Il Carmelo è una famiglia composta da frati, monache e secolari

Giorno 9 giugno 2019, nella nostra Casa di Preghiera Monte Carmelo, una delle nostre sorelle secolari ha abbracciato, con le promesse definitive, l’impegno di vivere lo spirito evangelico della castità, povertà e obbedienza e delle beatitudini nell’Ordine Carmelitani Secolare dei Carmelitani Scalzi. Pochi conoscono che la famiglia del Carmelo è composta da frati, monache e secolari teresiani, i quali condividono lo stesso carisma, vivendolo ciascuno secondo il proprio stato di vita. É una sola famiglia, con gli stessi beni spirituali, la stessa vocazione alla santità e la stessa missione apostolica. I Secolari apportano alla vita dell’Ordine la ricchezza propria della loro secolarità.

Riportiamo una breve testimonianza della nostra Sorella:

«Prima di parlare del giorno della mia Promessa definitiva, desidero raccontare di come io sia giunta alla decisione di voler entrare nell’Ordine Carmelitano Secolare Teresiano, che non  conoscevo affatto fino a pochi anni  fa. Infatti, sebbene frequentassi abitualmente la mia parrocchia e fossi una unitalsiana di vecchia data, non sapevo che ci fosse a Villasmundo, a pochi chilometri dal mio paese, un convento di Carmelitani Scalzi. Ci sono arrivata casualmente, grazie ad una nuova amica, la quale una domenica di fine estate, mi propose di andare a messa a Monte Carmelo. Ne fui subito conquistata.

A distanza di anni ricordo ancora la sensazione che provai nel vedere la statua della Madonna del Carmelo, la dolcezza del viso della Vergine mi colpì profondamente. Alla fine della santa Messa avevo già deciso: volevo diventare carmelitana. Comprai perfino un piccolo scapolare di cui ignoravo totalmente il valore e il significato. La mia può sembrare una decisione affrettata e dettata dall’entusiasmo del momento,  ma non è stato così . Già da qualche anno la Madonna mi preparava al cambiamento. Ella aveva suscitato in me, a poco a poco, un forte desiderio di silenzio e di preghiera. Lourdes, dove andavo ogni anno, e l’assistenza ai malati ormai non bastavano più! Quindi, ho iniziato questo cammino e con il tempo ho scoperto che nel Carmelo c’è tutto ciò che cercavo.

Naturalmente in tutti questi anni ci sono stati momenti di dubbio, perplessità, inadeguatezza, desiderio di abbandono; ma grazie all’aiuto del Signore e della nostra dolcissima Madre, il 9 di giugno, solennità di Pentecoste, sono giunta alla Promessa definitiva. È inutile dire che è stato tutto molto bello ed emozionante. Nelle ultime settimane di preparazione alla promessa ho pregato molto la Vergine Maria, affinché mi conducesse per mano e mi facesse capire e compiere sempre la volontà del Signore.

Ho chiesto allo Spirito Santo i suoi Doni per crescere nella fede e nell’amore a Dio, ai fratelli e alla Chiesa. So che questo cammino appena iniziato non sarà facile; occorrerà molto coraggio e forza d’animo per onorare e rimanere fedele all’impegno preso. Ma sono fiduciosa. Mi affiderò incondizionatamente all’infinita Misericordia di Dio, certa anche del sostegno e delle preghiere di tutto l’Ordine Carmelitano Teresiano, che sento di dover ringraziare, perché nei vari incontri, tutti, a vario titolo, mi hanno regalato qualcosa di prezioso per  la mia crescita umana e spirituale». (Rosalba N., Ocds)

Auguriamo alla nostra sorella Rosalba di «vivere alla sequela di Gesù Cristo», meditando la sua Parola giorno e notte, di camminare per sempre alla presenza di Dio e di essere una vera testimone della sua presenza nel mondo.

Un momento della celebrazione Eucaristica

Festa della Santa Trinità

O Santa Trinità d’Amore!

Il 21 novembre del 1904, Elisabetta della Trinità, Carmelitana Scalza, scrive di getto un’Elevazione alla Santissima Trinità. Questa preghiera è la testimonianza più evidente di una vita totalmente trinitaria; possiamo definirla un’offerta di se stessa al Dio Uno e Trino, perché lo Spirito d’amore “discenda” in lei, come è discesa nella Vergine Maria. Elisabetta, nella sua Elevazione, desidera essere “preda” del “Fuoco” che consuma senza consumare ed esprime anche la sua ambizione di assumere tutta la sua “umanità” nel Mistero del Verbo. Sarà anche il mio e il tuo destino! Il mio e il tuo cielo?

Ecco il testo dell’Elevazione di Elisabetta:

«Mio Dio, Trinità che adoro, aiutatemi a dimenticarmi interamente,
per fissarmi in voi, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità; che nulla possa turbare la mia pace o farmi uscire da voi, mio immutabile Bene, ma che ogni istante mi porti più addentro nella profondità del vostro mistero.
Pacificate la mia anima, fatene il vostro cielo, la vostra dimora preferita e il luogo del riposo; che io non vi lasci mai solo, ma sia là tutta quanta, tutta desta nella mia fede, tutta in adorazione, tutta abbandonata alla vostra azione creatrice.

O mio amato Cristo, crocifisso per amore,
vorrei essere una sposa del vostro Cuore;
vorrei coprirvi di gloria e vi chiedo di rivestirmi di Voi stesso,
di immedesimare la mia anima con tutti i movimenti della vostra Anima,
di sommergermi, d’invadermi, di sostituirvi a me,
affinché la mia vita non sia che un’irradiazione della vostra vita.
Venite nella mia anima come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore.

O Verbo Eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarvi;
voglio farmi tutta docilità per imparare tutto da voi.
Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze,
voglio fissare sempre Voi e restare sotto la vostra grande luce. O mio Astro amato, incantatemi, perché non possa più uscire dallo splendore dei vostri raggi.

O Fuoco consumatore, Spirito d’amore,
scendete sopra di me,
affinché si faccia della mia anima come un’incarnazione del Verbo,
ed io sia per Lui un’aggiunta d’umanità nella quale Egli rinnovi tutto il suo mistero.

E Voi, o Padre,
chinatevi sulla vostra piccola creatura,
copritela con la vostra ombra, e non guardate in lei che il Diletto
nel quale avete riposto tutte le vostre compiacenze.

O miei TRE, mio Tutto,
mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo,
mi consegno a Voi come una preda.
Seppellitevi in me, perché io mi seppellisca in Voi,
in attesa di venite a contemplare, nella vostra luce,
l’abisso delle vostre grandezze».

Beata Elisabetta della Trinità

Brani sullo Spirito Santo di Edith Stein

Nel prepararmi alla solennità della Pentecoste mi sono imbattuto su alcuni brani che voglio condividere con voi.

La raccolta di questi testi e preghiere di Edith Stein sullo Spirito Santo riflette come in tutta la vita e soprattutto negli ultimi anni della carmelitana era presente la viva realtà di un’esperienza spirituale, basata sui passi della Sacra Scrittura e approfondita con l’aiuto della dottrina mistica di San Giovanni della Croce. Anche prima non è mancata in lei la riflessione teologica sull’opera dello Spirito Santo nell’anima umana, e se ne fanno eco alcune pagine da lei scritte prima della sua entrata al Carmelo. Ma per arrivare a una forte, intima devozione allo Spirito Santo, per sentirlo “vibrare” nell’anima, per “aprirsi” alle sue illuminazioni e ispirazioni e per camminare alla sua dolce guida verso la più stretta unione d’amore con Dio, ci voleva il suo incontro con la spiritualità e la mistica carmelitana. I più profondi testi steiniani sullo Spirito Santo portano perciò il sigillo dell’esperienza spirituale di un profondo abbraccio d’amore dello Spirito Santo che con la sua “dolce e deliziosa acqua” ha trasformato la sua anima in una “fiamma viva d’amore”. 

Lo Spirito santificatore

Un anno prima di entrare al Carmelo Edith Stein, trovandosi come docente all’Istituto di pedagogia scientifica di Muinster, aveva programmato un corso di antropologia filosofica e teologica. Costretta a ritirarsi a motivo della sua origine ebraica, aveva tuttavia già preparato il materiale. In alcune pagine esprime il suo pensiero sullo Spirito Santo: 

La cresima

“La vita cristiana è una continua lotta. Il mezzo che ci fortifica per sostenere una tale lotta, è il sacramento della cresima, nel quale ci viene dona-to lo Spirito Santo, così come fu donato agli apostoli nel giorno della Pentecoste, affinché il cristiano confessi coraggiosamente il nome di Cristo”. 

La grazia santificante

“Il Concilio tridentino insegna che la nostra giustificazione è opera del “Dio Misericordioso” che ci rende “santi” (1 Corinti 6,11) con “il suggello dello Spirito Santo” che era stato promesso (e che è) caparra della nostra eredità” (Efesini 1,13-14)… Questo dono di Dio – lo Spirito Santo – che a ciascuno di noi viene donato, nella misura in cui Dio lo ha predestinato e conforme alla nostra preparazione a riceverlo e collaborazione, cioè la grazia santificante o la giustizia, altro non è che l’amore di Dio” riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Romani 5,5), assieme con la speranza e la fede. Questo dono ci unisce con Cristo come membri vivi del suo corpo. (…) Prima della grazia santificante… possiamo sperimentare l’infusione dello Spirito Santo che ha per effetto di svegliare in noi il desiderio di purificazione, ‘con cui da parte di Dio viene preparata la volontà’ (Proverbi 8, 35). Così ha inizio in noi anche la fede,… cioè lo Spirito Santo viene riversato in noi come dono della grazia per cambiare la nostra volontà, conducendola dall’incredulità alla fede, dall’ateismo alla pietà. È la grazia preveniente di Dio che chiama il peccatore… a consentire liberamente alla grazia, a collaborare con essa e ad essere pronto all’illuminazione dello Spirito Santo e ad accettare la fede”.

“Appartiene alla vera grazia di Cristo che il cuore dell’uomo venga toccato mediante l’illuminazione dello Spirito Santo… Da questa illuminazione o dal soffio dello Spirito Santo dipende il consenso della fede. Poiché senza una tale illuminazione non è possibile accettare la predicazione evangelica, come è necessario per arrivare alla salvezza. Perciò la fede è un dono di Dio”.

“L’accettazione della fede è un atto ragionevole; non è mai un’espressione del sentimento. Tuttavia, la luce naturale non basta. Nessuno potrà accettare la predicazione evangelica, come è necessario per giungere alla salvezza, senza l’illuminazione e il soffio dello Spirito Santo, perché Egli soltanto può dare la dolcezza del consenso e della fede alla verità” (cit. Tridentino, D 1791). 

Il dono dello Spirito

Edith Stein esprime, dunque, con chiarezza che la vita della grazia e tutta la vita del cristiano ci vengono comunicate da Dio per mezzo dello Spirito Santo, e con ciò inizia la nuova vita del cristiano redento da Cristo nostro Salvatore: “Con la morte in croce Cristo ci ha guadagnato la nostra rinascita: “ci ha fatto rivivere in Cristo” (Efesini 2,4) rinnovando i nostri cuori nello Spirito, tanto da non somigliare soltanto ai giusti, ma di esserlo in verità: riceviamo in noi la giustizia, ciascuno nella misura che lo Spirito Santo gli dona, come egli vuole (1 corinti 12,11)”.

Questa meravigliosa constatazione che riempie il cuore della Stein di sempre nuove profondità, la fa implorare alcuni anni più tardi lo Spirito Santo di “mostrarsi a lei in forma visibile”, così come risplende nella bellezza di Maria, che è la sua vera sposa, “a lui unita indissolubilmente”: 

sposa dello Spirito Santo

“Tu, dolce Spirito, che crei ogni bene, tu, pace della mia anima, luce e forza, onnipotenza dell’amore eterno, mostrati a me in forma visibile.

Là presso il Giordano il Figlio dell’uomo si mostrò, chinò il suo divino capo in profonda umiltà; allora venisti tu, sovrabbondanza di ogni purezza, sotto l’aspetto luminoso di una leggera colomba. I discepoli ti udirono nello scroscio tempestoso, la casa trema per il possente sibilo; sul loro capo guizzano come lingue di fuoco, il suo fuoco d’amore domina il lor cuore. Tu ti creasti una fedele immagine, purissimo fiore della creazione, divino e mite. In un volto umano, celeste, chiaro, diviene manifesta la pienezza della tua luce.

Dai suoi occhi irraggia brace d’amore, e spira fresco come da acqua chiara. Il suo sorriso è splendore della santa gioia, si versa come balsamo nel cuore ferito. Con mano materna ella conduce il suo bambino [dolcemente, e tuttavia forte nella tua forza, dove camminano i suoi piedi verdeggia e fiorisce [la campagna e lo splendore del cielo rischiara la natura.

La luminosa gloria della pienezza di grazia l’ha eletta al trono dall’eternità e attraverso di lei scorre sulla terra ed ogni dono viene dalle sue mani. Come sposa è unita a te indissolubilmente O dolce Spirito, io ti ho trovato. Tu mi riveli la luce della tua divinità che risplende chiara nel volto di Maria”.

Nel medesimo periodo, attraverso lo studio della Fiamma d’amor viva di san Giovanni della Croce – quella fiamma d’amore che brucia nel cuore umano con l’ardente desiderio di “rompere la tela del dolce incontro”- Edith Stein intuisce lo Spirito Santo con la sua presenza nell’uomo, non solo illumina la mente e purifica il cuore, ma innalza l’ani-ma all’unione con Dio.

“La Fiamma viva d’amore è lo Spirito Santo, “che l’anima sente ormai dentro di sé… come un fuoco che la arroventa, trasformandola tutta in soave amore”, ma anche “come un fuoco che arde davvero dentro di lei, lanciando delle fiammate. Orbene, ogni qualvolta quella vampa fiammeggia, irrora l’anima di gloria, rinfrescandola in un bagno tempratore di vita divina”. Lo Spirito Santo provoca in lei un arroventamento amoroso, per cui la volontà dell’anima viene a confondersi in un amore solo con la fiamma divina. La trasformazione in amore è un “habitus”, vale a dire uno stato permanente in cui l’anima viene posta; è il fuoco che arde continuamente in lei. 1 suoi atti invece “sono le fiamme che si sprigionano dal fuoco amoroso, e che salgono con tanto maggior impeto quanto più è intenso il fuoco dell’unione”. In questo stato, l’anima è impossibilitata ad agire di sua iniziativa. Tutti i suoi atti vengono eccitati e compiuti dallo Spirito Santo, per cui sono del tutto divini. Sicché, ad ogni avvampare di questa fiamma, all’ani-ma sembra di star ricevendo la vita eterna: “perché essa la solleva all’altezza operativa di Dio in Dio”.

Data questa sua trasformazione in fiamma d’amore, si comunicano a lei il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; ed essa arriva così vicina a Dio da pregustare un piccolo saggio della vita eterna; anzi ha l’impressione che quella sia già la vita eterna”. ‘Quando l’anima dice che lo Spirito Santo la ferisce nel suo più profondo centro, intende affermare che in lei esistono anche dei punti meno profondi, corrispondenti ai vari gradi dell’amore divino; adesso però è la sua sostanza, la sua capacità, la sua forza, che viene toccata e investita. Con questo non vuol dire `che tutto ciò si verifichi così sostanzialmente e con tanta perfezione come nella visione beatifica dell’altra vita’; ma dice così semplicemente `per manifestare la copiosità, la sovrabbondanza di piacere e di gloria da lei sentite in questa comunicazione dello Spirito Santo. Il piacere è tanto più intenso e tenero, quanto più fortemente e sostanzialmente essa è concentrata e trasformata in Dio”.

Che cosa opera lo Spirito Santo nell’anima trasformata in Dio? Qualcosa che secondo la Stein oltrepassa l’esperienza dell’inabitazione della SS. Trinità, nella quale l’intelletto viene “illuminato con la sapienza del Figlio, la volontà con il gaudio dello Spirito”, e il “Padre abbraccia l’anima, assorbendola nell’abisso della sua dolcezza”.

Ma lo Spirito Santo che brucia con amore ardente, fa ancora qualcosa di più sublime. Rende l’anima: “un carbone acceso che non soltanto arde, ma lancia attorno a sé delle lingue di fiamma”. La unione semplice assomiglia al “fuoco di Dio che si alimenta in Sion”, ossia alla Chiesa militante, in cui il fuoco della carità è sì acceso, ma non fino all’incandescenza; l’unione amorosa fiammeggiante invece, assomiglia “alla fornace di Dio che c’è a Gerusalemme”, ossia a quella visione di pace costituita dalla Chiesa trionfante, ove il fuoco arde davvero come in una fornace arroventata dalle vampe del perfetto amore. è vero che l’anima non ha ancora raggiunta la perfezione del cielo; tuttavia essa brucia come una fornace, alimentata da una visione riposante, gloriosa e splendente d’amore.

Ora essa tocca con mano “come la fiamma d’amor viva, che sì dolce ferisci!” come volesse dire: “O infiammato amore, come mi stai glorificando generosamente con i tuoi slanci amorosi, che colmano la capacità e la forza dell’anima mia! Tu mi dai una conoscenza divina che riempie tutta l’abilità e la capacità del mio intelletto; Tu mi infondi l’amore sino al limite di capienza della mia volontà, sommergendo la sostanza dell’anima mia con il torrente del piacere provocato dal tuo contatto (avvenuto) in rapporto con la purezza interiore e l’apertura della mia anima”(). 

L’incontro con lo Spirito Santo

Tutta questa meravigliosa esperienza significa per Edith Stein un incontro con lo Spirito Santo che riempie l’anima d’immensa gioia, di “festeggiamenti amorosi”, “di fiumi d’acqua viva”.

“L’anima designa questo strapotente abbraccio interiore dello Spirito Santo col nome di incontro. Dio l’afferra con una vera irruenza soprannaturale, per elevarla oltre la carne e condurla alla stretta conclusiva. Ci troviamo di fronte ad autentici incontri; lo Spirito Santo compenetra infatti la sostanza dell’anima, irradiandola e divinizzandola. “Sicché l’essere divino assorbe l’essere dell’anima al di là di ogni altro essere”.

L’anima è quindi in grado di gustare al vivo Dio; per cui chiama dolce questo incontro, che è realmente più soave di tutti gli altri contatti ed incontri, perché li sorpassa tutti in grado eminente'”.

La Stein torna ancora sull’azione bruciante dello Spirito Santo mettendo in luce come si realizza questo incontro: “Conosciamo di già lo Spirito Santo come fuoco divoratore (Deuteronomio 4,24), Ossia come “fuoco d’amore, che – carico di energia infinita – può consumare incoercibilmente, trasformando in sé l’anima da Lui investita… E allorché questo fuoco ha trasfigurata in sé l’anima, questa non solo sente la scottatura, ma diventa lei pure tutta una scottatura bruciante. Ed è un fatto meraviglioso,… che questo fuoco di Dio così impetuoso e divoratore, capace di consumare mille mondi con maggior facilità di quanto non faccia il fuoco terrestre con un batuffolo di lino, non consuma né distrugge l’anima… ma anzi la divinizza e la colma di delizie…”.

Esso è per lei “una rara fortuna, perché così sa tutto, gusta tutto e fa tutto ciò che vuole; inoltre essa fa ottimi progressi, senza che nessuno possa avere il sopravvento su di lei e nulla arrivi a scalfirla”. A lei si possono ora applicare le parole dell’Apostolo: “l’uomo spirituale giudica tutto, e non è giudicato da nessuno” (1 Corinti 2,,5) e ancora: “Lo Spirito scruta tutto, anche le profondità di Dio” (1 Corinti 2,10). è infatti una caratteristica dell’amore, il fare l’inventario di tutti i beni dell’Amato” .

Infine, per terminare il grande ed inesprimibile mistero della trasfigurazione dell’anima in Dio, la Stein ribadisce di nuovo: “Questo immenso fuoco è così soave da assomigliare alle acque vive che saziano a dismisura la sete dello Spirito. Ne abbiamo una figurazione allusiva in quel prodigio di cui parlano i libri dei Maccabei: il fuoco sacro che un dì era stato nascosto in una cisterna, si era trasformato in acqua; portato sull’altare del sacrificio, si trasformò di nuovo in fuoco. Lo Spirito di Dio è come una dolce e deliziosa acqua, finché resta nascosto nelle vene dell’anima; ma appena viene alla luce per essere impiegato nell’offerta sacrificale dell’amor divino, divampa in vivide fiamme. Siccome in questo momento l’anima è infiammata e intenta a concedersi nell’abbandono amoroso, ecco che giustamente parla più volentieri di lampade piuttosto che di acqua.

Resta però sempre un fatto incontestabile: che tutte queste descrizioni non sono che timidi tentativi di esprimere ciò che si sta verificando in realtà; “poiché la trasfigurazione dell’anima in Dio è qualcosa di indicibile”. 

La “mia” ultima pentecoste

In questo clima mistico, pochi mesi prima della sua deportazione ad Auschwitz, nacque una delle preghiere più belle della Stein: l’intimo sposalizio dell’anima con lo Spirito Santo è la “sua” Pentecoste:

1. “Chi sei tu, dolce luce, che mi riempie e rischiara l’oscurità del mio cure? Tu mi guidi come una mano materna e mi lasci libero, così non saprei più fare un passo. Tu sei lo spazio che circonda il mio essere e lo racchiude in sé, da te lasciato cadrebbe nell’abisso del nulla, dal quale tu lo elevi all’essere. Tu, più vicino a me di me stessa e più intimo del mio intimo – e tuttavia inafferrabile ed incomprensibile che fai esplodere ogni nome: Spirito Santo – Amore eterno!

2. Non sei la dolce manna che dal cuore del Figlio fluisce nel mio, cibo degli angeli e dei santi? Egli, che si levò dalla morte alla vita, ha risvegliato anche me ad una vita nuova dal sonno della morte e mi dà una nuova vita di giorno in giorno, e un giorno la sua pienezza mi sommergerà, vita dalla tua vita – tu stesso: Spirito Santo – Vita eterna

3. Sei tu il raggio che guizza giù dal trono del giudice eterno ed irrompe nella notte dell’anima che mai si è conosciuta? Misericordioso ed inesorabile penetra nelle pieghe nascoste. Si spaventa alla vista di se stessa lascia spazio al santo timore, inizio di ogni sapienza, che viene dall’alto e ci àncora con forza nell’alto: alla tua opera, come ci fa nuovi, Spirito Santo – Raggio Impenetrabile!

4. Sei tu la pienezza dello Spirito e della forza con cui l’agnello sciolse il sigillo dell’eterno decreto divino? Da te sospinti i messaggeri del giudice cavalcano per il mondo e separano con spada tagliente il regno della luce dal regno della notte. Allora il cielo diventa nuovo e nuova la terra e tutto va al suo giusto posto con il tuo alito. Spirito Santo – Forza vittoriosa.

5. Tu sei l’artefice che costruisce il duomo eterno che s’innalza dalla terra al cielo. Da te animate s’innalzano le colonne e restano saldamente fisse. Segnate con il nome eterno di Dio si alzano verso la luce sostenendo la cupola, che chiude il santo duomo coronandolo, la tua opera che trasforma il mondo. Spirito Santo – Mano creatrice di Dio.

6. Sei tu colui che creò il chiaro specchio, vicinissimo al trono supremo, come un mare di cristallo, in cui la divinità amando si guarda? Ti chini sulla più bella opera della tua creazione e raggiante ti illumina il tuo proprio splendore, e la pura bellezza di tutti gli esseri, unita nel grazioso aspetto della Vergine, tua immacolata sposa: Spirito Santo – Creatore dell’universo.

7. Sei tu il dolce canto dell’amore e del santo timore che eternamente risuona attorno al trono della Trinità e sposa in sé il puro suono di tutti gli esseri? L’armonia che congiunge le membra al capo, in cui ciascuno, felice, trova il segreto senso del suo essere e giubilante irradia, liberamente sciolto nel tuo fluire. Spirito Santo – Giubilo eterno!

(a cura di Giovanna della Croce, Milano, 1998)

Scuola Biblica

Nell’atmosfera liturgica pasquale, che vede la Parola di Dio “allargarsi” (cfr At 6,7; 12,24) da Gerusalemme alla Giudea, alla Samaria e alla Siria, testimoniata da evangelizzatori un tempo duri di cuore ma ora “pieni di Spirito” (At 4,8; 7,55; 11,24), è nata tra noi una modesta Scuola Biblica aperta a tutti coloro che hanno “fame e sete della Parola di Dio” (cfr Am 8,10) e che vogliono allargarne e approfondirne la conoscenza.

Intenzioni

Il nostro primo intento è quello di “leggere e di interrogare” il testo recuperando l’interezza della trama narrativa che la liturgia non riesce a saldare in unità e che perciò resta affidata all’azione del predicatore e allo studio personale.

Avendo sperimentato la facilità con cui ci insabbiamo quando affrontiamo la lettura continua indiscriminata, abbiamo pensato di fare delle scelte iniziali cominciando con lo studio di alcuni personaggi sui quali la Bibbia si diffonde con dei racconti ampi che ci permetteranno di capire meglio alcune cose elementari: ciò che il testo dice, ciò che sembra voler dire il suo autore e infine ciò che il testo dice a noi.

Premesse

Abbiamo elencato solo alcune scarne premesse per inquadrare correttamente il nostro studio:

  1. La Bibbia è un complesso di molti libri che la fede di un popolo e la sua storia ha riunito.
  2. Diversi generi letterari, corposità ed epoca di composizione caratterizzano ciascuno di questi libri.
  3. Ciò che al di là delle differenze collega tra di loro i libri di questa raccolta è la triade DIO-POPOLO-TERRA di cui parla una storia. La storia di un popolo stanziato in una terra per intervento di Dio. Una storia che si proietta nel futuro per comprendere in uno stesso progetto di salvezza l’umanità di ogni luogo ed epoca.
  4. La storia biblica è molto intricata, piena di nomi e di vicende, ma è decifrabile e memorizzabile con l’apprendimento di alcune cadenze e cicli che ne ritmano lo svolgimento.
  5. Ci sono cadenze e cicli di personaggi (Abramo, Giuseppe, Elia), di simboli (la Donna, la Vigna, il Pastore), di temi (gli inizi, la fine, pienezza dei tempi; la bontà della creazione, il peccato, il castigo, l’intercessione, il sacrificio), di generi letterari (profezia, escatologia, apocalisse, storia, insegnamento sapienziale, codice normativo, poesia).
  6. La lettura di fede di ogni porzione del testo biblico non può prescindere da una buona conoscenza dell’insieme di questa storia senza rischiare di impoverire e di distorcere il senso del suo messaggio.
  7. Per questo l’intero racconto biblico è punteggiato dal ricomparire di alcune coppie caratteristiche: padri-figli, maestri-discepoli, capi-comunità nelle quali si trasmettono di generazione in generazione la conoscenza e l’esperienza delle “meraviglie operate da Dio”.
  8. Nel corpo della Bibbia molto spesso l’oralità dell’insegnamento e dell’apprendimento si accompagna non solo metaforicamente all’oralità del banchetto. La Parola di Dio si fa cibo solido o latte adeguandosi all’età spirituale del fedele. Oppure il testo biblico, divorato dal profeta, fa sentire sia la dolcezza dell’assistenza divina, sia l’amarezza delle prove future.
  9. Il testo biblico che noi conosciamo è il risultato di una complessa stesura e redazione dell’insegnamento orale e perciò accompagna la propria autorità a quella della tradizione che si perpetua in una comunità che ne è viva custode e garante.
  10. Per noi cristiani la Bibbia non è una semplice raccolta di libri ma la stessa Persona del Figlio di Dio – il Verbo – che si rivela e si fa carne nell’uomo Gesù di Nazareth e nella Comunità di tutti gli uomini e le donne che assieme a Lui hanno amato, sofferto e annunciato il Vangelo.

Ciclo di Gedeone (Giudici capp. 6-9)

Campo di battaglia di Gedeone
  • 6,1-6 Il peccato e il castigo.
  • 6,7-10 La preghiera è ascoltata.
  • 6,11-25 Gedeone: vocazione.
  • 6,26-32 Gedeone: contro Baal (Jerub-Baal).
  • 6,33-40 Gedeone: contro Madian, convocazione dell’esercito, prova del vello.
  • 7,1-3 Prima selezione alla fonte di Kharod: da 32.000 a 10.000.
  • 7,4-8 Seconda selezione: da 10.000 a 300.
  • 7,9-15 Sogno del pane d’orzo che travolge la tenda.
  • 7,16-22 Le brocche rotte, le torce, le trombe, la vittoria militare.
  • 7,23-25 Aiuto degli alleati.
  • 8,1-21 Rimostranze e pacificazione degli alleati.
  • 8,22-35 Rifiuto dell’offerta del regno. Fine ingloriosa di Gedeone.
  • 9,1-6 Abimelech re.
  • 9,7-21 Apologo di Jotam.
  • 9,22-25 3 anni di governo di Abimelech.
  • 9,26-58 Rivolta di Gaal. Sconfitta della città di Sichem e della sua torre. Assedio della torre di Tebez e morte ingloriosa di Abimelech.

Cristo è risorto! Alleluia, Alleluia

Questa notte abbiamo ascoltato le parole degli angeli che dicevano: «Perché cercate tra i morti Colui che vive? Non è qui è risorto».Ecco l’annuncio che le pie donne, le fedelissime del Signore, accolgono vigilando e la loro fedeltà è premiata, sono le prime a sapere che il Signore è risorto da morte.

Sono arrivate al sepolcro con il cuore colmo di tenerezza e con le mani piene di aromi, unguenti che non servono più. Sono venute a portare qualcosa a loro Signore e invece ricevono qualcosa dal loro Signore l’annuncio della risurrezione.

Surrexit Christus!, Cristo è risorto! Ecco il grido della Pasqua; dovettero tornare indietro nella loro comunità dove erano riuniti gli apostoli per annunciare che Cristo era risorto, tornare indietro con i loro cuore esultante, con l’animo stupefatto dalla dolcezza e dalla commozione. Anche noi, questa notte, siamo qui per essere partecipi dello stesso dono, per sentirci dire dagli angeli «Chi cercate?» Per sentirci confermati nella fede della risurrezione.

Abbiamo ascoltato diversi brani della storia della salvezza, una storia di amore tra Dio e l’uomo, una storia fatta di alleanze, di annunci profetici. Ma al centro di questa storia c‘è un evento decisivo, anzi tutto gravita attorno a questo fatto decisivo: Cristo è vivo. Siamo chiamati nuovamente a chiederci se crediamo alla risurrezione e se crediamo che questo uomo giusto ucciso sia risorto e che chiama anche noi a essere partecipi di questa verità. È bello, proprio in questa circostanza ricordarci dell’ultima Esortazione Apostolica postsinodale del papa Francesco, che grida con forza ai giovani: Cristo vive!

Occorre rammentare spesso questa verità – afferma il papa –  «perché corriamo il rischio di prendere Gesù Cristo solo come un buon esempio del passato», in tal caso «questo non ci servirebbe a nulla, ci lascerebbe uguali a prima, non ci libererebbe. Colui che ci colma della sua grazia, Colui che ci libera, Colui che ci trasforma, Colui che ci guarisce e ci conforta è qualcuno che vive» (CV 124). Proprio perché egli vive davvero potrà essere presente nella nostra vita, in ogni momento, per riempirlo di luce. Così non ci saranno mai più solitudine e abbandono. Anche se tutti se ne andassero, Egli sarà lì, come ha promesso: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). (cfr. CV 125).

Contempliamo, come ci invita il nostro pontefice a contemplare Gesù felice, traboccante di gioia. A gioire con il nostro Amico che ha trionfato. «Hanno ucciso il santo, il giusto, l’innocente, ma Egli ha vinto. Il male non ha l’ultima parola. Nemmeno nella nostra vita il male avrà l’ultima parola, perché il nostro Amico che ci ama vuole trionfare in noi. Il nostro Salvatore vive (cfr. CV 126).

Lasciamoci affascinare dalla bellezza di questo annuncio e a lasciarci incontrare dal Signore; se ci lasciamo amare e salvare da Lui; se entriamo in amicizia con Lui e cominciamo a conversare con Cristo vivo sulle cose concrete della nostra vita, questa sarà la grande esperienza, sarà l’esperienza fondamentale che sosterrà la nostra vita cristiana. Incontriamo Cristo, conosciamolo e innamoriamoci dell’Autore della Vita. Cristo è risorto! È davvero Risorto! Alleluia Alleluia!

Noli mi tangere, Beato Angelico, Convento san Marco Firenze

Riposa nella speranza

Il sabato Santo è il giorno del grande silenzio; è come un giorno che sorge senza luce, poiché su di esso si distendono, ancora, come una fitta coltre, le tenebre del Venerdì Santo. Qualcosa di enorme e tremendo è accaduto: la morte violenta del Giusto. Sbigottita, la terra tace.

Ai concitati avvenimenti del Venerdì fa seguito una profonda quiete. Infatti, nella giornata di ieri, fino verso il tramonto, si udiva ancora la sua voce, il suo lamento, la sua preghiera. Oggi egli tace; tacciono anche le grida dei crocifissori e della folla. Con lui che giace nel sepolcro sembra che tutto sia piombato nel silenzio e nel buio. É però un silenzio di sospensione; è un’oscurità di attesa vigilante. Tutta l’attenzione è infatti rivolta a colui che deve tornare dai morti.

Il Sabato Santo è dunque anche il giorno del riposo del Giusto, il primo del «sacro silenzio» con cui si suole circondare l’impenetrabile mistero della morte e che, in realtà, è un «parlare con il cuore», uno scendere nelle profondità dell’essere per ascoltare la parola di speranza che Dio stesso suggerisce al cuore.

Il senso vuoto che si prova entrando, il Sabato Santo, nelle chiese spoglie e mute fa sperimentare all’anima l’assenza del suo Signore e la muove alla ricerca di lui, come la sposa del Cantico dei Cantici. Scopre così che egli le è indispensabile; impara, nella privazione, ad apprezzarne e a desiderarne la presenza; sente crescere in sé l’amore per lui – comincia a intuirlo – l’ha amata di un amore più forte della morte.

È così che la Chiesa tutta intera si raccoglie oggi presso il sepolcro dello Sposo per ascoltarne il silenzio, come prima ne aveva ascoltato i gemiti e le ultime parole, e per attendere con speranza il suo risveglio, anzi, per sollecitarlo con gli insistenti richiami della preghiera.

L’unica liturgia che oggi la Chiesa celebra è quella delle Ore; lo fa con un tono pacato, quasi sommesso, nascosta nel silenzio dei cori e nella penombra delle chiese. Una liturgia che sembra quasi prenderci per mano e farci scendere, insieme con il Cristo, negli inferi, il regno della morte, per farci poi risalire con lui nel pieno fulgore del regno della vita.

La Chiesa in questo giorno nell’Ufficio delle letture ci propone nella seconda lettura un’ antica, suggestiva, omelia del Sabato Santo e la descrive con drammatica ed esaltante vivacità di immagini e di sentimenti.

Eccone alcuni passi: «Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi».

Quindi prosegue descrivendo Cristo che, buon Pastore, entra negli inferi con il suo glorioso vincastro – il legno della croce – e va a cercare il primo uomo, Adamo, pecorella smarrita. «Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: “Sia con tutti il mio Signore”. E Cristo rispondendo disse ad Adamo: “E con il tuo spirito”.

Avviene allora una specie di liturgia battesimale che sfocia in una liturgia eucaristica. Cristo prende per mano Adamo e gli dice: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà». Sono le parole di un inno battesimale in uso nella Chiesa primitiva (cfr. Ef 5,14). Il battesimo era appunto definito sacramento dell’illuminazione.

Ora Gesù rievoca tutte le tappe della sua missione e ne svela il fine: «Io sono il tuo Dio che per te sono diventato tuo figlio». È il mistero dell’Incarnazione. «Per te e per questi che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che sono in carcere: Uscite!». È la nuova rinascita, la risurrezione. Ora parlo; ora dico, pronunzio la Parola, creo di nuovo.

«A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti». Come un padre si compiace nel guardare il suo figlio che gli assomiglia, così Gesù si compiace di guardare Adamo riscattato, e, quasi prorompendo in un’effusione di gioia per l’opera sua dice: «Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo». 

Per te, per te… È tutta una dichiarazione di amore. Per te, uomo, ho condiviso la debolezza umana… Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, io sono stato tradito in un giardino… E così Gesù racconta al primo Adamo tutta la sua Passione per dimostrargli il suo amore, culminando, in modo sorprendente, in una vera e propria liturgia eucaristica: «Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono… Il Trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata… In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli» (cfr. Seconda lettura dell’Ufficio delle letture, in, Ufficio delle Ore. Secondo il Rito romano, II, Città del Vaticano 1975, 446-448).

È una festa di nozze. Ormai, dice il Signore all’umanità, tu sei in me e io in te! Siamo per sempre!

La discesa agli inferi, Dal polittico di Serafino dei Serafini (Cattedrale di Piacenza, sec. XIV) 

Mettiamoci davanti al Crocifisso

Nella celebrazione liturgica del Venerdì Santo dichiariamo di credere che Gesù è vivo e che è la nostra Vita. bisogna però che la nostra vita sia coerente coi nostri gesti. Dio non ci ha amato per gioco. pensiamo che cosa significhi l’amore di Dio: è l’abbandono del Figlio Unigenito al martirio. e, nella carne di questo Figlio Unigenito crocifisso, siamo chiamati a riamare Dio, anche noi e non solo per gioco.

L’amore di Dio! Siamo abituati a pronunziare questa parola senza tremare e ci capita anche di parlare di amore di Dio come se fosse un semplice modo di dire, come se la realtà dell’amore fosse un’altra. non è così. I segni e i misteri che celebriamo in questi giorni ci dicono che l’amore di Dio è un’immensa, infinita realtà. Una realtà che diventa storia dell’uomo, che invade e permea e sostanzia la vita di ogni uomo. ogni uomo è amato da Dio nell’olocausto di Cristo; ogni uomo è salvato da Dio nel martirio di Gesù.

Bisogna che ci pensiamo. Abbiamo bisogno di rinnovare la nostra anima in questo amore perché la nostra fede trasformi profondamente la nostra esistenza e non resti soltanto un discorso convenzionale. Dopo aver capito che cosa sia l’amore di Dio, dovremmo aver paura a pronunziare questa parola quando Dio ne sia lontano e quando Dio ne sia estraneo. E dovremmo pensare che nella nostra vita, fatta per essere una vita di amore, c’è bisogno di Dio e del suo Figlio Gesù perché questo amore non sia soltanto l’esperienza di un’ora, ma il Viatico di una vita eterna. É questo che celebriamo oggi.

Mentre abbiamo il cuore l’avvenimento della passione e della morte del Signore, oltre che l’amore di Dio, dobbiamo pensare anche all’odio degli uomini. Questo ucciso e abbandonato è stato ucciso dall’odio, dall’odio di ogni uomo, anche dal nostro. È stato ucciso dai nostri cuori inariditi, è stato ucciso dai cuori egoisti, è stato ucciso dai cuori che mettono il loro tornaconto prima di ogni altra realtà. Sappiamo che parlare di comunione tra gli uomini, di umana solidarietà, di umana comprensione, di umana giustizia, qualche volta anche di umana carità. Ci riempiamo la bocca di queste parole, ma forse restano parole perché non sono accompagnate dall’amore di Dio. Non c’è nessun sistema di impegno umano, non c’è nessun sistema del convivere sociale che renda il cuore dell’uomo incapace di odio. se non impariamo dall’amore di Dio, a poco a poco riemergerà sempre dal fondo abissale del nostro spirito e della nostra natura una qualità maligna, un egoismo che ci farà dimenticare gli altri e, poco per volta, ce li farà sfruttare.

Oggi siamo qui. L’amore di Cristo ci ha raccolti intorno alla Croce. Se nel nostro cuore c’è qualche palpito che non è l’amore, deponiamo nel cuore di Gesù; se nella nostra vita c’è qualche aspirazione che non è carità, deponiamola nel cuore di Cristo e sia il suo amore a purificare i nostri cuori, a renderli generosi e a renderli veri. Veri, soprattutto; affinché quando parliamo di comunione, quando parliamo di umanità, siamo dei cristiani che trasmettono ciò che hanno ricevuto da Cristo e che rendono fecondo ciò che il suo Sangue ha loro donato.

Il Sangue di Cristo è in noi per l’amore di Dio. quest’amore ci aiuta a capire Dio e a volerci bene, a capire noi stessi e a capire i nostri fratelli e a capire che tutto il mistero della vita dell’uomo è una partecipazione continua dell’amore di Dio e un pellegrinare verso questo amore. Giorno per giorno, attraverso le multiformi esperienze della vita, che possono anche sembrare talvolta intrise di odio ma che devono invece essere sempre esperienze di carità.

Davanti al Crocifisso è facile perdonare, è facile volersi bene, è facile soprattutto dare a questo sentimento della bontà un clima di autenticità, di verità che vada oltre alla commozione di un momento e oltre l’interesse di un’ora e diventi un po’ il segno di tutta la vita. offriamo a Cristo la gratitudine per averci amato e insieme il desiderio che il suo amore porti dentro di noi l’amore vero.

É l’unico modo per essere veramente riconoscenti. Cristo lo gradisce, lo accoglie e nel suo Sangue lo rende fecondo.

Particolare dell’Albero delle sette parole

«Anche voi dovete farlo agli altri»

Ecco la sera con cui iniziano i tre giorni più importanti dell’anno. Oggi la chiesa sparsa nel mondo si ferma, si inchina per lavare i piedi, si inginocchia per adorare l’eucaristia. Questa sera sono rimasto molto colpito dall’ultimo versetto del vangelo che è stato proclamato: «Se io che sono il Maestro e il Signore, ho lavato i piedi, anche voi dovete farlo agli altri».

É un dovere, è un’etica. L’etica cristiana è una cosa che nasce non da un principio teorico, ma da un’esperienza precisa, dal fatto che il Signore mi ha lavato i piedi, mi ha amato e ha dato se stesso per me. Il Signor Gesù si è fatto mio servo e attraverso questo ho conosciuto il suo amore, la sua umiltà, la sua gloria e ho capito qual è il significato del mondo; allora voglio diventare come Lui, questa è l’etica di ogni discepolo: essere santi come Lui è santo.

E questo è ormai il comando nuovo di amarci come Lui ci ha amato. Questo lavarci i piedi gli uni agli altri è il fondamento della comunità cristiana, è quello che diciamo Eucaristia. Le parole di Gesù: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» corrispondono alle stesse parole che ogni giorno diciamo nella Celebrazione eucaristica «fate questo in memoria di me».

L’evangelista Luca al capitolo 22 ci ricorda che durante l’ultima cena i suoi discutevano chi di loro poteva essere considerato grande, e Gesù disse loro: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve» (Lc 22,25). Ecco un esempio di “cattivi pastori” sono coloro che esercitano un potere sul popolo di Dio, o più semplicemente coloro che si mettono al servizio della comunità solo per essere ammirati; Gesù di loro affermano che hanno già ricevuto la loro ricompensa (cfr. Mt 6,1-25).

Gesù ci invita a diventare «come il più piccolo», «come colui che serve». Comprendiamo queste parole dall’Esortazione Apostolica Postsinodale di papa Francesco, Christus vivit: «La Parola di Dio ci chiede “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova” (1 Cor 5,7). Al tempo stesso, ci invita a spogliarci dell’uomo “vecchio” per rivestirci dell’uomo “nuovo” (cfr. Col 3,9.10). E quando spiega cosa significa rivestirsi di quella giovinezza “che si rinnova” (v. 10), dice che vuol dire avere “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro” (Col 3,12-13). Ciò significa che la vera giovinezza consiste nell’avere un cuore capace di amare. Viceversa, ad invecchiare l’anima è tutto ciò che ci separa dagli altri. Ecco perché conclude: “Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto” (Col 3,14)» (CV 13).

É proprio fare, in memoria del Signore, ciò che Lui ha fatto. Questo vuol dire “mangiare il suo pane”: il pane è Lui e si vive di ciò che si mangia; vivere di Lui, vivere del suo stesso amore, vivere dell’amore del Padre e dei fratelli. Questo vuol dire “celebrare l’Eucaristia”. Questa è tutta l’etica cristiana, come dicevamo, ed è quell’etica che fa il mondo nuovo, l’umanità libera dai falsi modelli, l’umanità che è a immagine di Dio. Ed è facendo così che noi entriamo a far parte della vita di Dio e siamo nella Trinità, diventiamo fratelli degli altri, diventiamo figli, conosciamo il Padre.

La nostra cappellina addobbata per l’adorazione eucaristica

Signore Gesù, come nell’Ultima Cena con i tuoi, tu sei in mezzo a noi come colui che serve. Tu ci onori del tuo servizio. Tu l’Altissimo, umile ai nostri piedi, ce li lavi, ce li baci, ce li profumi d’amore, ce li calzi di mansuetudine e di pace, per farci camminare dietro a te fino alla Casa del Padre. E la strada del ritorno passa per l’Orto degli Ulivi, sale su monte della Croce, scende nella grotta del sepolcro, sbocca nel Giardino rifiorito. Signore Gesù, pur essendo molto lenti a capire, vorremmo saperti imitare e farci con te servi di tutti, per rendere visibile nei nostri gesti la tua immensa carità divina ed essere un giorno introdotti alla cena della Pasqua eterna dove ancora tu stesso, secondo la tua promessa, passerai a servirci, saziandoci di gioia con la luce radiosa del tuo Volto. Amen

Corriamo in fretta verso la passione per stendere in umile prostrazione le nostre persone davanti al Signore che viene

Pietro Lorenzetti, Basilica inferiore San Francesco d’Assisi

Il racconto di Luca presenta l’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme prima della passione che segna la fine del suo ministero e il compimento delle più importanti profezie. Tutti e quattro Evangelisti, riportano il racconto dell’ingresso messianico. L’evangelista ci narra di una “ascesa” innanzitutto nel senso geografico in quanto l’altezza media di Gerusalemme è di 760 metri sopra il livello del mare mentre Gesù viene in questo momento da Gerico che si trova sotto il livello del mare, dove ha ridato la vista a Bartimeo (Mt 20,29; Mc 10,46; Lc 18,35) e ha convertito il ricco Zaccheo (Lc 19,1), realizzando, in favore di entrambi, il suo ministero di Buon Pastore (cfr. Gv 10,11-18). Ora il buon Pastore sale a Gerusalemme con “la pecorella sulle spalle”, preludio di un’altra salita.

Il testo afferma che «Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi». Betfage e Betania sono due villaggi che permettono a Luca di rileggere l’ingresso di Gesù basandosi sulle antiche profezie che alimentavano le attese messianiche: «In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente» (Zc 14,4). Dal confronto con gli altri sinottici appare che l’ingresso a Gerusalemme è avvenuto nel primo giorno della settimana (domenica). Gesù manda avanti due discepoli ai quali dice che avrebbero trovato un asino legato, un puledro, sul quale nessuno era mai salito. Devono scioglierlo e portaglielo; ad un’eventuale domanda circa la loro legittimazione devono rispondere: «Il Signore ne ha di bisogno» (Lc 19,31).

Al lettore di oggi questo dato può sembrare trascurabile, ma per i giudei contemporanei di Gesù è gravido di riferimenti misteriosi, infatti, Gesù rivendica il diritto regale della requisizione di mezzi di trasporto; anche il riferimento al puledro, sul quale nessuno è mai salito, rimanda a un diritto regale. C’è, però un’allusione ancora più importante alla quale solo Matteo e Giovanni sono così espliciti nel far riferimento a Zc 9,9-10: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra». Questo testo allude al fatto che il Messia è un re della pace, della semplicità, un re che spezza gli archi da guerra. Così Gesù rivendica, di fatto un diritto regale; vuole che si comprenda il suo cammino e il suo agire in base alle promesse dell’Antico Testamento, che in lui divengono realtà.

Sull’asinello che viene condotto a Gesù i discepoli gettano i loro mantelli, chiara allusione al Primo libro dei Re nel quale Salomone viene elevato sul trono di Davide suo padre salendo sulla mula regale [«fate montare Salomone, mio figlio, sulla mia mula e fatelo scendere a Ghicon! Ivi il sacerdote con il profeta lo ungano Re» (1,33)]. I pellegrini descritti dal Vangelo si lasciano contagiare dall’entusiasmo dei discepoli; stendono i loro mantelli sulla strada sulla quale egli avanza. Tagliano rami degli alberi e gridano le parole del salmo 118: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, quello del discendente del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli». L’acclamazione “osanna” significa: “vieni in nostro soccorso” o “aiutaci” ma già al tempo di Gesù si era trasformata sempre più in un’acclamazione di giubilo.

Fu proprio Gerusalemme al tempo della nascita di Gesù che vide arrivare i Magi dal lontano Oriente e cercare il Re dei Giudei per offrirgli i loro doni; oggi è la stessa Gerusalemme che si muove al suo incontro. Questi due fatti sono in rapporto ad un unico fine: riconoscere la regalità di Gesù Cristo: il primo da parte dei pagani, il secondo da parte dei Giudei. Mancava che il Figlio di Dio, prima di soffrire la Passione, ricevesse l’uno e l’altro omaggio insieme: e l’iscrizione che presto Pilato farà collocare sul capo del Redentore, Gesù Nazareno, Re dei Giudei, esprimerà quello che era il carattere indispensabile del Messia.

Per questo il Vescovo Andrea di Creta nel tentativo di indicare ai cristiani del suo tempo la necessità di essere discepoli alla sequela di Cristo e folla festante che accoglie al suo arrivo nella città santa, li esorta a correre  «insieme a colui che si affretta verso la passione» in modo che possano così imitare «coloro che gli andarono incontro… per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le loro persone».

Particolare, Il Cristo che alimenta santa Teresa, Monastero san José, Toledo

Sappiamo da san Matteo che il Signore andò a chiudere la giornata a Betania. Le anime che meditarono la vita del Signore si sono soffermate su questa considerazione: Gesù onorato la mattina con solenne trionfo, alla sera è ridotto a cercarsi il nutrimento e il riposo fuori della città che lo aveva accolto con tanti applausi. Nei nostri monasteri Carmelitani esiste una consuetudine che si propone d’offrire a Gesù una riparazione, per l’abbandono in cui fu lasciato dagli abitanti di Gerusalemme. Si presenta una tavola in mezzo al refettorio e vi si serve un pasto; dopo che la comunità ha finito di cenare, quel pasto offerto al Salvatore del mondo, viene distribuito ai poveri, che sono le sue membra. Questa tradizione prende vita dal racconto che Teresa di Gesù ci ha lasciato in una testimonianza di un suo favore spirituale.

Ne riportiamo il testo:

«Incarnazione di Avila (30 Marzo 1572). La domenica delle Palme, appena fatta la comunione, mi trovai in così grande sospensione da non poter neppure inghiottire la Sacra Ostia. Tornata alquanto in me stessa, e avendola ancora in bocca, mi parve che la bocca mi si riempisse di sangue, e che di sangue mi sentissi bagnato il volto e tutta la persona: un sangue caldo, come se nostro Signore l’avesse versato allora allora. Mentre ne assaporavo la straordinaria dolcezza, il Signore mi disse: “Figliola, voglio che il mio sangue ti giovi. Non temere che la mia misericordia ti manchi. Io l’ho versato tra acerbissimi dolori, e tu lo godi fra inenarrabili delizie. Vedi dunque che ti pago bene il banchetto che oggi mi prepari”.

Disse così perché da più di trent’anni, il giorno delle Palme, quando potevo, mi accostavo alla comunione cercando di prepararmi l’anima in modo da offrire ospitalità al Signore, parendomi che gli ebrei fossero stati ben cattivi, quando, dopo averlo accolto con tanto trionfo, lasciarono che andasse a mangiare lontano. Facevo conto di trattenerlo con me, benché non gli apprestassi che un alloggio assai misero, come ora mi accorgo, e mi abbandonavo ad alcune ingenue considerazioni che il Signore doveva gradire.

Questa è una delle visioni che io ritengo più sicure, dalla quale ebbi molto vantaggio per la santa comunione. Prima di questa grazia ero stata – credo per tre giorni – immersa in quella gran pena a cui vado soggetta più o meno fortemente per la lontananza di Dio. Ma in quei giorni la pena era così viva che mi pareva di non poterla più oltre sopportare. Dopo aver molto sofferto, mi accorsi che si era fatto tardi per la cena. Del resto, non ne avevo neppur voglia. Per i miei vomiti mi è di grande incomodo non poter cenare un po’ prima. Tuttavia, facendomi molta forza, mi posi il pane davanti per incoraggiarmi a mangiarlo. Immediatamente mi si presentò il Signore, il quale, spezzato il pane – così almeno mi parve – me lo pose in bocca dicendomi: “Mangia, figliuola, e rassegnati meglio che puoi! Mi dispiace vederti soffrire, ma per ora ti conviene così”.

Mi disparve ogni pena, rimanendone molto consolata, per sembrarmi che il Signore stesse veramente con me. Quest’impressione mi durò tutto il giorno seguente, per cui i miei desideri rimasero, per allora, appagati. Notai quel suo mi dispiace, perché mi pare che non debba sentire alcuna pena» (R 26).

Trigesimo di padre Teresio

In occasione del trigesimo di padre Teresio che verrà celebrato oggi presso il nostro Convento alle ore 19.00, pubblichiamo l’omelia tenuta dal nostro vescovo emerito mons. Giuseppe Costanzo che ha presieduto la celebrazione delle esequie il giorno 11 marzo.

           «P. Teresio ci ha lasciato. Ha lasciato la terra d’esilio per raggiungere la casa del Padre. Si è congedato dal Carmelo terreno, per incontrare la Madre del Monte Carmelo. Ha cessato di soffrire, ma sapeva con lucida certezza di fede, che “le sofferenze del momento presente sono un nulla in confronto alla gloria futura” che attendeva. Ha abbandonato lo stato attuale di prigionia ed è rientrato in patria. Davvero per il cristiano “morire è un guadagno” (Fil.1,21), esulare dal corpo è abitare presso il Signore (2 Cor. 5,6-8).

P. Teresio era un uomo gioviale, accogliente, dotato di grande sensibilità artistica, innamorato della spiritualità carmelitana. Aveva vivo il senso dell’amicizia, della vita fraterna, della comunione ecclesiale. Teneva la scuola di orazione teresiana. Divulgava la conoscenza dei Santi del Carmelo.

Profondamente radicato nella sua vocazione ha il senso della fede – che – come Iundel  l’ha definito, è “una scelta sempre più libera di un amore sempre più forte” . La malattia lo ha purificato; la morte ce lo ha strappato; ma – come canta la liturgia – “ai tuoi fratelli la vita non è tolta ma trasformata”. La morte resta ridimensionata nella sua tragicità; diventa un fatto di secondaria importanza, giacché Cristo è risorto, e quindi ha vinto la morte, ha annientato lo strapotere del peccato, ha dato vita ad una nuova umanità, profondamente animata dallo Spirito e mandata nel mondo per dire ad ogni uomo: Dio ti ama. Per te ha sacrificato suo Figlio. Per te lo ha risuscitato.

Radicato nella sua vocazione, egli ha il senso della fede – che – come Iundel  l’ha definito, è “una scelta sempre più libera di un amore sempre più forte” . La malattia lo ha purificato; la morte ce lo ha strappato; ma – come canta la liturgia – “ai tuoi fratelli la vita non è tolta ma trasformata”. La morte resta ridimensionata nella sua tragicità; diventa un fatto di secondaria importanza, giacché Cristo è risorto, e quindi ha vinto la morte, ha annientato lo strapotere del peccato, ha dato vita ad una nuova umanità, profondamente animata dallo Spirito e mandata nel mondo per dire ad ogni uomo: Dio ti ama. Per te ha sacrificato suo Figlio. Per te lo ha risuscitato.

Il cristiano sa che la morte non è la fine, ma un nuovo inizio, una nuova nascita, l’ultima nascita, quella definitiva: con la morte io non precipito nel vuoto, non sprofondo nell’abisso del nulla, ma incontro qualcuno che amo e che mi ha amato per primo: incontro Dio. Morendo entro per sempre nella vita di Dio, in Dio. Finalmente potrò amare come Dio ama. E soprattutto potrò vedere Dio “faccia a faccia”. “Lo vedremo così come Egli è”  “ Saremo per sempre con Lui”. La nostra sete di Lui sarà saziata.

Quel volto che ho cercato per tutta la vita, ora posso vederlo: per tutta la vita ho invocato: “ Il tuo volto, Signore, io cerco, non  nascondermi il tuo volto”.Ora posso parlare con Lui a tu per tu, in una gioia, in una festa che non avrà fine: “Gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”.Gesù, Colui che ha vinto la morte, mi dice: “ Io sono la risurrezione e la vita”. Io sono la risurrezione, perché sono la vita. Non dice: “Io faccio risorgere”, ma “ io sono la risurrezione”.

La vita ora sarà eterna. Finalmente degna dell’uomo. Una vita all’altezza di perennità, di pienezza, di gioia senza confini e senza ombre. Quella vita che in noi urge dal profondo e che Gesù ci dà: “ Io vivo e voi vivrete”».

† Giuseppe Costanzo