andata verso un’altra casa religiosa.
Questa volta è andata verso il Cielo. Non ha dovuto preparare una valigia. Non ha dovuto affrontare un altro trasferimento. È stato il Signore stesso a venire a prenderla. E allora il suo nome religioso sembra oggi rivelare fino in fondo il mistero nascosto della sua vocazione. Maria ha ricevuto un nome nuovo entrando nel Carmelo. Agnese di Gesù lo ha portato per sessantasei anni. Ora quel nome, che sulla terra era una professione di fede e di amore, noi lo contempliamo nella speranza del suo compimento eterno. Il Carmelo l’ha accompagnata fino alla soglia.
Ora è Gesù stesso ad abbracciarla. E forse, mentre noi qui rimaniamo ancora pellegrini, possiamo immaginare suor Agnese davanti al suo Signore: non più nella penombra della fede, non più nella fatica della malattia, non più nel limite del corpo, ma finalmente davanti all’Amato tanto desiderato. E allora comprendiamo perché, nel Carmelo, davanti alla morte di una sorella, insieme al dolore può esserci una festa.
Perché una carmelitana non muore lontano dalla meta. Una carmelitana muore andando incontro a Colui al quale ha donato tutta la sua vita. Oggi, dunque, non diciamo soltanto addio a suor Agnese. Diciamo con gratitudine: grazie. Grazie per una vita nascosta, per una vocazione perseverante, per una fedeltà che forse soltanto Dio conosce nella sua profondità. Grazie per la preghiera offerta per tanti, per l’attenzione ai giovani, per l’affetto verso le sorelle e i superiori, per quella presenza discreta che continuava a generare bene anche nella fragilità.
E mentre la comunità rimane ancora un poco sulla terra, possiamo consegnarla alle mani del Padre con le parole che sembrano racchiudere tutto il desiderio del Carmelo: «Mio Dio, mio Amore, mia vita, tutto è compiuto: ora vieni a prendermi». Sorella Agnese di Gesù, hai cercato il tuo Amato nella fede. Hai camminato verso di Lui nel silenzio, nella preghiera, nella vita fraterna, nel servizio, nella malattia e nell’attesa. Ora abbraccialo nell’eternità. E dal cielo, se Dio vorrà concederti questa grazia, continua a custodire il tuo Carmelo, le tue sorelle e tutti coloro che, sulla terra, stanno ancora imparando a dire con te: «Sono di Gesù, e Gesù è mio».
E forse è bello che a rivolgere a suor Agnese un ultimo saluto siano proprio quei giovani per i quali tante volte ha pregato, che ha ricordato davanti al Signore, che ha voluto conoscere e incoraggiare nel loro cammino. Ora sono loro, idealmente, a volerle restituire un ultimo abbraccio. E lo fanno proprio attraverso degli acrostici, come quelli che lei amava comporre.
Andiamo, sorella, è ora dell’incontro;
Giuseppina e le altre, è tempo di lasciare;
Nella notte sei andata a cantare l’Ufficio in cielo;
È terminata la tua notte buia e tenebrosa;
Splende, ora, il Sole di Giustizia;
Esulta e rallegrati, o Vergine, perché sei stretta alle braccia dell’Amato.
Sei una magnifica corona,
Unica e preziosa nella mano di Dio,
Ostia pura dolcemente immolata
Risorta per sempre con Cristo.
Madre mia cara Agnese,
Adesso tra le braccia di Gesù
Riposi e risplendi come fiaccola
Illuminata in eterno dal suo splendore
A lode e gloria della santa Trinità.
Altare candido su cui si è posato lo Spirito,
Gesù è stato il tuo Amore eterno,
Non smettere dal cielo di pregare per noi
E di accompagnarci nel nostro cammino,
Stella lucentissima di Gesù e di Maria
Eletta per sempre a contemplar l’Altissimo. Amen.









