Testi

Briciole di comunità 

Ordine Secolare Carmelitani Scalzi     Commissariato Sicilia

Notiziario n°12 Marzo 2019

Ci hai amato come un padre. in ricordo di padre Teresio

Caro p. Teresio, ogni volta che andavamo a Monte Carmelo ti trovavamo là, pronto ad accoglierci sorridente e gioioso, anche quando negli ultimi anni la malattia aveva limitato i tuoi movimenti e la sofferenza aveva scavato il tuo volto e asciugato il tuo fisico robusto. La tua non era un’accoglienza formale, ma scaturiva da sincero affetto, moto naturale di un cuore che palpitava per noi, membri della famiglia del Carmelo.
Alcuni di noi ti hanno conosciuto nelle varie comunità conventuali, col tuo slancio giovanile, il tuo amore alla Vergine Maria e a s. Teresina, la tua passione per la musica ed il canto.
Molti di noi custodiscono nel cuore le tue parole semplici ma profonde, il tuo fare bonario e paterno. Ti ricordiamo sempre presente alle celebrazioni a Monte Carmelo dell’Ordine Secolare, di cui sei stato anche Assistente a Carlentini e la tua presenza era per noi un’affettuosa testimonianza dell’attenzione per i Secolari Carmelitani. “Ci hai tanto amato e noi ti abbiamo tanto amato” ha scritto qualcuno di noi, e in questi ultimi
anni ci hai educato dalla cattedra della sofferenza e dell’offerta.
“Ho vissuto e amato il Signore senza se e senza ma” e “Sono fiero di essere un religioso Carmelitano Scalzo” sono espressioni del tuo lascito spirituale che noi, come figli, vogliamo accogliere e custodire.
Ora che la tua anima si è ricongiunta allo Sposo Divino per contemplare il Suo Volto in eterno, ti chiediamo di intercedere per il Carmelo; prega per noi Carmelitani Secolari, che tanto hai amato, perché possiamo vivere e testimoniare la nostra vocazione al Carmelo.

CORSO DI FORMAZIONE PER FORMATORI OCDS
Formarsi per formare
Enna 25 novembre 2018

Domenica 25 novembre presso i locali del Santuario S. Giuseppe ad Enna si è tenuto il primo incontro del Corso di Formazione OCDS tenuto da p. Calogero Guardì ocd. Erano presenti quasi tutti i rappresentanti delle comunità del Commissariato. Dopo la recita comunitaria delle Lodi della solennità di Cristo Re dell’Universo, guidata da p. Raimondo Amistadi, rettore del Santuario, il Relatore ha esordito dicendo che di fronte ad una realtà in continuo cambiamento, l’Ordine Secolare è chiamato a confrontarsi con alcune sfide: un mondo globalizzato, una famiglia disgregata, ecc. per cui non possiamo non tenerne conto quando qualcuno
bussa alla porta delle nostre comunità perché si sente chiamato al Carmelo.
È poi passato ad indicare alcuni punti fermi. Innanzitutto, il primato della grazia: il cristiano si inserisce nella vita spirituale e soprannaturale (v. S. Paolo) per cui la sua vita come battezzato è una vita che vive all’interno della Trinità.

In questa vita di grazia si innesta la vocazione al Carmelo che è vocazione all’ascolto di Dio (ascoltando Dio usciamo da noi stessi e accostandoci a Lui realizziamo noi stessi), alla preghiera (intesa come respiro dell’anima e alimento del nostro essere nella sua interezza), nascondimento, ad imitazione di Cristo che oggi celebriamo come Re dell’universo: Egli è Re non perché comanda, ma perché sostiene il mondo dall’alto della Croce, la Sua vita, nascosta al mondo, ha salvato il mondo.
Quando qualcuno si accosta al Carmelo il primo impatto è sempre emotivo, ma dopo bisogna chiarire: perché si è giunti al Carmelo? I Carmelitani sono persone di fede che cercano Dio, perché Dio deve avere il primato assoluto
nella nostra vita.


Quindi p. Calogero è passato ad indicare qual è il nostro ruolo come responsabili. L’Accostamento è un momento di informazione, ma è anche un momento di discernimento. Chi chiede di appartenere all’O.S. deve essere informato di ciò che si deve fare e che si vive. Questa formazione fa entrare in un mistero che non si può comprendere, ma che si va scoprendo pian piano, partecipi della bellezza di Dio.

Quando s. Teresa si trova davanti alle sfide del suo tempo, si domanda cosa può fare e decide di “vivere con la maggiore perfezione” i propri voti. Ed inizia la Riforma delle monache. In pratica vivere una vita inutile agli occhi del mondo, ma che trova soluzione nell’intimità con Dio nel silenzio e nella preghiera. In questa sede dobbiamo interrogarci: Noi, come Formatori, come Consiglio, come ci poniamo davanti alle sfide della società moderna? Cosa proponiamo a coloro che si accostano? Ricordiamoci che la responsabilità nelle varie tappe (Accostamento, Formazione temporanea,
Formazione pemanente, ecc) risiede nella Comunità OCDS locale (perché è la comunità che accoglie chi si accosta) di cui il Consiglio è espressione. È la comunità che deve essere educativa e quindi deve mettere ciascuno dei suoi membri in condizione di essere sempre dei “novizi”, dei “formandi”, in
continuo divenire, con la consapevolezza di essere tutti peccatori.


Infine, p. Calogero ha concluso con una domanda lasciata alla nostra riflessione: Quanto il patrimonio del Carmelo passa nel nostro quotidiano e nei nostri incontri locali e commissariali? La celebrazione della s. Messa ci ha visti tutti riuniti attorno all’altare davanti al quale troneggiava il S. Bambino Gesù di Praga (essendo il 25 del mese) nella sua veste regale.
Nel pomeriggio, dopo una fraterna condivisione, Delizia Amaradio, delegata per la formazione al Coordinamento Nazionale, ha relazionato riguardo al lavoro promosso dal Coordinamento stesso sulle schede del quaderno della formazione relativo all’Accostamento (assegnato all’OCDS del nostro Commissariato).
La preghiera finale ha concluso questo primo incontro sulla Formazione.

PEREGRINATIO DELLE RELIQUIE DI S. ELISABETTA DELLA TRINITÀ

Le reliquie di santa Elisabetta della Trinità hanno cominciato la loro visita delle varie comunità di Sicilia partendo dalla parrocchia carmelitana “Madonna delle Lacrime” e proseguendo il loro itinerario per alcune parrocchie della diocesi di Acireale e Catania,  il Santuario della Madonna delle lacrime a Siracusa dove è stata la celebrazione è stata presieduta dal vescovo mons. Salvatore Pappalardo, la comunità di Monte Carmelo, Ragusa, Chiaramonte, Comiso, Enna, Palermo, Pioppo e infine Partinico. Gli angeli custodi delle reliquie sono stati p. Paolo e p. Diego che in tutte le comunità hanno presentato la figura di Elisabetta della Trinità e animato momenti di preghiera. Ne riportiamo alcune foto

L’urna delle reliquie

“COSI’ HA RISPOSTO ALL’AMORE”
Anniversario della nascita della Beata Madre Candida dell’Eucaristia

Lo scorso gennaio, come di consueto per la Comunità delle Carmelitane Scalze di Ragusa, in occasione dell’anniversario della nascita della Beata Madre Candida dell’Eucaristia (16 gennaio 1884) e del presunto miracolo eucaristico (moltiplicazione delle particole durante la Santa Messa del 15 gennaio 2007),  nella chiesa del Monastero Santa Teresa si sono svolte le seguenti iniziative: la domenica 13 gennaio, a conclusione del tempo natalizio, il coro Jubilate Gentes diretto dalla Maestra Gianna Rizza si è esibito in un concerto di Natale, inserendo nel consueto repertorio anche canti eucaristici, come omaggio alla Beata Madre Candida.

            Lunedì 14 gennaio, la Prof.ssa Mariagrazia Licitra ha condiviso con gli amici della Comunità e l’OCDS di Ragusa una riflessione sulla spiritualità di Madre Candida. L’intervento della Prof.ssa è iniziato con la proiezione di un video sulla vocazione della Beata, Così ha risposto all’amore, realizzato dalla Comunità delle Carmelitane Scalze di Ragusa in occasione del I centenario dell’ingresso di Madre Candida nel Monastero Santa Teresa (25 settembre 1919). Poi ha proseguito prendendo lo spunto da una delle numerose immagini disseminate negli scritti della Beata. L’immagine, tratta dallo scritto autobiografico giovanile di Madre Candida (Nella stanza del mio cuore, pag. 108), è quella di Gesù nocchiero dell’anima. Scrive Madre Candida: “Una domenica fui sola alla sacra Mensa. Sentivo tutta la felicità di quell’azione che saziava la mia fame. Mi sorprese un fatto nuovo: mi parve che Gesù venisse in me come nocchiero lieto e amoroso dell’anima mia e si mettesse alla guida di essa. (…) Voglio lasciarmi guidare da Gesù ad occhi chiusi. Affido a Lui tutta la mia barchetta e sono certa che, non solo non mi lascerà naufragare, ma la guiderà a gonfie vele verso la meta: la santità, il cielo”.

La Prof.ssa Licitra ha sottolineato nel suo intervento l’attualità di questo messaggio anche per noi, che tante volte ci accostiamo alla Santa Comunione, senza pensare a questa presenza rassicurante di Gesù Eucaristia che scende nella nostra anima realmente, per beneficarci e illuminarci. Sta a noi cercare di essere docili e disponibili a quest’azione divina, e lasciarci guidare fiduciosamente, mettendo nelle mani del nostro abile nocchiero il timone della barchetta della nostra vita.

Dopo la riflessione, gli amici presenti hanno potuto prendere come promemoria un’immaginetta realizzata dalla Prof.ssa Licitra, rappresentante una barchetta, recante nel retro questo pensiero di Madre Candida: “O tu che attraversi il mare della vita, non andare solo! Tieni sempre con te il tuo dolcissimo ed unico Amico: Cristo Gesù!”. Infine, è stato esposto Gesù Eucaristia per un’ora di adorazione guidata dal Rev.do Don Gianni Mezzasalma, Parroco della parrocchia S. Giuseppe Artigiano.

            Martedì 15 gennaio, dodicesimo anniversario del presunto miracolo Eucaristico, dopo un’ora di adorazione Eucaristica guidata dal Rev.do Padre Renato della Madre di Dio, Priore della Comunità del Carmine, è stata celebrata la Santa Messa, presieduta dallo stesso Padre Renato, e animata dagli amici dell’Ordine Secolare Carmelitano.

             Mercoledì 16 gennaio, anniversario della nascita della Beata, è stata celebrata la Santa Messa, animata come di consueto dalla Comunità della parrocchia S. Francesco d’Assisi, del cui territorio fa parte il Monastero. A seguire, la Dott.ssa Mariagrazia Licitra ha condiviso la seconda riflessione sulla spiritualità di Madre Candida, dal titolo La gemma nel cuore, prendendo spunto da un’altra immagine tratta dallo scritto autobiografico giovanile di Madre Candida (Nella stanza del mio cuore, pag. 107): “Per quello che Gesù opera nel mio interno, mi è sembrato di avere dentro il petto una gemma splendente, con i suoi lucidi raggi. Una volta, stando raccolta dopo la S. Comunione a ringraziare Gesù, sentii come un sottile raggio passarmi il cuore”.

La Dott.ssa ha esordito indicando alcune delle tante caratteristiche delle pietre preziose che si possono applicare anche all’Eucaristia, come la purezza e la lucentezza. A proposito della lucentezza, è chiaro il riferimento che Madre Candida applica alla sua esperienza mistica del sottile raggio di luce che le passò il cuore dopo la Santa Comunione. La Licitra ha poi accostato a quest’immagine quella del vaso vuoto: “L’altro giorno sentivo il mio cuore proprio come un vaso completamente vuoto, capace di contenere solo Gesù. Come riempirlo?” (Nella stanza del mio cuore, pag. 111). Se noi ci impegniamo a fare spazio dentro di noi, accostandoci alla Santa Comunione potremo acco-

gliere Gesù come unica pietra preziosa, capace di illuminare le tenebre del nostro cuore e riempire ogni nostro vuoto. Anche alla fine di questa riflessione, la Dott.ssa Licitra ha fatto dono agli amici presenti di un ricordo della serata: un piccolo vaso, con una gemma all’interno, simbolo del nostro cuore colmo del tesoro prezioso che è Gesù Eucaristia.

            Arricchiti da queste belle esperienze è nata spontanea la preghiera per chiedere la grazia della Canonizzazione della Beata, affinché tutta la Chiesa possa arricchirsi di questi beni spirituali.   

                                                                                                 Le carmelitane scalze di Ragusa

La prof.ssa Licitra Maria Grazia

La spiritualità nella coppia “Amarsi in Dio… Cammino di santità in coppia”

Giorno 24 febbraio presso Monte Carmelo si è tenuto un incontro dal titolo “La spiritualità nella coppia”. Erano invitate tutte le coppie interessate a camminare insieme verso la santità.

La mattina, dopo un breve momento di preghiera, padre Mario Cascone, parroco di Vittoria, ha tenuto una relazione sul tema. I punti salienti da lui toccati sono stati i seguenti:

– Nel tempio della coppia è presente la Trinità (Dio amore). Il Padre è l’eterno amante, il Figlio è l’eterno amato e lo Spirito Santo è l’eterno amore. Come le tre persone della Trinità stanno insieme in un circolo d’amore infinito, così Dio ha creato la famiglia per costituire un mondo dove nessuno si senta solo.

– La famiglia è il luogo dove si esercitano nel massimo grado le quattro virtù cardinali (giustizia, fortezza, prudenza e temperanza).

– La famiglia è il luogo dove i coniugi dovrebbero trovare momenti di preghiera comune, perché è dalla preghiera che si può trovare la forza per superare le difficoltà che si possono presentare nella vita di coppia o nella famiglia.

Dopo la relazione di p. Cascone c’è stata la celebrazione eucaristica, durante la quale si è proceduto al rinnovo delle promesse matrimoniali. Si è trattato di un bel momento.

Dopo aver consumato insieme il pranzo a sacco, il pomeriggio è stato caratterizzato da una testimonianza di vita coniugale vissuta alla sequela di Cristo e da un incontro conclusivo tenuto da p. Paolo, seguito dalla condivisione libera di chi voleva comunicare la propria impressione della giornata o dare una testimonianza del modo in cui viene vissuta la fede all’interno della coppia o della famiglia.

La testimonianza iniziale è stata data dallo scrivente le presenti note e dalla moglie Laura Amaradio. Il punto fondamentale della nostra testimonianza consiste nell’aver preso coscienza, prima singolarmente e poi in coppia, della nostra vocazione cristiana, carmelitana ed ecclesiale.

Gesù ci ha chiamato al Carmelo e la nostra vocazione è la risposta che come singoli e come coppia abbiamo dato mettendoci alla sua sequela. Al centro della nostra vita di coppia e famigliare c’è la Parola di Dio, la quale dà forza nell’affrontare e nel superare le difficoltà che nel corso degli anni possono esserci e, allo stesso tempo, dona la capacità di essere fecondi portando agli altri i doni che Dio fa attraverso la sua Parola. Lo studio e la meditazione della Parola così diventano preghiera, cioè rapporto intimo con Dio.

Al termine della nostra testimonianza, l’intervento di p. Paolo vuole scendere più sul concreto, toccando anche le pieghe più nascoste o i nervi più scoperti del rapporto di coppia, utilizzando anche i contributi che vengono dalle scienze umane, in particolare dalla psicologia.

Dopo alcuni interventi di condivisione, ci siamo salutati fraternamente, tornando alle nostre case con la certezza di essere stati arricchiti gli uni dagli altri.

                                                                  Antonio Cannino ocds

LA MIA VOCAZIONE AL CARMELO?
UNA CHIAMATA PENSATA DA SEMPRE…

Quando mi è stato proposto di condividere la mia vocazione al Carmelo, ho avuto qualche titubanza e reticenza per la mia proverbiale riservatezza e poca inclinazione a parlare di me, ma poi, riflettendoci di più, proprio per questi motivi, ho voluto accettare questa piccola sfida, affinché non fossi io a parlare, ma l’azione di Dio nella mia vita, ciò che di grande Dio sa fare nelle piccole vite di ognuno di noi.

La mia conoscenza della spiritualità carmelitana è nata ad Enna, presso il santuario di san Giuseppe dove sono presenti i padri carmelitani e presso il monastero di san Marco, dove, fino a qualche tempo fa, erano ancora presenti le monache carmelitane scalze. Sicuramente importante per la mia crescita umana e spirituale è stata l’esperienza di gruppo con altri compagni che volevano conoscere Gesù, vissuta in seno al santuario durante l’adolescenza.

Come ci sono arrivata, per quali strade vi sono giunta, un po’ trascinata da qualche compagna di gruppo, un po’ per “caso” …non saprei dirlo, né ha tanta importanza più del fatto che, da quando vi sono entrata, non ne sono più uscita! Io vi stavo bene, avevo subito trovato la “mia casa” ….

 E oggi posso dire, a distanza di tanti anni, che ho avuto subito la grazia di trovare quel posto che il Signore aveva pensato per me da sempre! Da ragazza adolescente ad oggi ho iniziato e intrapreso un percorso e un cammino tutt’altro che semplice e lineare, anzi abbastanza travagliato, pieno di dubbi, domande, ribellioni.

Quante volte ho messo in discussione quello che il Signore mi proponeva, quante volte Gli ho girato le spalle, cercando anche nuove esperienze, non solo umane, ma anche spirituali, in altri gruppi, in altre chiese o altro…! Ma ovunque andavo, mi sentivo sempre una turista occasionale, perché io, in verità, la mia “casa” già l’avevo e lì solamente, sapevo, avrei trovato quello che cercavo.

Ogni percorso, però, deve anche confrontarsi con altre dimensioni per essere verificato e accertato…e per me è stato proprio così! Altri tipi di esperienze non riuscivano a darmi quell’”essenzialità” che il mio cuore cercava e che solo al Carmelo avevo trovato…! Ecco proprio questo mi ha portato al Carmelo: vivere una spiritualità che guarda all’essenziale, al cuore dell’uomo, in un’intimità con Dio che mi propone un rapporto vero, forte, passionale e da lavorarci su per farlo crescere…

Un altro elemento importante per la verifica della mia vocazione carmelitana è stato leggere e meditare le opere di santa Teresa di Gesù, di san Giovanni della Croce e dei santi del Carmelo, parole in cui ritrovavo me stessa e ciò che volevo, una vera e propria sintonia spirituale…

Questo mio cammino e questo mio discernimento, nel corso del tempo, senza non poche difficoltà, mi hanno condotto nell’Ordine secolare carmelitano, entro cui sono passati 14 anni dalla mia Professione definitiva, ma in verità io e Lui sappiamo bene che non sono altro che nel posto che Egli ha da sempre ha pensato per me…!

Rendo grazie a Dio della sua azione nella mia vita e della vocazione al Carmelo che, come un tesoro, mi ha donato!

                                                                                                   Simona F. ocds Enna

Chicchi di melograno

Torniamo ancora, con il cuore, a Santa Elisabetta della Trinità; la peregrinatio delle sue reliquie ci ha offerto la possibilità di averla anche fisicamente vicina, per qualche giorno almeno.

Adesso ritroviamo quella gioia di pregarle accanto, riaccostandoci ai suoi scritti!

Torniamo alla Lettera n. 228, è una lettera scritta da Elisabetta nell’aprile del 1906, dunque pochi mesi prima di morire.

            È indirizzata alla sorella Guite e si tratta di un vero e proprio testamento spirituale. Anche noi, quali suoi sorelle e fratelli nello Spirito, possiamo accogliere queste sue parole come rivolte direttamente a ciascuno di noi.                                                                                 

                                                                                                                                      Elisa F.

Cara sorellina,

non so se è venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre mio, perché sto assai meglio e la santina di Beaune[1] sembra volermi guarire: ma vedi, talvolta mi pare che l’Aquila divina voglia piombare sulla sua piccola preda per trasportarla là dove è lui: nella luce abbagliante! Ti sei sempre saputa dimenticare per la felicità della tua Elisabetta e sono sicura che, se me ne volassi via, sapresti rallegrarti del mio primo incontro con la divina bellezza.

Quando il velo cadrà, con quale gioia mi inabisserò fin nel segreto del suo volto! È qui che passerò la mia eternità. Nel seno di questa Trinità che già fu la mia dimora quaggiù sulla terra; pensa, Guite, poter contemplare nella sua luce gli splendori dell’essere divino, scrutare le profondità del suo mistero, essere fusi con Colui che si ama, cantare senza tregua la sua gloria e il suo amore, essere simili a lui perché lo si vede come Egli è.

         … Sarei felice, sorellina, di andare lassù per essere il tuo angelo. Come sarei gelosa della bellezza della tua anima già tanto amata sulla terra!

Ti lascio la mia devozione per i Tre (all’amore)! Vivi al di dentro con essi. Il Padre ti coprirà della sua ombra, mettendo come una nube tra te e le cose della terra, per conservarti tutta sua, ti comunicherà la sua potenza perché lo ami con un amore forte come la morte.

Il Verbo imprimerà nella tua anima come in un cristallo l’immagine della sua propria bellezza perché tu sia pura della sua purezza, luminosa della sua luce. Lo Spirito Santo ti trasformerà in una lira misteriosa che nel silenzio, sotto il suo tocco divino, produrrà un cantico magnifico all’amore.

Allora sarai “la lode alla sua gloria”. È quello che io avevo sognato di essere sulla terra. Tu mi sostituirai.

Io sarò “laudem gloriae” davanti al trono dell’Agnello e tu “laudem gloriae” nel centro della tua anima. Questo, sorellina, sarà sempre “l’uno” tra di noi. Credi sempre all’amore.

Se hai da soffrire, pensa che sei più amata ancora e canta sempre “grazie”.

È così geloso della bellezza della tua anima! Non guarda che a questo.

…Pregherai per me: ho offeso il Maestro più che tu non creda, ma soprattutto digli grazie per me, un Gloria tutti i giorni. …

Addio, quanto ti amo, sorellina! Forse andrò presto a perdermi nel focolare dell’amore. In cielo o in terra, che importa? Viviamo nell’amore e per glorificare l’amore!


1la ven. Margherita del S.S. Sacramento, religiosa carmelitana di Beaune (1619-1648). Il 10 dicembre 1905 S. Pio X promulgò il decreto sulla eroicità delle sue virtù. Essendo in corso il processo di beatificazione, le Carmelitane di Digione si erano rivolte con fervore a lei per ottenere la guarigione di S. Elisabetta.

Relazione di padre Paolo per il Ritiro zonale OCDS

«Coraggio… alzatevi e levate lo sguardo» L’avvento ostensorio delle nostre speranze secondo la dottrina di Giovanni della Croce

1.  Il tempo dell’avvento

Le Costituzioni dell’OCDS affermano che il secolare Carmelitano deve vivere nell’ossequio di Gesù Cristo, imitando la sua Vergine Madre, per giungere alla misteriosa unione con Dio attraverso la contemplazione e l’attività apostolica, dando maggior importanza in particolare alla preghiera che deve essere nutrita dalla Parola di Dio e dalla Liturgia (cfr. Costituzioni OCDS, 9).

Il legislatore ha affermato questo facendosi forte dell’assioma presente nella Chiesa lex orandi, lex credendi.   

La Lex orandi, lex credendi, traducibile, dal latino, con “ la legge della preghiera è la legge del credere “oppure “il contenuto della preghiera è il contenuto della fede”, si riferisce alla relazione tra il culto e la fede.  Il principio Lex orandi, lex credendi, anche se non formalmente formulato, era in pratica la principale fonte per fissare i contenuti della fede. Questo principio nella teologia cattolica ha un grande prestigio perché permette di esplorare quale fosse il credo delle prime comunità cristiane. Riflesso di questa considerazione si nota anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica che nel n. 1124 recita: “La fede della Chiesa precede la fede del credente, che è invitato ad aderirvi “. Quando la Chiesa celebra i sacramenti, confessa la fede ricevuta dagli Apostoli. La legge della preghiera è la legge della fede, la Chiesa crede come prega. La liturgia è un elemento costitutivo della santa e vivente “Tradizione”.

1.2. La liturgia

La nostra liturgia è una scuola di preghiera? Un altro spazio, un’altra preziosa fonte per crescere nella preghiera? Una sorgente viva in relazione alla parola di Dio è la liturgia, la quale è «servizio da parte del popolo in favore del popolo».

«Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre, il pane della vita e il calice della salvezza, e ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale» (Preghiera Eucaristica, II).

Per una chiara identità carismatica dobbiamo ricordarci che alla base della nostra vocazione vi è il battesimo e per tale motivo siamo chiamati a esercitare il munus profetico, sacerdotale e regale di Cristo (C Ocds 2). La liturgia diventa il luogo privilegiato dell’incontro tra Dio e l’uomo (CCC 1153). La mente concordi con la voce: Mens concordet voci, assioma che viene vissuto nella liturgia quando all’inizio del prefazio diciamo: Sursum corda: in alto i nostri cuori (Benedetto XVI, Udienza 26 settembre 2012).

1.2.1. La struttura del Messale di Paolo VI

Possiamo chiederci allora come preghiamo, o cosa diciamo nella liturgia nel tempo di avvento?

Innanzitutto carattere propriamente liturgico dell’avvento è la preparazione al Natale, è l’Avvento che celebra la venuta gloriosa di Cristo (avvento escatologico).

Dal messale di Paolo VI del 1983 ci accorgiamo che l’Avvento è strutturato in due tempi:

a) dalla prima domenica fino al 16 dove l’eucologia ha posto maggiore evidenza all’attesa gloriosa del Cristo.

b) dal 17 al 24 dicembre tutti i testi sono indirizzati direttamente alla preparazione del Natale.

Nel Prefazio dell’Avvento II, dove celebriamo l’attesa gioiosa del Cristo sono presenti le tre figure emergenti di questo periodo: Isaia, Giovanni battista e la B. V. Maria.

«Egli fu annunziato da tutti i profeti (Isaia),
la Vergine Madre l’attese e lo portò in grembo
con ineffabile amore,
Giovanni proclamò la sua venuta
e lo indicò presente nel mondo.
Lo stesso Signore, che ci invita a preparare il suo Natale,
ci trovi vigilanti nella preghiera, esultanti nella lode».

a) Isaia è il testo liturgico che predomina in tutto il periodo dell’Avvento, perché è stato il profeta che ha posto maggior eco alla speranza nell’attesa messianica, la quale ha confortato il popolo durante i duri secoli della sua storia.

b) Giovanni Battista è l’ultimo dei profeti dell’AT; è diventato il segno dell’intervento di Dio per il suo popolo; quale precursore del Messia ha la missione di preparare le vie del signore (Is 40,3), di offrire a Israele la conoscenza della salvezza (Lc 1,77-78) e soprattutto di indicare Cristo già presente in mezzo al suo popolo (Gv 1,29-34).

c) L’Avvento, infine, è il tempo liturgico nel quale si pone felicemente in rilievo la relazione e la cooperazione di Maria al mistero della redenzione. Non è esatto, però, chiamare l’Avvento il miglior mese mariano proprio perché questo tempo liturgico è essenzialmente la celebrazione del mistero della venuta del Signore, mistero al quale è particolarmente legata la cooperazione di Maria.

Maria primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali attendono la salvezza da lui, per il suo “ sì”Dio assunse la natura umana, per liberare l’uomo dal peccato con i misteri della sua carne (LG55).

Maria è la figlia di Sion perché in lei culmina l’attesa messianica; questa attesa in lei si raccoglie in un’aspirazione più ardente, in una preparazione spirituale maggiore della venuta del Signore.

L’Avvento ricorda la divina maternità di Maria, nel cui grembo il Verbo assume la nostra condizione umana. La solennità dell’Immacolata Concezione della B. V. Maria ci ricorda che lei è il prototipo dell’umanità redenta. San Giovanni della Croce ci propone Maria come Modello dell’anima che vuol salire alle vette del Monte Carmelo, esorta i carmelitani a imitare Colei che per prima ha vissuto l’unione più intima con Dio. Il N.S. Padre Giovanni si rifà all’Istituzione dei primi monaci. L’Immacolata per Giovanni della Croce è Colei che ha  unito l’anima con Dio nel modo più intimo, e nei suoi scritti afferma: «Da principio Maria fu elevata a questo altissimo stato». Se i santi raggiungono la meta dell’unione con Dio, la Vergine Maria fu elevata a questo stato all’inizio della sua vita spirituale.

1.2.2. I testi eucologici del tempo di Avvento

La liturgia nel Messale Romano contempla ambedue le venute di Cristo in intimo rapporto fra loro. La nascita di Gesù prepara l’incontro definitivo con lui.

Siamo così di fronte al mistero dell’unica venuta nel senso che la prima è iniziata già, ciò che verrà sarà portato a compimento nella seconda. Un esempio chiaro è la Colletta che preghiamo nella Messa vespertina della vigilia di Natale: «O Padre, che ogni anno ci fai vivere nella gioia questa vigilia del Natale, concedi che possiamo guardare senza timore, quando verrà come giudice, il Cristo tuo Figlio che accogliamo in festa come Redentore. Egli è Dio e vive e regna con te …».

Nel Prefazio dell’Avvento I, che recita il presidente dell’assemblea dalla prima domenica d’Avvento fino al 16 afferma:

«Al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana 
egli portò a compimento la promessa antica, 
e ci aprì la via dell’eterna salvezza.
Verrà di nuovo nello splendore della gloria, 
e ci chiamerà a possedere il regno promesso 
che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa».

Nella liturgia dell’Ufficio delle ore abbiamo incontrato, all’inizio della prima settimana di Avvento, nella seconda lettura, il Discorso 4 sull’Avvento di San Bernardo, abate  († 1153).

Nella storia della teologia occidentale, Bernardo di Chiaravalle († 1153) ha una grande importanza per la sua dottrina del triplice Avvento, cioè delle tre venute di Gesù Cristo. Egli la espone soprattutto nelle sue Omelie. Così si esprime:

«Conosciamo una triplice venuta del Signore. Una venuta occulta si colloca infatti tra le altre due che sono manifestate. Nella prima il Verbo fu visto sulla terra e si intrattenne con gli uomini, quando, come egli stesso afferma, lo videro e lo odiarono. Nell’ultima venuta «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio» (Lc 3, 7) e vedranno colui che trafissero (cfr. Gv 19, 37). Occulta è invece la venuta intermedia, in cui solo gli eletti lo vedono entro se stessi, e le loro anime ne sono salvate… Ma perché ad alcuno non sembrino per caso cose inventate quelle che stiamo dicendo di questa venuta intermedia, ascoltate lui: Se uno mi ama, dice conserverà la mia parola: e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui (cfr. Gv 14,23)» (Dalla liturgia delle Ore, I, Città del Vaticano 1975, 164-165).

San Bernardo parla della terza venuta o venuta intermedia, che è molto importante per la nostra vita cristiana. Con tale espressione, Bernardo pensa alla venuta quotidiana del Signore nel nostro cuore, (per esempio nella Santa Eucaristia), all’inabitazione del Cristo in noi, o come ha detto a proposito del Natale (la nascita di Dio nel nostro cuore):

«Pertanto, allo stesso modo che, per compiere la salvezza al centro della terra, egli è venuto una sola volta nella debolezza della carne, in modo visibile, – spiega San Bernardo – così, per salvare ogni anima individualmente, egli viene ogni giorno, e ciò nello Spirito e in modo invisibile», e aggiunge, «Questa sua venuta intermedia farà in modo che “come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste” (1 Cor 15, 49). Come il vecchio Adamo si diffuse per tutto l’uomo occupandolo interamente, così ora lo occupi interamente Cristo, che tutto l’ha creato, tutto l’ha redento e tutto lo glorificherà».

La terza venuta o la venuta intermedia è già presente, nella celebrazione eucaristica attraverso la preghiera del Prefazio IA, si recita:

«Tu ci hai nascosto il giorno e l’ora,
in cui il Cristo tuo Figlio,
Signore e giudice della storia,
apparirà sulle nubi del cielo
rivestito di potenza e splendore.
In quel giorno tremendo e glorioso
passerà il mondo presente
e sorgeranno cieli nuovi e terra nuova.
Ora egli viene incontro a noi
in ogni uomo e in ogni tempo,
perché lo accogliamo nella fede
e testimoniamo nell’amore.

1.3. La teologia dell’avvento

L’Avvento è il tempo liturgico nel quale viene fortemente evidenziata la “dimensione escatologica”: Dio ci ha riscattati per la salvezza (cfr. 1 Tes 5,9) salvezza che godremo pienamente alla fine dei tempi (cfr. 1 Pt 5,5).

La storia è il luogo dell’attuarsi delle promesse di Dio ed è protesa verso il giorno del Signore (cfr. 1 Cor 1,8; 5,5).

Cristo è venuto nella carne, apparirà glorioso alla fine dei tempi ma viene ogni giorno nell’anima dell’orante per salvarlo individualmente.

1.4. La spiritualità dell’avvento

Bisogna che ciascuno di noi viva alcuni atteggiamenti essenziali e tipici di questo tempo liturgico  che sono: l’attesa vigilante, la speranza e la conversione.

♦ L’avvento celebra il “Dio della speranza” (Rom 15,13) e vive la gioiosa speranza (cfr. Rom 8,24-25).

♦ L’attesa vigilante e gioiosa. Ora vediamo “come in uno specchio” ma verrà il giorno in cui “vedremo faccia a faccia” (1 Cor 13,12). La Chiesa vive questa attesa nella vigilanza e nella gioia. Perciò prega “maranatha: Vieni Signore Gesù” (Ap. 22, 17. 20)

♦ La venuta di Dio in Cristo richiede una continua conversione; la novità del Vangelo è una luce che richiede un pronto e deciso risvegliarsi dal sonno (Rom 13,11-14). Inoltre il tempo liturgico che stiamo vivendo oltre a invitarci ad una conversione ci invita a preparare le vie del Signore e accogliere il Signore che viene. Infine ci educa a vivere l’atteggiamento dei poveri di Ihwh, miti, umili, disponibili, coloro che Gesù proclama beati.

2. “Il Dio della Speranza” e la “gioiosa speranza” nella Scrittura e nel Magistero

2.1. Per non dare niente di scontato

2.1.1. Passi biblici di riferimento

· Rom 8,24-25: «Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con pazienza». 

«Spe Salvi facti sumus» – nella speranza siamo stati salvati, dice san Paolo. La nostra redenzione che ci è stata data in Cristo di cui il sigillo è il dono dello Spirito. San Paolo nell’affermare che «nella speranza» siamo stati salvati sta annunciando che la nostra redenzione sarà manifestata nel futuro, ciò che ora è nascosto ma che già da adesso è realtà.

Giovanni della croce, per un’altra circostanza utilizzò la metafora del vaso d’oro. Egli dice che Dio ci ha fatto un regalo, una bella coppa d’oro, ma , oggi ai nostri occhi l’oro è velato da una patina d’argento. Nonostante ai nostri occhi sia di colore argentato, il calice nella sua essenza è d’oro; a questo calice, nel futuro quando Dio si manifesterà a noi apertamente, sarà tolta la patina d’argento e la vedremo d’oro.

Con il termine «pazienza» si intende perseveranza, costanza. Questo saper aspettare, sopportando pazientemente le prove, è necessario al credente per poter « ottenere le cose promesse » (cfr 10,36). Nella religiosità dell’antico giudaismo questa parola veniva usata espressamente per l’attesa di Dio caratteristica di Israele: per questo occorre perseverare nella fedeltà a Dio, sulla base della certezza dell’Alleanza, in un mondo che contraddice Dio. Così la parola indica una speranza vissuta, una vita basata sulla certezza della speranza. Nel Nuovo Testamento questa attesa di Dio, questo stare dalla parte di Dio, assume un nuovo significato: in Cristo Dio si è mostrato. Ci ha ormai comunicato la «sostanza» delle cose future, e così l’attesa di Dio ottiene una nuova certezza. È attesa delle cose future a partire da un presente già donato. È attesa, alla presenza di Cristo, col Cristo presente, del completarsi del suo Corpo, in vista della sua venuta definitiva» (Benedetto XVI, Spe Salvi). La pazienza, di cui noi cristiani dobbiamo rivestirci, consiste appunto in questo : che noi non andiamo dietro a nessun’altra cosa, a nessun’altra promessa, che ci si presenti prima e si mostri più facile, ma che noi regoliamo lo sguardo sulla venuta della vera promessa. La speranza dei cristiani riserva il primo posto al Signore che verrà.

· Rom 15,13: «Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo». 

L’augurio dell’Apostolo suggella le sue esortazioni. “Gioia”, “pace”, “fede”, “speranza”, “forza dello Spirito Santo” sono concetti salvifici di grande peso. Essi hanno il compito di esporre ciò che Paolo può esigere dalla sua comunità solo in virtù di Gesù Cristo. Perché, in Gesù Cristo, Dio si è manifestato come il Dio della speranza. Questa designazione così breve, ma così pregnante, serve a far comprendere che coloro che credono in Gesù Cristo hanno incontrato Dio. Infatti da Gesù è stata loro concessa la speranza, che non solo ci rende capaci di attendere con pazienza il perfezionamento della nuova redenzione, ma anche fa loro sperimentare già sin d’ora come “gioia” e “pace”.

In Gesù di Nazareth il futuro non è più promesso, ma dato; non va più atteso, ma accolto, in quanto –  e questa la novità sconvolgente – «Il regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21). La speranza nei vangeli riceve una connotazione cristologica, che affiora continuamente nella predicazione dello stesso Gesù. Dopo la pasqua, la speranza subisce una dilatazione escatologica del mistero pasquale: ciò che è avvenuto in Cristo avverrà per tutti «quelli che sono in Cristo» (1 Cor 15,23). Nella pasqua il regno di Dio è finalmente dato all’uomo come possibilità, offerta nella decisione, di ricevere la salvezza nella partecipazione alla vittoria di Cristo. La risurrezione di Cristo è pegno della vita nuova, che è data all’uomo alla condizione del già e non ancora.

2.1.2. La speranza nel Catechismo della chiesa Cattolica

1817 La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci, non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo. Lo Spirito è stato «effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, Salvatore nostro, perché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna» (Tt 3,6-7).

1818 La virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; Lo slancio della speranza preserva dall’egoismo e conduce alla gioia della carità.

1820La speranza cristiana si sviluppa, fin dagli inizi della predicazione di Gesù, nell’annuncio delle beatitudini. Le beatitudini elevano la nostra speranza verso il cielo come verso la nuova Terra promessa; ne tracciano il cammino attraverso le prove che attendono i discepoli di Gesù. Ma per i meriti di Gesù Cristo e della sua passione, Dio ci custodisce nella speranza che «non delude» (Rm 5,5). La speranza è l’«àncora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra là » «dove Gesù è entrato per noi come precursore» (Eb 6,19-20).

1821 Noi possiamo, dunque, sperare la gloria del cielo promessa da Dio a coloro che lo amano (cfr. Rm 8,28-30) e fanno la sua volontà (cfr. Mt 7,21). In ogni circostanza ognuno deve sperare, con la grazia di Dio, di perseverare sino alla fine (cfr. Mt 10,22) e ottenere la gioia del cielo, quale eterna ricompensa di Dio per le buone opere compiute con la grazia di Cristo. Nella speranza la Chiesa prega che «tutti gli uomini siano salvati» (1 Tm 2,4). Essa anela ad essere unita a Cristo, suo Sposo, nella gloria del cielo:

«Spera, anima mia, spera. Tu non conosci il giorno né l’ora. Veglia premurosamente, tutto passa in un soffio, sebbene la tua impazienza possa rendere incerto ciò che è certo, e lungo un tempo molto breve. Pensa che quanto più lotterai, tanto più proverai l’amore che hai per il tuo Dio e tanto più un giorno godrai con il tuo Diletto, in una felicità ed in un’estasi che mai potranno aver fine» (Teresa di Gesù, Esclamazione dell’anima a Dio, 15, 3).

2.1.3. La speranza nel magistero di Benedetto XVI

Papa Benedetto nella sua enciclica Spe salvi ci ha insegnato cosa si deve intendere per speranza cristiana che possiamo così riassumere: fede e speranza sono termini interscambiabili ed equivalenti. In 1Pt 3, 15 siamo invitati a rendere ragione della speranza che è in noi, cioè della nostra fede, di ciò in cui crediamo. Coloro i quali sono senza fede, senza Dio, sono senza speranza, e i credenti non devono affliggersi come coloro che sono senza la speranza (Cfr. Ef 2, 12; 1 Ts 4, 13). Questa speranza è annunciata dal vangelo il cui contenuto non è solo un sapere “informativo”, ma anche “performativo”, cioè una comunicazione che produce fatti e cambia la vita”(2). Giungere a conoscere Dio significa ricevere speranza (3).

Cristo è presentato nell’enciclica come il vero filosofo che dice la verità sulla vita e sulla morte, che indica la strada all’uomo perché egli sia veramente uomo, che accompagna come pastore sempre l’uomo, anche quando deve attraversare il duro sentiero della morte, per indicargli la via della vita (6).

In Eb 11, 1 si dice che la fede è sostanza delle cose che si sperano. Con Tommaso questa fede è un habitusper il quale “la vita eterna prende inizio in noi” e fa sì che la ragione consenta a ciò che ancora non vede. Qui sostanza sta a indicare qualcosa di oggettivo, dunque una presenza, una presenza che crea certezza: è una prova oggettiva, non una semplice convinzione soggettiva. La fede non è un semplice protendersi verso le cose future, ma è già una forma della loro appartenenza, la fede ci dà concretamente qualcosa della realtà promessa (7).

In Eb 10, 34 si dice dei cristiani carcerati che sono stati spogliati delle loro sostanze (hyparchonton) in vista di beni (hyparxin) migliori. Ne consegue che il sostentamento materiale è niente in confronto alla sostanza che dà la fede, la quale consente la vita nuova e ci libera dalle schiavitù materiali.

«Potevano abbandonarla, perché avevano trovato una ‘base’ migliore per la loro esistenza – una base che rimane e che nessuno può togliere. La fede conferisce alla vita una nuova base, un nuovo fondamento sul quale l’uomo può poggiare e con ciò il fondamento abituale, l’affidabilità del reddito materiale, appunto, si relativizza. Si crea una nuova libertà di fronte a questo fondamento della vita che solo apparentemente è in grado di sostentare, anche se il suo significato normale non è con ciò certamente negato.

La fede cristiana porta naturalmente con sé il credere ad una vita eterna, il papa si chiede se oggi sia un effettivo desiderio quello di una vita eterna. Sembra piuttosto che gli uomini cerchino la vita presente, piuttosto che quella futura (10-11).

Il futuro resta incerto, dunque meglio concentrarsi nel presente. Eppure per il credente la vita eterna indica il totale e definitivo appagamento, un oceano infinito di amore (12).

3. La Speranza di san Giovanni della Croce

3.1. La Speranza nel Cantico Spirituale

Dopo questa lunga premessa possiamo chiederci come Giovanni della Croce ha vissuto questa speranza.

«Dove ti nascondesti, Amato, lasciandomi gemente? Come il Cervo fuggisti, avendomi ferita. Uscii dietro invocando, e tu eri sparito» (C Strofa 1). In questa strofa troviamo l’esperienza dell’orante che ha incontrato il Signore Gesù facendone un’esperienza di grazia. Questo incontro, causato dall’urto dell’abisso della miseria dell’uomo contro l’abisso della misericordia divina, ha provocato una ferita mortale nell’anima dell’orante. Quest’ultimo intuisce che tutto ciò che è di questo mondo è nulla di fronte all’amore che ha gustato di Dio, nessun affetto, nessun appetito potrà mai uguagliarlo. L’anima intuisce che occorre uscire da se stessi, spogliandosi dell’uomo vecchio e rivestendosi di Cristo, assimilando tutti i suoi sentimenti attraverso la virtù della speranza potrà sollevare lo sguardo a Dio, fino alla conquista della perfetta speranza o possesso di Dio.

La speranza dunque è la virtù dell’attesa per Giovanni della Croce.

Tutto il Cantico Spirituale è dominato dalla ricerca dell’Amato. Una ricerca che è richiesta per i principianti (strofe 1-12), i proficienti (strofe 13-26) e i perfetti (strofe 27-35). Una ricerca che finirà solo quando lo vedremmo faccia a faccia.

Prima di addentrarci nel commento alle strofe che presenteremo, vorremmo riflettere da che cosa nasce il desiderio e la differenza sostanziale tra bisogno e desiderio.

Da che cosa nasce il desiderio? Tutti sanno che cos’è, come emozione, quando lo provano. Eppure molti ne lamentano l’assenza, la scarsa intensità, e cercano di accenderlo con droghe e stimoli sempre più trasgressivi. Dal punto di vista psicologico, il centro del desiderio umano è l’assenza (“mi manchi…”). Il desiderio ha allora una duplice funzione: riparativa, rispetto al dolore dell’assenza, ed espressiva, che porta a cercare di ricreare il benessere, la felicità, la soddisfazione sognati o già vissuti (Alessandra Graziottin, Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano).

Per poter comprendere meglio le parole della dottoressa, dobbiamo rifarci alla etimologia della parola desiderio, dal latino de-siderio, assenza di stelle.

Molto spesso bisogno e desiderio, due parole così belle ed importanti, nel linguaggio comune vengono utilizzate come sinonimi. Immagino che sia capitato a tutti noi di affermare con la stessa accezione: “ho bisogno di riposare” o “desidero riposare”.

Proverò a descrivere quali sono le differenze sostanziali. Quello che ho capito, in sintesi, è questo: il bisogno è qualcosa che parte dal corpo, nasce da una spinta interna. Questa spinta si può attivare sia da bisogni primari ad esempio: mangiare, bere, dormire, scaldarsi, sia da bisogni secondari, meno urgenti, come il bisogno di avere una bella casa, un lavoro… Il bisogno parte da un oggetto che manca ed attiva un comportamento concreto per ottenerlo. Il risultato sarà il piacere per averlo ottenuto o la frustrazione per non esserci riusciti. Il ciclo del bisogno quindi si esaurisce nel soddisfacimento di una esigenza, più o meno importante. E poi si riparte con un nuovo bisogno e una nuova soddisfazione…

Il desiderio ha invece una radice diversa, non è una mancanza che sta nel corpo, ma è una mancanza che sta fuori dal corpo, e non è la mancanza di un oggetto, sostanza o comportamento concreto, ma un vissuto, un processo, un’azione psichica che tende verso qualcosa. Il desiderio non ci porta alla soddisfazione immediata di qualcosa e nemmeno ci lascia immobili in attesa di qualcosa. È una spinta che ci mette in cammino verso una determinata direzione.

A questo punto vorrei fare un esempio concreto che mi consente di raccontare meglio ciò che ho compreso di questi due termini e spero possa aiutare chi legge a capire verso cosa ci spinge il desiderio, la direzione verso la quale ci porta.

Quando iniziamo una relazione sentimentale, l’altro è visto da noi come una persona che può soddisfare un nostro bisogno, ad esempio di compagnia, di affetto, un bisogno sessuale e così via. Sono spinte importanti ma se ci fermassimo a quelle, una volta raggiunte, potremmo non avere più bisogno dell’altro o, al contrario, continuare ad utilizzarlo per soddisfare gli stessi bisogni. 

A questo punto deve intervenire una nuova forza, un nuovo processo, ovvero il desiderio. Questo nuovo “strumento” che inseriamo nella coppia, si attiva quando sentiamo che vogliamo costruire qualcosa insieme all’altro e non solo utilizzarlo per soddisfare una nostra mancanza. Costruire, mettersi in cammino, con l’altro significa provare a conoscere profondamente il nostro partner, in definitiva provare ad amarlo. Quindi la strada verso la quale ci porta il desiderio è, molto semplicemente, l’amore.

Viste così le cose, posso aggiungere che l’amore non è il punto di partenza di una coppia. L’amore, secondo la dimensione del desiderio, è il punto di arrivo di una relazione. Nessuna coppia si ama fin dall’inizio; all’inizio ci si può piacere, stare bene insieme, essere attratti, infatuati l’uno dall’altro, l’amore arriva dopo, quando lentamente e molto faticosamente si riesce a conoscere le proprie debolezze e perdonare le debolezze dell’altro. Per fare questo i bisogni da soli non bastano, ci si fermerebbe alle prime fasi, soddisfatti i quali l’amore vacillerebbe inevitabilmente.

In conclusione posso affermare che entrambi, bisogni e desideri, sono importanti.

Il bisogno è come un pulsante on/off, si accende quando ci serve qualcosa, si spegne quando non ci serve nulla. Il desiderio è invece una mappa, ci indica verso quale direzione andare e, nonostante le differenze individuali, tutti gli uomini sono nati per andare verso una direzione precisa, verso l’amore (dal Blog di Sergio stagitta, psicoterapeuta e psicologo, Differenza tra bisogno e desiderio).

Come muta il desiderio in amore, si chiede la scrittrice Camilla Costa. Quest’ultima afferma: «È nell’attesa che il desiderio può divenire amore. È proprio nell’attesa di perdersi nei suoi occhi… e cullare in sé il desiderio».

Ci mettiamo alla ricerca di Dio perché siamo mossi dall’amore. Perché ci siamo innamorati di Lui, perché il nostro amore è diventato passione. Potrebbe non essere ancora passione ma solo desiderio di lui che abbiamo conosciuto. Ciò che preme all’anima è il desiderio della sua presenza, più che la conoscenza. La presenza alimenta l’amore e appaga il desiderio. Della presenza siamo stati rassicurati è dentro di noi. Perciò occorre rientrare in noi. Ma Dio rimane nascosto. La preghiera è arida, le distrazioni sono frequenti, non sento la gioia nel cuore, la virtù è insopportabile. Dio non è assente. Sei tu che devi cambiare modo di pensare, di volere, di sentire: devi uscire fuori di te, devi trovarti un’altra casa. Bisogna uscire come Abramo “Lek, leka Esci dalla tua terra”. Esci dalla tua casa e scoprirai che fuori è notte e contempla le stelle.

Da secoli nell’AT, gli ebrei erano in attesa di veder apparire la stella di cui parla una misteriosa profezia contenuta nel libro dei Numeri con Balaam e la sua asina parlante.

«Io lo vedo, ma non è un avvenimento che accadrà fra poco; lo sento, ma non è vicino: Una stella spunterà della stirpe di Giacobbe, un regno, nato da Israele, si innalza» (Nm 24, 17.19).

Dalla stirpe di Giacobbe, nacque Gesù, la stella luminosa del mattino.

3.2. La speranza nella poesia Dopo un amoroso slancio

  Dopo un amoroso slancio Ma non privo di speranza, io volai alto, in alto, che raggiunsi la mia preda.   1 – Perché giungere potessi A un così divin successo, tanto alto volar convenne fino a perdermi di vista. E, con tutto questo slancio, nel mio volo fui mancante; ma l’amor fu tanto alto, che raggiunsi la mia preda.   2 – Quanto più salivo in alto s’abbagliava la mia vista la più alta mia conquista all’oscuro si compiva; ma poiché d’amor è il lancio, feci un cieco e oscuro salto, mi trovai in alto, in alto, che raggiunsi la mia preda.               3 – Quanto più salivo in alto, così in ardito slancio, tanto più arreso, in basso, avvilito mi trovavo. Dissi: «nessun v’è che la raggiunga!» Mi umiliai, talmente tanto, da trovarmi in alto, in alto, che raggiunsi la mia preda.   4 – In un modo tanto strano con un vol ne feci mille, ché dal cielo la speranza tanto ottiene quanto spera; e sperai in questo slancio: mio sperar non fu deluso, e salii in alto, alto, che raggiunsi la mia preda.  

Abbiamo un altro testo, anche questo in rime, poco conosciuto che descrive l’ansia amorosa dell’anima di voler raggiungere l’Amato che è intitolato il Lancio dell’amore. In questa poesia è ben evidenziata come la speranza sia la virtù dell’attesa. In essa, il poeta usa un’allegoria per niente usata nelle sue poesie precedenti che consiste nella caccia ad alta quota praticata con il falcone o con il nibbio, lanciato a inseguire una preda. Questa caccia diventa così immediatamente una metafora per descrivere il volo dell’amore. Quando l’amore è forte, potente e puro, si lancia in volo sublime, audace e tenace, fino a impadronirsi della preda divina.

L’affermazione di san Giovanni della Croce è tutta nel ritornello: Dopo un amoroso slancio, ma non privo di speranza, io volai alto, in alto, che raggiunsi la mia preda.

Di san Giovanni della Croce possiamo affermare quello che p. Giovanni di Gesù e Maria assicuravano come elemento caratteristico della santa Teresa essere la magnanimità. Questo carattere eccelso si rivela in tutta l’opera sanjuanista, soprattutto nella sua spiritualità che conduce verso regioni sublimi per la loro elevatezza.

San Giovanni come santa Teresa vuole che il principiante, che non ha ancora fatto nulla, sia già grande nel desiderio. Egli deve mirare alle vette della vita spirituale ed aspirare con ardore all’unione perfetta con Dio che tali vette rappresentano:

«Mi stupisce quanto profitto si ottenga in questa via con l’animarsi a grandi cose; anche se lì per lì l’anima non ne abbia le forze, spicca il volo e arriva molto in alto, pur stanca a poco a poco come l’uccellino di primo pelo» (V 13,2).

San Giovanni, con parole diverse afferma che l’anima ancora principiante che soffre a causa dell’amore che prova per Dio, giacché per Lui ha abbandonato tutte le cose e, se stessa, il Signore le fa gustare qualche raggio della sua presenza spirituale, in cui le ha mostrato alcuni riflessi profondi della sua divinità e bellezza, mediante i quali le ha accresciuto molto il desiderio e l’ardore di vederlo (cfr. C 11,1).

Questi grandi desideri sono il segno che rivela le persone fatte per le grandi cose. Solo questi grandi desideri possono offrire la forza necessaria per affrontare le difficoltà del cammino e superare tutto. Sono il soffio che trasporta l’anima in alto e lontano.

La sua formulazione più esplicita e chiara si trova nella quarta strofa dove l’amore risalta come forza unitiva e la speranza come forza di spinta, poiché strappa a Dio questo amore impetuoso.

La prima strofa può essere spiegata con la prima strofa del Cantico Spirituale. Tuttavia si può aggiungere che alla fine l’orante si accorge che questo volo, così impegnativo, faticoso, e anche elevato, non è bastato per raggiungere la preda, ma è rimasto a bassa quota.

In questa prima strofa possiamo evidenziare come i grandi desideri possono, in alcuni casi essere frutto di orgoglio, in tal caso essi svanirebbero dinnanzi ai primi insuccessi e alle prove della vita quotidiana, ma a priori non si ha il diritto di giudicarli tali, anche se l’inesperienza del principiante li colora di belle illusioni. Grandezza d’animo e umiltà vanno bene insieme e si fondono ambedue sul senso della debolezza umana e sulla fede nella misericordia onnipotente di Dio. Siamo quasi autorizzati di fronte a questa poesia di metterci alla scuola di una sua discepola che utilizzò la metafora dell’uccellino: «In qual modo può, un’anima imperfetta quanto la mia, aspirare a possedere la pienezza dell’Amore? Gesù, mio primo, mio solo Amico, tu che amo unicamente, dimmi, quale mistero è questo? Perché non riservi queste aspirazioni immense alle anime grandi, alle aquile che roteano altissime? lo mi considero come un uccellino debole, coperto di un po’ di piuma lieve; non sono un’aquila, ho dell’aquila soltanto gli occhi e il cuore, perché, nonostante la mia piccolezza estrema, oso fissare il Sole divino, il Sole dell’Amore, e il mio cuore prova tutte le aspirazioni dell’aquila… L’uccellino vorrebbe volare verso quel Sole che affascina gli occhi, vorrebbe imitate le aquile, sue sorelle, che vede elevarsi fino alla divina dimora della santissima Trinità… » (Ms B 260).

La seconda strofa. :  l’orante fa la stessa esperienza raccontata in precedenza, perché mentre è lanciata all’inseguimento della preda, all’improvviso le vien meno la vista. L’inseguimento diventa arduo, ma l’orante tutto infiammato di ansie amorose non rinuncia alla caccia e con un balzo nel buio continua il suo volo, guidata come da una calamita invisibile. L’accecamento del predatore è un’altra metafora per parlare della notte della fede di san Giovanni della Croce.

Che felicità per lui restare lì ugualmente, e fissare la luce invisibile la quale si nasconde alla sua fede! Anche nella notte oscura l’anima dice di essere uscita e di camminare «senz’altra guida e luce fuori di quella che nel cuor ardeva» (C. 3).

Continuiamo a farci aiutare a comprendere dalla Discepola del dottor mistico, elle afferma nel suo manoscritto: «Ahimé! Tutto quello che può fare, è sollevare le sue alucce, ma volar via, questo non è nelle sue piccole possibilità. Che ne sarà di lui? Morirà di dolore vedendosi così impotente? No! L’uccellino non se ne affliggerà nemmeno. Con un abbandono audace vuol fissare ancora il suo Sole divino: niente gli fa paura, né vento, né pioggia, e se le nuvole pesanti nascondono l’Astro d’amore, l’uccellino non cambia posto, sa che di là dalle nubi il Sole splende sempre, che la sua luce non si offuscherà nemmeno per un attimo… In certi momenti il suo cuore si trova assalito dalla tempesta, gli pare che non esistano altre cose se non le nubi che lo circondano; e allora è il momento della gioia perfetta per il povero esserino debole. Che felicità per lui restare lì ugualmente, e fissare la luce invisibile la quale si nasconde alla sua fede! Gesù, fino da ora capisco il tuo amore per l’uccellino, perché non si allontana da te…» (Ms B 260-261). 

Nella terza strofa l’orante descrive come trova la soluzione della sua caccia nell’amore. Infatti in questo slancio sublime, l’orante si ritrova debole, povero, piccolo, impotente, tanto che si convince che non c’è nulla da fare, che non ha nessun aiuto umano per raggiungere la sua impresa. E perciò si è abbattuto del tutto, perdendo in sé ogni fiducia.

Lo stesso Santo in un’altra opera afferma: «Essa è già addolorata moltissimo per le proprie miserie, sembrandole di vedere più chiaro della luce del giorno di essere ricolma di imperfezioni e di peccati, poiché Dio, come vedremo, in quella notte di contemplazione, le infonde la sua luce onde ella possa conoscere se stessa» (Prologo Salita 5). E attraverso questa conoscenza di sé che l’anima acquista la virtù dell’umiltà e molti altri vantaggi (1 N 12,2). San Giovanni della Croce ci insegna che solo quando l’anima è spoglia di tutto, è radicalmente distaccata, raggiungendo il centro della sua umiltà, verrà riempita di Dio, della sua forza, del suo amore: ossia potrà raggiungere la perfetta unione  e trasformazione in Lui.

Santa Teresa di Gesù Bambino ci illumina ancora con il suo esempio: «Ma io lo so, e tu lo sai, spesso questo cosino minimo e imperfetto, pur rimanendo al suo posto (cioè sotto i raggi del Sole), si lascia distrarre un poco dalla sua occupazione unica, becca un granellino di qua o di là, corre dietro a un vermiciattolo… Poi, trovando una pozzanghera, si bagna le piume appena spuntate, vede un fiore che gli piace, allora la sua piccola testa si occupa di quel fiore… e poi, non potendo planare come le aquile, il povero uccellino s’interessa ancora alle piccolezze della terra. Tuttavia, dopo queste birichinate, invece di andare a nascondersi in un angolino per piangere la sua miseria e morir di pentimento, l’uccellino si volge verso il suo Sole amato, presenta ai raggi benefici le alucce bagnate, geme come la rondine, e con un canto dolce racconta tutti i particolari della sua infedeltà, pensando nel suo abbandono temerario di acquistare così maggior diritto, di attirare più pienamente l’amore di Colui che non è venuto a chiamare i giusti, bensì i peccatori» (Ms B 261).

Nella quarta strofa, il poeta ci descrive la conclusione felice di questa caccia divina. Mille voli, mille tentativi vengono superati in un solo volo. La forza viene dall’alto. L’estinguersi di ogni fiducia umana, sotto l’insegna dell’umiltà e della nudità di spirito, ha riempito l’anima della speranza divina. Quella speranza che ottiene tutto ciò che attende.

«Oh, Gesù, lasciami nell’eccesso della mia riconoscenza, lasciami dire che il tuo amore arriva fino alla follia! … Come vuoi che, dinanzi a questa Follia, il mio cuore non si slanci verso di te? Come potrebbe avere limiti la mia fiducia? […] Gesù, io sono troppo piccola per fare grandi cose! E la mia follia, è di sperare che il tuo Amore mi accolga. […] Così, per tutto il tempo che vorrai, o mio Amato, il tuo uccellino rimarrà senza forza e senza ali; terrà sempre fissi in te gli occhi; vuole essere affascinato dal tuo sguardo divino, vuol diventare preda del tuo Amore!… Un giorno, oso sperare, Aquila adorata, verrai in cerca del tuo uccellino, e risalendo con lui al focolare dell’Amore, lo immergerai per l’eternità nell’Abisso ardente di quell’Amore al quale egli si è offerto come vittima…» (Ms B 263-264).

Grandi desideri ed umiltà possono camminare di pari passo, proteggendosi e fecondandosi a vicenda. Solo l’umiltà può conservare ai grandi desideri lo sguardo fiducioso verso le vette attraverso le vicissitudini interiori ed esteriori della vita spirituale. Dall’altra parte, sarebbe falsa l’umiltà che inducesse una persona a rinunciare ai suoi grandi desideri, conducendola così alla tiepidezza o ad una onesta mediocrità.

Equilibrare armoniosamente l’energia, la discrezione e i grandi desideri è un arte che ordinariamente il principiante non conosce affatto. Egli chiederà a un direttore spirituale di insegnarla. Questi, normalmente, dovrà all’inizio consigliare la moderazione. Santa Teresa, ci ricordiamo, che teme che egli pecchi per eccesso di discrezione e distrugga così o sminuisca i grandi desideri dell’anima. Per questo motivo, chiede al principiante di scegliersi un padre spiritualità che sia tale da non insegnarle a camminare come tartarughe e di accontentarsi di cacciare solo lucertoline (V 13,3).

L’anima dopo essere vuotata dell’appetito di tutte le cose naturali e soprannaturali perviene allo stato di unione con Dio (cfr. 1 S 5,2) acquistando la vera libertà di spirito (cfr. 1 S 4,6). Infatti l’orante si è conformato alla volontà di Dio tanto che tutti i suoi moti sono diventati divini (cfr. 1 S 11,2). Questa conformazione alla volontà di Dio la porterà ad infiammarsi sempre più d’amore verso il suo Creatore, progredendo sempre più nella virtù della carità. L’unione con Dio sarà maggiore o minore a seconda del grado di purezza raggiunta dall’anima (cfr. 2 S 5,7), infatti, pur essendo tutte felici saranno diverse nel grado di unione a causa della capacità di ciascuna.

Un’altra pagina di san Giovanni della Croce che ci parla di questo cammino di libertà lo troviamo nel libro della Notte oscura. Ne riporto la seconda strofa:

2. Al buio e sicura,
per la segreta scala, mascherata,
o sorte fortunata!
uscii al buio, e  celata,
essendo già la mia casa addormentata.

Al buio è scappata per la segreta scala. Come per giungere ad una fortezza e impossessarsi di tutte le ricchezze nascoste nel fortino occorre salire una scala, così l’anima è chiamata a scalare la via al cielo per possedere tutti i tesori e le ricchezze che in esso si trovano.

Come gli stessi gradini della scala servono per scendere e salire, così i doni che il Signore dona all’anima la elevano a Dio e nello stesso tempo la abbassano in se stessa. In questo cammino, ci dice il Santo, il discendere è salire, e il salire è discendere, per cui chi si umilia è esaltato, e chi si esalta è umiliato [Lc 14,11]. Dio per fare esercitare l’anima nell’umiltà la fa salire e scendere di continuo. (cfr. 2 N 18. 1). Il motivo di questo salire e scendere non ha altro scopo che far crescere l’anima nella conoscenza di sé e nella conoscenza di Dio, vie necessarie per poter giungere allo stato di perfezione (cfr. 2 N 18. 4)

Occorre come dice san Paolo lasciarsi spogliare delle sostanze per la Sostanza, che è eterna e migliore.

La caratteristica principale di questa scala, consiste nel fatto che essa è scienza d’amore, così la conoscenza amorosa di Dio porterà l’anima ad elevarla da gradino a gradino fino al Creatore.

Il binomio speranza e carità è presente anche nel Nuovo testamento. Il testo presenta due casi: 2 Ts 3,5: Il Signore diriga i vostri cuori nell’amore di Dio e nella pazienza (ei sten hypomonen)»; Rom 5,5: «La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei vostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». L’amore di Dio rende possibile non solo la carità, ma anche la fede e la speranza nell’uomo. D’altronde, la carità per sé sola non potrebbe essere mai essere presupposto e condizione della speranza senza la fede.

Per tale motivo Giovanni della croce, alla stessa maniera di san Bernardo e di san Tommaso presenta la scala divina proponendo con brevità i segni e gli effetti di essa (cfr. 2 N 18,5).

Nel 1° gradino l’anima si ammala d’amore, ma questa malattia non è per la morte, bensì per la gloria di Dio, perché in essa l’anima viene meno al peccato e a tutte le cose che non sono di Dio. Come al malato, lei perde l’appetito e il gusto per tutti i cibi, oppure come l’amante, cambia carattere e abitudini del passato.

Nel 2° gradino, l’anima svegliatasi dal sonno non trova più accanto a sé lo sposo, si alza e va in cerca dell’amato, finché non lo ha trovato. L’anima si impegna, in questo gradino, a camminare con sollecitudine cercando in tutte le cose l’Amato.

In ogni pensiero, subito si eleva a Lui, «in ogni parola che dice e in ogni azione che compie subito parla e tratta dell’Amato: sia che prenda cibo o riposi, che vegli o faccia qualche altra cosa, ogni sua sollecitudine è riposta nell’Amato, secondo quanto è stato detto a proposito delle ansie d’amore. Poiché l’anima cresce e si rinvigorisce nell’amore proprio di questo secondo grado, subito incomincia a salire al terzo, per mezzo di qualche nuova prova purificativa della notte, che produce in lei gli effetti che seguono» (2 N 19.2).

Il terzo gradino, trovandosi in questo stato, l’anima si ritrova tutta infiammata per Dio, e considera piccole le grandi opere che compie per l’Amato, e le molte sue opere ritiene che siano poche, e breve il lungo tempo che passa al suo servizio. Da qui deriva il suo ritenersi la più cattiva di tutte. Le sue opere sono considerate da lei imperfette e viziate e da esse riceve confusione e sofferenza, considerando il suo agire indegno di un così grande Signore (cfr. 2 N 19, 3).

Nel quarto gradino in questa scala d’amore, l’anima in nessun modo cerca la propria consolazione il proprio piacere, né in Dio, né in altra cosa. Né chiede doni a Dio. Il suo impegno è tutto orientato a scoprire come per fare piacere a Dio e a servirlo. Questo gradino di amore è molto elevato. Infatti in esso l’anima segue sempre il suo Dio, con il coraggio di sopportare tutto per suo amore. Questo salire infiamma totalmente l’anima e le accende un tale desiderio di Dio che le fa salire il quinto gradino.

L’anima, nel quinto gradino, desidera vivamente Dio con impazienza e desidera ardentemente raggiungere l’Amato. L’orante, nel frattempo vede deluse le sue speranze, si strugge nel suo desiderio e non ha altra scelta se non quella di vedere colui che ama oppure morire. Qui avviene ciò che il Poeta dell’ amore canta nella poesia Io vivo, ma in me già più non vivo. Poesia che porta il titolo Strofe dell’anima che soffre per vedere Dio.

Sottolineo in questa poesia l’aspetto della speranza nel ritornello e nella sesta strofa:

Io vivo, ma in me già non vivo, e così, ardentemente spero che muoio, perché non muoio 6. E se poi, Signor, io godo con sapienza di vederti, nel saper che posso perderti si raddoppia il mio dolore; e vivendo in tal timore  e sperando come spero, me ne muoio perché non muoio

«Il sesto grado fa correre l’anima speditamente verso Dio, facendole avere molti contatti con Lui; ella, fortificata e resa leggera dall’amore per mezzo della speranza, vola senza stancarsi mai.

Di questo grado il profeta Isaia dice: I santi che sperano in Dio acquisteranno nuove forze, prende-ranno ali come l’aquila, voleranno senza stancarsi mai (40, 31), come facevano nel quinto.

A questo grado si riferisce anche quanto dice il salmo: Come il cervo desidera le acque, così l’anima mia desidera te, Dio (41, 2), Poiché il cervo, quando ha sete, corre con molta agilità verso le acque.

La causa di questa agilità nell’amore, posseduta dall’anima che si trova in tale grado, va ricercata nel fatto che ormai in lei la carità è aumentata molto, poiché ora ella è quasi del tutto purificata, secondo quanto si dice anche in un salmo: Sine iniquitate cucurri  – io corsi e regolai i miei passi con regola senza iniquità – (58, 5) e in un altro: Corsi per la via dei tuoi comandamenti quando dilatasti il mio cuore (118, 32)» (cfr. 2 N 20,1)..

Nel settimo gradino l’anima è resa audace. «Per lei la carità tutto crede, tutto spera e tutto può» (1 Cor 13,7). Esse ottengono tutto ciò che loro piace domandargli, diventando simili ad Abramo, Mosè, Ester. Nonostante diventi ardita deve ancora coltivare l’umiltà (cfr. 2 N 20,2).

Nell’ottavo gradino l’anima appaga il suo desiderio ma non in maniera stabile; il tempo di questo possesso è per brevi spazi di tempo (cfr. 2 N 20,3).

Nel nono grado dell’amore, l’anima si trova nel gradino dei perfetti e brucia di soave amore per Dio, un amore che le è infuso dallo Spirito Santo.

Nell’ultimo gradino di questa scala segreta l’anima è resa simile a Dio. Essa è resa come l’anima del giusto che non vedrà il purgatorio perché essa è stata purificata dall’amore: «beati i puri perché vedranno Dio» (cfr. 2 N 20,5).

3.4. La speranza nella poesia Fiamma d’amor viva

  1 –  O fiamma d’amor viva, che soave ferisci dell’alma mia nel più profondo centro! Poiché non sei più schiva, se vuoi, ormai finisci; rompi la tela a questo dolce incontro!   2 – O cauterio soave! O deliziosa piaga! O blanda mano! o tocco delicato, che sa di vita eterna, e ogni debito paga! Morte in vita, uccidendo, hai tu cambiato!   3- O lampade di fuoco, nel cui vivo splendore gli antri profondi dell’umano senso, che era oscuro e cieco, con mirabil valore al lor Diletto dan luce e calore!   4- Quanto dolce e amoroso ti svegli sul mio seno, dove solo e in segreto tu dimori! Nel tuo spirar gustoso, di bene e gloria pieno, come teneramente mi innamori!  

In un’anima ormai purificata avviene ciò che san Giovanni della Croce canta e spiega nella prima strofa di Fiamma d’amor viva: «Lo Spirito Santo chiama l’anima e la invita alla gloria immensa che le sta ponendo dinanzi agli occhi, in maniera meravigliosa e con affetto soave, dicendole nell’intimo quanto nel Cantico Egli dice alla sposa, la quale così ne parla: Ecco ciò che mi dice lo Sposo: Sorgi, affrettati, amica mia, colomba mia, bella mia e vieni, poiché l’inverno è già passato, la pioggia è cessata e se ne è andata, i fiori sono spuntati nella nostra terra ed è giunto il tempo della potatura.

Si è udita la voce della tortorella nelle nostre parti, il fico ha prodotto i suoi frutti, le vigne fiorite hanno dato il loro odore. Sorgi amica mia, diletta mia, vieni, colomba, nei forami della pietra e nell’apertura della siepe. Mostrami il tuo volto, risuoni la tua voce al mio orecchio, poiché la tua voce è soave e il tuo volto è bello (2, 10-14)» (F B 1, 28).

Il poeta commentando il verso della strofa “Rompi la tela a questo dolce incontro” afferma che «si tratta della tela che impedisce il compimento di un’opera così importante.                                                              Infatti è facile giungere a Dio, spezzate le tele e tolti gli impedimenti che sono di ostacolo all’unione con Lui. A mio parere, tre sono le tele che possono impedire tale unione e che l’anima deve spezzare per darsi a Dio e possederlo perfettamente. Sono: quella temporale, che abbraccia tutte le creature; quella naturale, che comprende le opere e le inclinazioni puramente naturali; e quella sensitiva, la terza, cioè l’unione dell’anima con il corpo, vale a dire la vita animale e sensitiva di cui parla San Paolo: Sappiamo che quando si disfarrà questa nostra casa terrestre, ne avremo da Dio una eterna in Cielo (2Cor 5,1). É necessario avere spezzato le due prime tele, per giungere al possesso dell’unione divina in cui ormai si è rinunciato a tutte le cose del mondo, si sono mortificati tutti gli appetiti e gli affetti naturali, e le azioni dell’anima da naturali divengono divine» (F B 1,29).

Quanto espresso nella strofa “Rompi la tela a questo dolce incontro” viene, in maniera più o meno consapevole, rappresentato da un pittore, Sergio Fontana, che esprime in una tela tagliata la metafora di una ferita; la tela non è più il supporto su cui dipingere, ma è una superficie lacerata, inutilizzabile. L’esercizio stesso della pittura è interdetto dalla lacerazione della tela. Fine. O, meglio, inizio. Sulla tela non si può più dipingere la realtà percepita, ma essa è idealmente oltre, al di là, dietro la tela. Il taglio ha un significato metafisico, meta-fisico, la ricerca di una essenza oltre la sua rappresentazione. La tela apre a uno spazio imprevisto, uno spazio che la nega: quello che conta è nell’aldilà. Anche se l’arte di Fontana è apparentemente inespressa, c’è molto di più sulla condizione dell’uomo e la sua precarietà che in qualunque altra coeva espressione artistica. Lucio Fontana, nato alla fine di un secolo, nel 1899, a cinquant’anni, nel 1949, si rigenera mentre, con un gesto ampio e risolutivo, taglia magistralmente una tela. Lo vediamo nei memorabili scatti di Ugo Mulas del 1964. l’artista pittore morirà a Varese nel 1968.

Fontana afferma: «Scoprire il Cosmo è scoprire una nuova dimensione. È scoprire l’Infinito. Così, bucando questa tela – che è la base di tutta la pittura – ho creato una dimensione infinita. Qualcosa che per me è la base di tutta l’arte contemporanea». E ancora: «è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti, ed ecco che ho creato una dimensione infinita, un buco che per me è la base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire». «Il taglio di Fontana è poi una ferita, uno squarcio. La si può anche interpretare come metafora dell’amplesso».

Il taglio di Fontana è in primo luogo una ricerca di potenzialità spaziali ancora inesplorate, di luoghi dell’arte oltre la tela. L’arte con Fontana diventa tridimensionale: quel taglio apre il retro della tela, l’oltre, al di qua e al di là che si integrano in un unico spazio.

È un gesto, quello dell’artista che apre la luce al buio e il buio alla luce: ed in effetti dai suoi tagli sembra irradiarsi un buio luminoso che pervade l’atmosfera.

Fontana stesso riconosce che i Tagli

«sono soprattutto un’espressione filosofica, un atto di fede nell’intimo, un’affermazione di spiritualità. Quando mi siedo davanti a uno dei miei tagli, a contemplarlo, provo all’improvviso una grande distensione dello spirito, mi sento un uomo liberato dalla schiavitù della materia, un uomo che appartiene alla vastità del presente e del futuro».

Il ciclo dei quadri rappresentanti dall’artista vengono chiamate dallo stesso, Attese.

San Giovanni della Croce ci invita con altre parole quello che abbiamo sottolineato all’inizio come terza tappa della spiritualità dell’avvento:

  1. Un deciso risvegliarsi dal sonno;
  2. Impegnarci a una conversione continua per preparare le vie al Signore;
  3. Educarci a vivere gli atteggiamenti dei poveri di Ihwh.

3.4.1. Un deciso risvegliarsi dal sonno

L’anima si sveglia dal sonno quando è mossa dalla vista naturale alla vista soprannaturale, ossia quando è svegliata dalla situazione dormiente in cui si è venuta a trovare (cfr. F 4,6).

Tale risveglio avviene come se l’anima si affacciasse alla porta di un palazzo e vedesse simultaneamente la dignità della persona che vi abita e ciò che sta facendo. Questo risveglio è operato dallo stesso Re del palazzo che libera l’anima dell’orante dalle sue cataratte. Allora traluce e trasparisce alquanto, ma sempre in modo oscuro.

All’anima sembra che lo stesso Dio si sia svegliato, mentre è lei che si è mossa e svegliata (cfr. F 4,7) perché quando siamo trascurati e addormentati davanti a Dio, ci sembra che sia lui addormentato e dimentico di noi (cfr. F 4,8). Ma poiché l’uomo senza Dio non può far nulla, deve confessare che il suo risveglio e il suo sorgere è  risveglio e  sorgere di Dio. (cfr. F 4,9). Solo Dio può svegliarla dal sonno del peccato e dalla morte e mentre apriamo gli occhi alla vita ci accorgiamo che lui è dentro la nostra anima (cfr. F 4,9).                                                                                    Lo Sposo divino segretamente dimora nel suo seno poiché questo dolce abbraccio è avvenuto nell’intimo della sostanza. Vi è molta differenza fra i vari modi di dimorare. In alcune dimora da solo, in altre no; in alcune vi sta contento, in altre scontento; in alcune si trova come in casa sua, comandando e reggendo tutto, in altre come un estraneo in casa altrui, dove non gli è permesso di comandare né di fare alcuna cosa.

L’anima in cui si trovano meno gusti e appetiti propri è quella dove egli dimora più solo, più contento e più come in casa propria reggendola e governandola: e vi dimora tanto più segreto quanto più è solo.

E così in questa anima in cui ormai non permane più alcun appetito né alcuna immagine o forma di qualche creatura, l’Amato inabita in maniera segretissima, abbracciandola tanto più intimamente e strettamente, quanto più ella è pura e lontana da ogni creatura che non è Dio. […] Tuttavia, la cosa non è nascosta per l’anima giunta a tale perfezione, che sente in sé questo intimo amplesso, ma ciò avviene solo al momento del risveglio. Infatti, quando Egli compie questi risvegli, all’anima pare di svegliare colui che prima era immerso nel sonno. Sebbene lo sentisse e lo gustasse, per lei era come un amato addormentato sul suo seno, poiché fra due persone non vi può essere scambio di idee e di ardore se tutte e due non sono sveglie» (F 4, 14).

San Giovanni della croce afferma questo per le anime già perfette, ma subito dopo aggiunge che  «Il Signore dimora, contento, anche in altre anime che non sono giunte a questa unione ma che sono in grazia. Tuttavia, non essendo ancora disposte ad essa, vi rimane di nascosto a loro stesse» ma di tanto in tanto «fa in loro qualche dolce risveglio, anche se non è del genere né del valore e non ha niente a che fare con questo» (F 4, 16).

3.5.  La speranza nella Salita al Monte Carmelo

3.5.1. Impegnarci a una conversione continua per preparare le via al Signore

Un tale invito a svegliarsi dal sonno della morte non può che identificarsi con il bisogno di una conversione. L’anima comprende che è necessario spezzare le due tele, per giungere al possesso dell’unione divina: rinunciare a tutte le cose del mondo mortificando tutti gli appetiti e gli affetti naturali (cfr. F 1, 29). L’amore consiste nell’unione dei cuori, ma ciò non basta. Il vero amante non si trova soddisfatto finché non stringa l’Amato fra le sue braccia. Tra l’anima e Cristo si verifica questa sacra legge dell’amore. Anche l’anima si mette alla ricerca e non si ferma finché non lo abbia trovato. Essa si potrà unire allo Sposo Veniente quando avrà conformato la sua volontà a quello del Crocifisso togliendo da sé ogni ostacolo all’azione divina. «L’unione con Dio, la trasformazione in Lui, dovendo rendere il Signore padrone di tutta la vita dell’anima, non può stabilirsi se non in un cuore libero, vuoto da ogni attacco al creato» (Gabriele di Santa Maria Maddalena, San Giovanni della croce, Firenze 1943, 64).

L’anima vuol possedere Dio e per essere posseduta da Lui deve essere liberata da ogni legame che diminuisce la capacità del suo affetto. Per giungere al tutto che è Dio, bisogna camminare per la strada del nulla.

«Per assaporare tutto non avere gusto in nulla…

Per possedere tutto non possedere nulla» (1 S 13,11).

Todo e Nada, nulla e tutto sono le note sublime della ninna-nanna per addormentare l’anima alle cose naturale per risvegliarla alla vita divina. San Giovanni della Croce dà ai suoi figli la definizione dell’amore: «Amore è lavorare per distaccarsi, per spogliarsi per Dio di tutto ciò che non è Dio» (2 S 5,7).

Distacco e spogliazione sono dei sinonimi della metanoia e della conversione.

San Giovanni della Croce ci insegna che «il primo e il grande lavoro dell’anima amante è la rinuncia assoluta, lo spogliamento totale. (1 S 5,2). Deve essere intrapreso con fervore, con energia, senza perdita di tempo. Non si può dimenticare che quel lavoro di abnegazione purificatrice non è mai fatto perfettamente se Dio non mette la mano all’opera .

Accanto alla purificazione attiva ci deve essere la purificazione passiva. L’anima deve spogliarsi; ma anche lasciarsi spogliare, anzi, assecondare il lavoro divino in lui ogni volta che Dio l’abbia iniziato. Altrimenti, non giungerà mai allo stato della piena libertà di cuore, assolutamente richiesto per la trasformazione d’amore. Spogliarsi, lasciarsi spogliare, essere spogliato e venire rivestito di una vita nuova, sono i tre tempi del ritmo divino che innalza l’anima fino all’unione con il Diletto.

3.5.2. Lo spogliamento attivo;

l’abnegazione, lo spogliamento non è il termine al quale tende l’anima. La generosa donazione di se stessa è una porta d’acceso all’intimità divina. La Salita al Monte Carmelo esorta a non voler altro che conformarsi alla volontà divina, ma l’anima dovrà tenere presente che questa stessa conformità deve preparare la trasformazione totale della sua vita, è un disporsi perché Dio prenda possesso della sua vita.

Il grande nemico dell’amore di Dio è il nostro amor proprio. Questo è talmente grande che fa attaccare la nostra anima non solo alle azioni imperfette, ma anche al peccato, persino al peccato più grave! L’anima stretta da tante catene non cresce nella vita d’amore! Se vogliamo che l’amore divino domini tutto il nostro affetto, non vi è che un solo rimedio; spogliare il nostro affetto da ogni attacco alle creature. Bisogna giungere alla nudità di spirito (Salita, Prologo).

L’amore trasforma la volontà dell’amato in quella dell’amante, fa sì che non siano più due volontà ma una sola. Se l’anima amasse qualche imperfezione che Dio non ama, l’unità di volontà non esisterebbe più perché l’anima vorrebbe ciò che Dio non vuole. Per tale motivo l’anima si deve spogliare da ogni appetito volontario, per piccolo che sia (cfr. 1 S 11, 2-3). Chi vuol essere tutto di Dio, deve lasciare tutto per lui: Todo e Nada.

Mi piace molto il paragone che porta il Santo a tal riguardo: «non ha importanza che sia sottile o grosso il filo con cui è legato un uccello, perché questo rimarrà prigioniero, sia nell’uno che nell’altro caso, fino a quando non l’avrà spezzato. E’ vero che quello sottile si strappa più facilmente; tuttavia se non lo rompe, l’uccello non può levarsi a volo. Parimenti non potranno giungere alla libertà della divina unione le anime che nutrono affezione per qualche creatura, quantunque possiedano molte altre virtù» (1 S 11,4).

Chi vuol dare tutto al Signore deve liberarsi della tirannia dei sensi. Una liberazione che ha diversi gradi; Giovanni della Croce parla di una liberazione totale e per tale motivo richiede una mortificazione totale: essa sola rende il cuore capace di innamorarsi pienamente di Dio. Il S. P. Giovanni ci insegna ad entrare nella notte del senso (cfr. 1 S 13). Giovanni è impaziente,vuol far presto. È il cuore del vero amante. Il Santo afferma: «Chiamo “notte” quello stato in cui gli appetiti vengono privati del gusto in tutte le cose. Come quella naturale si ha quando viene a mancare la luce e con questa la visibilità di tutti gli oggetti, mancanza per cui la potenza visiva resta al buio e priva d’immagini, così la mortificazione degli appetiti si può dire notte dell’anima, poiché questa, rinunciando al gusto sensibile in tutte le cose, resta vuota e avvolta dalle tenebre» (1 S 3,1). Rinunciare a tutto ciò che «non sia puramente a gloria e onore a Dio» (1 S 13,4).

Si tratta di un vero e proprio digiuno spirituale verso le cose sensibili, infatti, il Santo porta anche qualche esempio: «Se, per esempio, le si offre il piacere di ascoltare cose che non hanno importanza per il servizio e la gloria di Dio, ella rinunzi al gusto di ascoltarle; se le si porge il diletto di vedere cose che non servono ad avvicinarla al Signore, reprima il desiderio di guardarle» (1 S 1, 13. 4). Si tratta di abbracciare una spiritualità di morte che è una morte che fa vivere d’amore. Anzi è l’amore per Cristo che fa abbracciare questa morte. L’anima meditando la vita di Cristo, innamorata di lui vorrà «entrare nello spogliamento totale, nella povertà, nel vuoto di tutte le cose del mondo per Cristo» (1 S 13, 6). L’austerità con la quale il Santo vuole che ci incamminiamo devono avere un criterio molto autorevole: l’anima progredisca con ordine e discrezione; tale criterio oggi lo chiameremo discernimento perché i piacere sensibili non sempre sono cattivi, non serve a nulla stancare l’anima facendole portare un peso che al momento non riesce. La dottrina del N. S. Padre Giovanni non è una soppressione della vita sensibile ma, una soggezione alla vita spirituale. La preghiera del principiante passa dalla meditazione alla contemplazione (cfr. 2 S 12-15). La meditazione cede il posto agli sguardi amorosi e prolungati.

3.5.3. Educarci a vivere gli atteggiamenti dei poveri di Ihwh.

L’abnegazione alla vita sensibile non sottomette ancora la parte spirituale a Dio che si ottiene con la purificazione attiva dello spirito. Sono le tre virtù teologali secondo la spiritualità del Santo a purificare l’anima (Cfr. 2 S 6). L’anima deve purificarsi affinché deposto tutto ciò che è contrario a Dio raggiunga la divina somiglianza, trasformandosi in Dio. L’esercizio perfetto delle tre virtù teologali libera e vuota le potenze da ogni attaccamento. «La fede produce, afferma il Santo, il vuoto e l’oscurità della conoscenza nell’intelletto, la speranza il vuoto di ogni forma di possesso nella memoria, e la carità il vuoto e lo spogliamento nella volontà di ogni affetto e di ogni gaudio di ciò che non è Dio» (2 S 6, 2). 

Solo allora l’anima come un bambino si farà guidare da Dio, facendosi prendere per mano, e tutte le potenze che dominano l’orante saranno divinizzate perché è Dio stesso come un fantino le tiene nelle sue mani come morsi e redini.

4. Conclusione

Teresa Benedetta della Croce, Spirito Santo, Pentecoste 1942

“Chi sei tu, dolce luce, che mi riempie
e rischiara l’oscurità del mio cuore?
Tu mi guidi come una mano materna
se mi lasci libero,
 non saprei più fare un passo.
Tu sei lo spazio
che circonda il mio essere e lo racchiude in sé,
da te lasciato cadrebbe nell’abisso
del nulla, dal quale tu lo elevi all’essere.
Tu, più vicino a me di me stessa e più intimo del mio intimo
e tuttavia inafferrabile ed incomprensibile
che fai esplodere ogni nome:
Spirito Santo – Amore Eterno!