«Può forse un cieco guidare un altro cieco?»

Il vangelo di oggi ci presenta piccole parabole o proverbi desunte dal ricco repertorio della sapienza popolare. Il primo detto afferma: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso?». L’uomo per essere guida di un altro deve avere in sé una luce e una ricchezza, altrimenti è destinato a essere causa di rovina non solo per sé ma anche per altri. Il primo enunciato di Gesù è un invito a scoprire le cecità che sono in noi e fuori di noi, mettendo in luce la realtà delle cose, spoglie da ogni nostra giustificazione.

Il secondo detto afferma: «Il discepolo non è più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il maestro». Questa riflessione di Gesù ci spinge a scegliere lui come nostro maestro, perché lui solo è l’unico maestro pieno di sapienza divina. Soltanto i maestri che imparano da lui possono guidare bene i fedeli. Nello stesso tempo queste due mini parabole ci invitano a essere vigilanti: nel nostro tempo si presentano tanti maestri, che pretendono di conoscere la vera via, il vero orientamento della vita, ma che in realtà non hanno una sapienza profonda.

Il terzo detto Gesù ci rivolge una domanda: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo?». Con questa immagine Gesù si riferisce a un comportamento sbagliato che ci capita frequentemente. Poiché gli altri ci danno fastidio e ci feriscono, noi ci accorgiamo delle loro mancanze e siamo facilmente portati a richiamare l’attenzione su di esse e a esigere una correzione. Invece giustifichiamo le nostre mancanze che per lo più sono conseguenze del nostro disordine interiore. Gesù definisce quest’atteggiamento ipocrita. 

Un altro detto di Gesù è quello dell’albero buono e dell’albero cattivo nel quale spiega che: «L’uomo buono dal tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male». Come l’albero si riconosce dai suoi frutti, così l’uomo si riconosce soprattutto da ciò che dice la sua bocca, perché questo proviene dal suo cuore.

Durante la mia lectio, queste mini parabole (soprattutto quella dei due ciechi) mi hanno fatto ricordare l’attualità di san Giovanni della Croce che nei suoi scritti ritorna abbastanza spesso sul tema della direzione spirituale: è un argomento che gli sta a cuore, perché sa per esperienza quanto bisogno abbia l’anima cristiana di una saggia guida per ascendere alla santa montagna che è Cristo. Soprattutto ne parla in modo diffuso in due opere, nella Salita del Monte Carmelo e nella Fiamma viva d’amore. Già fin dal Prologo alla Salita del Monte Carmelo il santo parla di direzione spirituale. Si direbbe, anzi, che è proprio la necessità di offrire una guida sicura a tante anime spesso mal guidate o addirittura sole, che lo spinge a prendere in mano la penna.

Egli ha conoscenza di certi confessori e padri spirituali senza dottrina che sono di ostacolo delle anime: essi assomigliano ai costruttori di Babilonia che aumentavano solo la confusione, o agli amici di Giobbe, capaci solo di aumentargli i travagli e le angosce.

Le necessità che il direttore spirituale, oltre alla dottrina, possieda anche una sufficiente esperienza delle vie della contemplazione è ribadito in più di un passo da san Giovanni della Croce. Egli scrive: «se è vero che per guidare uno spirito sono fondamentali la scienza e la discrezione, se il direttore non ha anche l’esperienza di ciò che è puro e vero spirito, non riuscirà ad incamminarvi l’anima allorché Dio ce la vorrà condurre, anzi non lo riconoscerà neppure» (Fiamma B 3,30).

C’è qualcosa di antico e di nuovo in questo insistere sul valore dell’esperienza: già i Padri del deserto erano convinti che chi guida deve essere prima di tutto lui uno spirituale. Ma questa sottolineatura in piena età post-tridentina appare molto coraggiosa: nelle cose dello spirito non è dunque sufficiente un magistero che si appelli a una tradizione della Chiesa; occorre insieme un’esperienza diretta di ciò che si deve discernere. Infatti, conformemente a numerosi passi della Parola di Dio, Giovanni della Croce ricorda che Dio «si adira con coloro che, insegnando la legge di Dio, non la osservano e, predicando il buono spirito che non hanno» (3 Salita 45,3).

Più volte infatti il santo deve denunciare nelle sue Opere che molti direttori spirituali ignorano le dinamiche dell’orazione, le vie dello spirito e l’importanza della quiete e del raccoglimento, non concedendo altro che lo stadio elementare della meditazione. Per cui tutto il resto sembra loro un perder tempo (cfr. Fiamma B 3, 43-45).

«Pensando quindi che tali anime stiano in ozio, turbano la pace della contemplazione tranquilla e quieta che Dio spontaneamente concede loro, le costringono a meditare, a discorrere con l’immaginazione e a compiere atti interiori con loro gran disgusto, aridità e distrazione, mentre esse vorrebbero restare in quieto e pacifico raccoglimento»; in questo modo «le privano delle unzioni preziose che Dio infonde loro nella solitudine e nella pace, il che è grave danno, e le gettano nel dolore e nel fango, poiché esse da una parte reagiscono e dall’altra soffrono senza profitto» (Fiamma B 3,53).

San Giovanni della croce non trova giustificazione al comportamento di questi cattivi direttori, perché essi sono obbligati a conoscere la via giusta in ragione dell’ufficio che hanno assunto; per questo non rimarranno senza punizione, in proporzione al danno che hanno arrecato (cfr. Fiamma B 3,56).

Ma che cosa devono fare i buoni direttori spirituali?

«Riflettano e ricordino che lo Spirito Santo, e non essi, è l’agente e la guida principale delle anime, delle quali non tralascia mai di prendersi cura; essi invece non sono agenti ma solo strumenti per guidare per mezzo della fede e della legge di Dio, secondo lo spirito dato a ciascuna dal Signore. Perciò l’unica loro preoccupazione non deve essere quella di renderle conformi al loro punto di vista e alla loro natura, ma si devono preoccupare di sapere per quale via il Signore le conduce» (Fiamma B 3,46).

Anche nel campo della direzione spirituale, dunque, ci può essere un protagonismo disastroso quando cioè si erige il proprio gusto, il proprio metodo e le proprie vedute a metro universale, facendo così torto a Dio, quasi che il Signore non sapesse condurre le anime per vie diverse della nostra! Il minimo è invece quell’atteggiamento di umiltà che ci fa presente che nessuno possiede tutta la scienza valida per tutti i casi. Un buon direttore spirituale deve lasciare libera l’anima che non trae più profitto dalla sua guida: egli deve allora consigliare di rivolgersi ad altri: guai a chi tiranneggia le anime e si mostra addirittura geloso se queste si rivolgono per consiglio ad un altro maestro! (cfr. Fiamma B 3, 59-61).

Siccome è lo Spirito Santo che guida e edifica le anime, il direttore spirituale deve ricordarsi che suo compito è solo quello di preparare l’anima all’incontro con Dio, prima di tutto col discernere le vie per le quali il Signore fa incamminare quell’anima. In secondo luogo, deve disporre l’anima da lui guidata al distacco interiore ed esteriore «in modo che resti vuota nella negazione pura di ogni creatura e spiritualmente povera» (Fiamma B 3,46): imparare il distacco anche dai beni spirituali infatti non è facile ma è una disposizione fondamentale affinché l’anima, divenuta povera, si renda capace di ricevere le ricche comunicazioni soprannaturali che Dio vorrà donarle.

In questo senso san Giovanni della Croce può dire che il direttore spirituale deve sapere di essere a volte «uno sbozzatore, il cui ufficio è quello di condurre l’anima al disprezzo del mondo e alla mortificazione dei suoi appetiti» (Fiamma B 3,58): egli deve certo esercitare il suo compito, ma non pretendere che l’anima non abbia bisogno d’altri che di lui.

Un altro genere deleterio di direttori spirituali è quello a cui appartengono coloro che distolgono le anime da desideri e progetti eroici:

«Dotati di uno spirito poco devoto, del tutto ingombro dello spirito del mondo e poco tenero verso Gesù, non entrano e non permettono ad altri di entrare per la porta stretta della vita» (Fiamma B 3,62).

Anche chi è guidato ha dei doveri, il primo dei quali è una totale apertura di spirito anche per quelle grazie che l’anima riceve per via soprannaturale: essa deve manifestare ogni cosa al proprio padre spirituale «con chiarezza e sincerità, integrità e semplicità», in primo luogo perché solo dopo averne parlato il Signore suole confermare in lei gli effetti buoni di quelle grazie; in secondo luogo perché l’anima «ha bisogno di una dottrina circa le cose che le accadono, affinché per quella via possa incamminarsi alla nudità e povertà di spirito, cioè alla notte oscura»; in terzo luogo per umiltà e per spirito di obbedienza e mortificazione, in questo spesso le anime provano pena a parlare di favori che si direbbero prerogativa dei santi (2 Salita 22,16-18).

Il direttore spirituale deve agire con prudenza: se da una parte deve incoraggiare l’anima a parlare, ad aprirsi con fiducia, dall’altra non deve mostrare una curiosità che stima grandemente le visioni e le rivelazioni soprannaturali (cfr. 2 Salita 26,18; 18,2).

Il padre spirituale, invece, deve educare l’anima a «starsene in libertà e in tenebre di fede, in cui si riceve la libertà e l’abbondanza di spirito e, quindi, l’intelligenza e la sapienza proprie della parola di Dio» (2 Salita 19,11).

In conclusione, vale la pena ricordare un avvertimento di san Giovanni della Croce alle anime: guardino in quali mani si mettono, per non pentirsi poi e tornare indietro, «poiché il discepolo sarà uguale al maestro, il figlio al padre» (Fiamma B 3, 27.30).

È un buon avvertimento anche oggi. D’altra parte, la scelta della propria guida spirituale è un atto morale di non poco conto: da questa scelta dipende il progresso dell’anima. San Giovanni della Croce ne è così fortemente convinto, da dare questo avviso:

«L’anima virtuosa, ma sola e senza maestro, è come il carbone acceso ma isolato, il quale invece di accendersi si raffredderà» (Avvisi e Sentenze 7).

Santa Teresa di Gesù e san Giovanni della Croce,
dipinto del secolo XVII eseguito da José García Hidalgo

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