La «differenza cristiana»

La «differenza cristiana» è un motto con cui, il monaco Enzo Bianchi, definisce il ruolo che i cristiani devono assumere nella laicità e nella pace per essere autentici testimoni della Parola facendo emergere la loro “differenza”, imperniata sulla possibilità di relazioni gratuite e autentiche. Il Vangelo della settima domenica del tempo ordinario ci mette dinnanzi ad un insieme di comandamenti che Gesù propone a noi che ascoltiamo e che indubbiamente restiamo colpiti dalla loro concretezza e radicalità. Amare i nostri nemici e fare loro del bene, benedire coloro che ci maledicono e pregare per coloro che ci maltrattano. È il capovolgimento della logica mondana della guerra, della vendetta, del mandare al diavolo l’avversario, del male ricambiato con ostilità possibilmente maggiori. Certo è un invito alla conversione, al cambiamento di mentalità, al vedere le cose dal punto di vista di Dio, al seguire l’unico modello che ha reso umanamente possibile questo invito: Gesù di Nazareth che ha amato incondizionatamente tutti gli esseri umani, chiamati fratelli, fino al dono estremo della sua stessa vita e alla richiesta di perdono per i suoi uccisori (Lc 23,34). Meditando questo vangelo mi venivano in mente i tanti santi martiri che la Chiesa celebra nella sua liturgia e in modo particolare la recente testimonianza dei beati monaci trappisti di Tibhirine (Algeria). Voglio condividere con voi la bellissima pagina del testamento spirituale di p. Christian de Chergé che insieme ad altri sei monaci trappisti divengono per la Chiesa una pagina del Vangelo vissuta. «Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese. Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale.Che pregassero per me: come essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non ha valore più di un’altra. Non ne ha neanche di meno. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia.Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei poter avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.Non potrei augurarmi una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che io amo venisse indistintamente accusato del mio assassinio. Sarebbe pagare a un prezzo troppo alto ciò che verrebbe chiamata, forse, la “grazia del martirio”, doverla a un Algerino, chiunque sia, soprattutto se egli dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’Islam.So di quale disprezzo hanno potuto essere circondati gli Algerini, globalmente presi, e conosco anche quali caricature dell’Islam incoraggia un certo islamismo. E’ troppo facile mettersi la coscienza a posto identificando questa via religiosa con gli integrismi dei suoi estremismi. L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa, sono un corpo e un anima.L’ho proclamato abbastanza, mi sembra, in base a quanto ho visto e appreso per esperienza, ritrovando così spesso quel filo conduttore del Vangelo appreso sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa proprio in Algeria, e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani. La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!” Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze.Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto.In questo “grazie” in cui tutto è detto, ormai della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, insieme a mio padre e a mia madre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e a loro, centuplo regalato come promesso!E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due.Amen! Inch’Allah.

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