Una “Salita” molto speciale!

Dal 1 al 3 agosto 2019, presso la nostra casa di preghiera si è svolto il Convegno di spiritualità organizzato per quanti – presbiteri, religiosi e laici – desiderano conoscere e approfondire la spiritualità di San Giovanni della Croce.

Il Convegno ha avuto come obiettivo presentare l’opera intitolata Salita del Monte Carmelo e illustrare il cammino spirituale dell’anima approfondendo alcuni dei temi descritti dal Santo spagnolo nella sua opera: libertà e verità, dalle tenebre alla luce, la sequela di Cristo, la fede, la speranza e la carità, la purificazione e l’unione con Dio.

Rappresentazione pittorica della Salita sul Monte che conduce a Cristo.

Le giornate si sono svolte secondo uno schema che al mattino ha visto la celebrazione della preghiera delle Lodi, seguita dalle varie conferenze intervallate da delle brevi interruzioni. Nel pomeriggio si sono proposte altre conferenze seguite dalla preghiera del Vespro e dalla Santa Messa.

Il primo giorno è iniziato con il saluto di padre Gaudenzio Gianninoto, padre Commissario dei Carmelitani Scalzi di Sicilia, che ha ricordato ai convenuti il carattere carismatico dell’opera, indirizzata dal Santo ai Carmelitani Scalzi appena riconosciuti dalla Chiesa, e che si è soffermanto poi a motivare l’attualità del solido insegnamento del Dottore Mistico – riconosciuto con il titolo di Maestro della fede – per il mondo d’oggi che sembra avviarsi a divenire un pianeta senza Dio.

Subito dopo, il moderatore del Convegno, ha dato la parola a padre Diego Cassata ocd, che ha proposto una meditazione sul brano di Giovanni «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Il relatore ha iniziato il suo commento presentando il versetto precedente nel quale Gesù dice ai Giudei: «Se rimanete nella mie parole, siete davvero i miei discepoli» (Gv 8,31). Egli ha ribadito l’importanza di rimanere in Lui per essere veramente suoi discepoli e per rendergli testimonianza. La conoscenza in Lui, Verità fatta carne produce nei credenti quella libertà che è innanzitutto interiore e che riesce a vincere ogni umana esitazione. Conoscere la Verità per Giovanni evangelista è il fine di ogni discepolo.

Il secondo intervento è stato esposto dalla signora Tina Ciaffaglione descrivendo la biografia e l’opera del Santo. Il Mistico Poeta nella sua opera confida che «la necessità di molte anime» ha fatto di lui uno scrittore. Lo scopo del testo è per il Santo dottore, che principianti e proficienti, comprendano meglio come la notte oscura sia il mezzo indispensabile per raggiungere l’unione divina e così imparino a lasciarsi condurre dal Signore (cfr. Prologo 4).

Per la relatrice, lo scopo dell’opera deve essere tenuto ben presente nell’affrontare la sua lettura perché ci indica che cosa dobbiamo cercare in esso: «dottrina e avvisi per riconoscere l’azione del Signore e lasciarsi condurre da lui».

L’opera quindi è rivolta a chi vuole camminare sul serio, con verità e libertà. Lo stesso titolo del testo evoca nei lettori il “monte”, simbolo di un luogo elevato e che comporta fatica nello scalarlo, mentre allude anche ai diversi luoghi delle teofanie. Il termine “Salita” poi non nasconde certo la fatica del procedere e il bisogno di liberarsi dei pesi per essere più agili.

Una seconda relatrice, la signora Delizia Amaradio ha continuato l’analisi dell’opera con due tematiche particolari. “La proposta della notte nel libro della Salita” e “Il vivere in ossequio di Cristo nella Salita”, affrontate una a chiusura del primo giorno e l’altra all’inizio del secondo giorno.

La conferenziera ha presentato lo sforzo ascetico, il salire il monte attraverso il sentiero stretto come una necessità evangelica che non deve essere letto solo in chiave ascetica ma come risposta all’amore di Dio che ci chiama, ci interpella e ci invita alla sequela. Questo percorrere la salita ripida è la nostra vocazione alla santità, che il poeta spagnolo chiama “notte”. Egli individua due tipologie riguardo alla notte perché essa può interessare i sensi (“notte dei sensi”) oppure lo spirito dell’uomo (“notte dello spirito”), ma può derivare anche dall’iniziativa umana (“notte attiva”) oppure dall’iniziativa divina (“notte passiva”).

In ogni caso la nostra attività spirituale è sempre una risposta alla grazia divina che la precede e la sostiene. Il Figlio continua a chiamarci con la parola e l’esempio e chiede una sequela incondizionata. Il nostro lottare per mezzo dell’ascesi è un rispondere a questa grazia. «Infatti in nessun modo si progredisce se non con l’imitare Cristo, il quale è la Via, la Verità e la Vita e nessuno giunge al Padre se non per lui» (2S 7).

Dopo queste conferenze i relatori che si sono succeduti hanno affrontato il tema delle virtù teologali, che sono le armi per purificare le tre potenze operative e con esse cercare unicamente Dio.

  1. Condurre l’intelletto a conoscere Dio unicamente con la virtù teologale della Fede.
  2. Condurre la memoria a desiderare Dio unicamente attraverso la virtù teologale della Speranza.
  3. Condurre la volontà ad amare unicamente Dio con la virtù teologale della Carità.

Il signore Antonio Cannino nelle sue conferenze “La fede è chiamata segreta scala” e “La fede è lucerna che arde in un luogo oscuro” ha presentato la notte nell’intelletto, la quale consiste nel conoscere Dio e le cose divine. L’anima deve sforzarsi di mettere da parte tutto ciò che su di lui ha appreso attraverso l’intelletto, e concentrarsi su ciò che di lui gli dice la fede. Solo questa virtù ci mostra Dio come è in se stesso: «Essendo Dio infinito, ce lo propone infinito; essendo Uno e Trino, ce lo presenta sotto questo aspetto» (2S 29,12).

Solo la fede ci mostra Dio in modo completo e definitivo: infatti «il Padre, dandoci il suo Figlio, che è la sua Parola, l’unica che Egli pronunzi, in essa ci ha detto tutto in una sola volta, e quindi non ha più niente da dirci» (2S 22,3).

Solo essa ci mostra Dio in un modo certo e accessibile a tutti, perché chiunque può conoscere e credere «i misteri e le verità divine con la semplicità e la certezza con cui ce li propone la Chiesa» (2S 29,12).

L’anima è chiamata a spogliarsi di tutte le cognizioni razionali su Dio e sviluppa la vera conoscenza di Dio che la Fede ci propone, perché «mentre tutte le scienze si acquistano con la luce dell’intelletto, la scienza della fede si acquista mettendola da parte» (2S 3,3) Questo sviluppo avviene nell’orazione, la quale da questo momento deve essere solo esercizio di fede e di amore.

L’ultimo intervento della seconda giornata è stato presentato da padre Paolo Pietra ocd, il quale ha presentato la notte della memoria come “Una luce che attraversa la tenebra”. La virtù teologale della speranza, secondo il relatore, accende in noi il desiderio ardente di Dio svuotando la memoria di ogni notizia che non sia Lui e riempendola del suo ricordo. Così l’anima quando si dispone a trattare con Dio «non deve conservare nella memoria alcuna cosa di tutto ciò che ha udito, veduto, odorato, gustato e toccato; ma se ne deve dimenticare subito… come se tali cose non esistessero al mondo… perché nelle cose di Dio ciò che è naturale più che aiutare, ostacola» (3S 2,14) e in questo “oblio” si sviluppa la Speranza, che è la consapevolezza di raggiungere l’Amato. Perciò durante l’orazione l’anima dovrà fare «in modo che la memoria resti completamente muta e che solo l’udito attenda in silenzio a Dio, dicendo con il profeta: “Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta (1 Re 3, 10)”.

La giornata è proseguita con l’orazione guidata da padre Diego Cassata ocd, che per noi ha inoltre ha presieduto la preghiera del Vespro e, nella Celebrazione Eucaristica, ha spezzato per noi la Parola e il Pane. Dopo la cena abbiamo passato insieme la ricreazione e concluso la giornata con le parole del Nunc dimittis di Simeone.

Nel terzo giorno padre Paolo Pietra ocd, nella sua conferenza presentata in due sessioni sul tema “Non avremmo fatto nulla se non avessimo purificato la volontà con la carità”, ha presentato la virtù teologale della carità che purifica la volontà.Nella prima parte della conferenza ha presentato “Giovanni della Croce uomo agapico” e nella seconda “La volontà in ricerca e alla scoperta di Dio”. Nel suo vivere d’amore, l’anima deve fare molta attenzione a non fermarlo ai tanti piccoli beni che ci circondano e che il Santo presenta nel suo terzo libro come sirene ingannatrici le quali cercheranno di catturare tutto quell’amore che ella doveva esclusivamente a Dio. Esse cercheranno di fermare la generosità, lo slancio e l’entusiasmo del principiante e del proficiente che devono invece accompagnare con un senso di totalità ogni atto d’amore fatto a Dio che per primo ci ha amati e ci ama senza riserve e senza limiti.

Nell’ultimo intervento del giorno la signora Tina Ciaffaglione ci ha presentato il Santo come “L’artista di Dio”. La relatrice prendendo in prestito le parole di Giovanni Paolo II, nella sua Lettera agli artisti, ha parlato di Giovanni della Croce come colui che «avvinto dallo stupore per il potere arcano di suoni e delle parole, dei colori e delle forme» ha destato nelle generazioni successive lo stupore. I versi del Mistico Poeta «infondono un religioso terrore perché da lì è passato lo spirito di Dio, abbellendo e santificando tutto» come affermò Damaso Alonso in La poesia di san Giovanni della Croce. Il Santo nella sua creazione artistica, si rivela più che mai “immagine di Dio” e realizza questo compito prima di tutto plasmando la stupenda “materia” della sua umanità. Il Mistico Poeta non ci ha lasciato solo meravigliosi versi ma anche due disegni Il Monte che accompagna l’opera della Salita e il Crocifisso. Quest’ultima è un’opera di 57 x 47 mm ed è stato dipinto ad Avila. L’immagine rappresenta il Cristo morto nel momento in cui consegna il suo spirito al Padre. La signora Ciaffaglione ha evidenziato: le mani grandi lacerate dai chiodi e le gocce di sangue che scendono da essi, il corpo caduto in avanti, le gambe compresse dal peso del corpo e la “strana prospettiva” utilizzata dall’artista. Questa prospettiva ci costringe a guardare il Cristo dall’angolo in alto a destra, quasi a sostituirci allo sguardo del Padre, piangente per il dono del Figlio per gli uomini.

Il Convegno si è finito con la sintesi proposta da padre Paolo Pietra e dalla condivisione dei partecipanti.

Una famiglia che cammina insieme

una foto di gruppo

Diario del pellegrinaggio ad Avila dal 21 al 28 luglio 2018

Dal 21 al 28 luglio 2019 padre Diego ed io, padre Paolo, abbiamo accompagnato alcuni membri dell’Ordine Secolare provenienti dalle diverse comunità della Sicilia, tra cui, alcuni provenienti dalle comunità di Monte Carmelo e Carlentini, in un pellegrinaggio in Spagna nei luoghi teresiani e sanjuanisti. Raggiunti Ávila abbiamo alloggiato al CITeS, che è diventato il nostro punto di riferimento. Il CITeS è l’Università della Mistica del nostro Ordine ed è retto da una comunità carmelitana di sei frati; il padre priore è padre Francisco Javier Sancho.

La giornata è iniziata sempre con la preghiera liturgica e la Santa Messa. La liturgia è stata presieduta alternativamente da noi due padri nella cappella dedicata a “las Moradas”. Dopo la colazione la partenza verso i luoghi da visitare.

Il primo giorno è stato dedicato alla visita del monastero dell’Incarnazione di Ávila, cenobio che ha visto i primi vent’anni di vita religiosa di Santa Teresa di Gesù. All’ingresso del monastero abbiamo ascoltato alcuni brani tratti dal libro della Vita della Santa nei quali lei stessa narra il suo desiderio di fondare un altro monastero. Dopo una visita alla chiesa abbiamo visitato il museo.

Tantissime le cose che portiamo nel cuore da quella visita, ma ciò che è rimasto impresso nei cuori dei pellegrini è stata la spiegazione sulla presenza della Trinità nel mistero della Redenzione quando è stato commentato il disegno del Crocifisso di san Giovanni della Croce.

Attraversata la Porta del Carmen siamo giunti alla chiesa di santa Teresa sorta sulla casa natale della Santa di Ávila. Qui abbiamo sostato un po’ di tempo: abbiamo contemplato la cappella dov’è collocata la statua della Santa in ginocchio, opera di Gregorio Fernández, e attraverso un vetro abbiamo visto la ricostruzione di una camera da letto del Cinquecento simile a quella dei genitori di Teresa de Ahumada; in seguito ci siamo intrattenuti in chiesa per l’orazione mentale.

foto di gruppo davanti all’ingresso del monastero dell’Incarnazione di Avila.

Abbiamo ripreso il percorso passando per la cattedrale, passeggiando lungo la strada esterna alla muraglia sud della città per poi rientrare in essa e dalla chiesa della Santa abbiamo fatto lo stesso percorso che fece la piccola Teresa con il fratello Rodrigo per andare verso i mori. Giunti così alle Cuatro postes abbiamo ascoltato il brano della fuga della piccola Teresa, abbiamo ammirato la città e meditato su quella scena. Infine, stanchi ma contenti, siamo rientrati al CITeS per la cena e un po’ di riposo.

Giorno 23 luglio ci siamo recati a Fontiveros, paese natale di Giovanni de Yepes. Nel visitare la Chiesa di san Cipriano dove il Santo fu battezzato, abbiamo ascoltato la spiegazione di come nella vita del Santo sono sempre stati presenti il mistero dell’Amore e della Croce. Lasciato Fontiveros ci siamo diretti a Duruelo, culla della prima fondazione maschile tanto desiderata da santa Teresa. In questa occasione abbiamo riflettuto su come san Giovanni della Croce ha incarnato il sogno della Madre. Nella chiesetta costruita sulle rovine del primo convento, con un momento di preghiera, ci siamo intrattenuti da soli con Gesù solo.

Rientrati ad Ávila, nel pomeriggio abbiamo continuato la nostra escursione visitando la basilica di san Vicente, il museo della casa natale della Santa e il monastero di san José, il primo fondato da santa Teresa di Gesù. Siamo rimasti in silenzio per un po’ di tempo nella primitiva cappella del monastero dedicato a san Paolo, poi siamo entrati nella Chiesa del monastero e abbiamo contemplato il retablo dove al centro spicca la statua di san Giuseppe.

Il terzo giorno del nostro pellegrinaggio ci siamo recati a Salamanca, città che ha ospitato fra Giovanni di san Mattia studente. Abbiamo visitato per prima cosa il convento di sant’Andrea dove il Santo risiedeva e nel quale viveva con convinzione il suo motto: «prima religioso e poi studente». Da lì abbiamo raggiunto l’Università dove il Santo studiava e abbiamo percorso le strade che egli, secondo alcuni studiosi, percorreva ogni giorno. In questo percorso ci siamo fermati a contemplare anche l’ingresso della nuova cattedrale e dove, al suonare delle campane che indicavano mezzogiorno, abbiamo recitato l’Angelus di fronte alle sculture della nascita di Gesù e dell’adorazione dei Magi. Proprio sulla facciata della cattedrale nuova abbiamo trovato scolpita, insieme a quella di santa Chiara, anche l’effige di santa Teresa.

Giunti all’Università di Salamanca, padre Diego ci ha presentato l’origine e la storia di quel luogo fermandosi sulla figura di fra Luis de Leon di cui abbiamo visto la statua nel cortile dell’università. Anche noi, come tutti i turisti, abbiamo voluto cercare la “ranita” sul teschio presente sulla facciata dell’Università. La tradizione vuole che gli studenti che non la trovavano non superavano gli esami. Ho però spiegato che la rana è simbolo della lussuria, e che collocata sul teschio era un monito per tutti gli studenti (all’epoca tutti maschi) di non cedere alle tentazioni della lussuria, perché questo li avrebbe portati alla morte. Da lì siamo andati a vedere la casa de las conchas, la plaza Mayor e l’edificio dove Teresa nel 1570 fondò un suo monastero. In quel luogo abbiamo ancora una volta ascoltato il racconto della fondazione teresiana.

una foto di gruppo all’ingresso del monastero dell’Incarnazione. Avila

Nel pomeriggio, lasciata la città universitaria, ci siamo recati ad Alba de Tormes che dista solo pochi chilometri. Qui è presente un convento di frati e un altro monastero teresiano. Presso la Chiesa del monastero abbiamo parlato della notte oscura della Madre Teresa la quale si è vista anche rifiutata da una sua nipote, allora priora del monastero di Valladolid, a causa di un’eredità familiare e di come, stanca e malata, Teresa sia giunta al monastero di Alba e in esso sia morta tra le braccia della sua infermiera Anna di san Bartolomeo. Abbiamo visitato il museo del monastero e sostato a lungo in preghiera presso il “tesoro più grande” custodito in esso: le spoglie della Santa e le reliquie del braccio sinistro e del suo cuore.

Giovedì, giorno 25, abbiamo visitato Medina del Campo, paese che ha ospitato Giovanni de Yepes dai 9 ai 22 anni; in esso la famiglia Yepes trova i mezzi di sostentamento e il lavoro. Il piccolo Giovanni riceve la formazione umanista e letteraria, e soprattutto la sua vocazione al Carmelo. Abbiamo visitato la Cappella del Cristo dove sorgeva il convento di Sant’Anna e dove Giovanni divenne frate e in seguito, una volta ordinato sacerdote, cantò la sua prima messa. Attraversata la plaza Mayor abbiamo visitato la chiesa del convento dei frati e dopo abbiamo percorso tutta la via Santa Teresa dove vicino al monastero di S. Maria Maddalena delle monache agostiniane viveva la piccola famiglia. Nella chiesa di questo monastero il piccolo Giovanni si dedicava alla pulizia, faceva da chierichetto e svolgeva delle piccole mansioni per le monache al fine di poter usufruire dei vantaggi del colegio de la doctrina dove ricevette la sua formazione culturale. Successivamente, sulla stessa strada, ci siamo fermati al monastero delle Carmelitane, fondato anche questo dalla Madre Teresa di Gesù.

Lasciato Medina del Campo e consumato velocemente il nostro pranzo ci siamo recati a Valladolid, paese che ha visto il nostro fra Giovanni di san Mattia fare il suo secondo noviziato con santa Teresa di Gesù prima di essere inviato come primo carmelitano a Duruelo. In questa città Giovanni fu formato dalla Madre Teresa sul modo di vivere delle monache, le loro mortificazioni e la ricreazione. All’interno del monastero ho risposto alle domande che mi sono state rivolte da alcuni dei pellegrini sulla vita spirituale facendo riferimento alla dottrina di san Giovanni della Croce.

Ritornati al CITeS, siamo stati accolti con una sorpresa: padre Francisco Javier ci ha fatto trovare la “paella”, piatto tradizionale della Spagna. Dopo quella deliziosa cena abbiamo fatto un po’ di ricreazione contemplando le mura di Ávila illuminate.

Il giorno successivo ci siamo recati a Segovia dove abbiamo visitato il convento che ha visto Giovanni della Croce priore per un triennio durante il quale l’edificio è stato ampliato e ristrutturato. In quel convento persino le pareti e le rocce sono rivestite del suo ricordo e della sua devozione la quale «è accresciuta da una piccola grotta nel giardino in cui il Santo amava raccogliersi a pregare, da una meravigliosa effigie di Cristo che gli parlò in questa casa e dal santo sepolcro del suo corpo e delle sue reliquie».

Padre Salvador, priore del convento e che ci ha accolti con tanto entusiasmo, ci ha parlato della presenza del Santo come una “presenza polverosa” utilizzando una metafora di un poeta spagnolo. Nella cappella che ospita il corpo del Santo abbiamo celebrato l’Eucaristia e dopo abbiamo visitato il piccolo eremo da dove contemplava il cielo stellato o insegnava ai suoi frati. In questo luogo san Giovanni si è acquistato la fama di gran esorcista a causa del suo potere sul maligno. Il caso più famoso è quello di Maria de Olivares Guillamas. Dopo aver visitato la città ci siamo recati di nuovo ad Avila dove la sera, dopo cena, a Plaza Mayor abbiamo improvvisato una ricreazione giocando e divertendoci in piena allegria. Fattosi molto tardi e divertiti per il momento gioioso vissuto insieme, siamo rientrati al CITES per riposare.

L’ultimo giorno del nostro pellegrinaggio ci siamo recati a Toledo, città molto cara a noi carmelitani perché è stato il luogo della prigionia del Santo. Nel convento dei frati di Toledo, oggi non più presente, è rimasto circa nove mesi, tempo durante il quale le tenebre hanno acceso la grande fiamma della sua poesia spirituale. Primo luogo visitato è stato il monastero di San José dove santa Teresa di Gesù visse come reclusa per essere stata definita dalle autorità ecclesiastiche come disobbediente ed andariega. Quel monastero ha anche accolto san Giovanni della Croce fuggitivo dalla sua prigionia. In esso abbiamo conosciuto anche la storia della beata Maria di Gesù il cui corpo è conservato presso la chiesa ed è visibile ai pellegrini.

Dal monastero ci siamo spostati verso il ponte che passa sul fiume Tago e lì, sotto i resti delle mura del convento carmelitano, abbiamo ricordato la sua fuga. In una poesia, Super flumina, il poeta mistico si è identificato con il popolo di Israele prigioniero, e ha affermato che «lì mi ferì l’amore». Ferito dall’amore di Dio, ha scritto le sue poesie che restano i versi più sublimi della letteratura spagnola. Proprio lì, sentendo il gorgoglio delle acque del fiume, abbiamo ascoltato il testo e la spiegazione di un’altra poesia di san Giovanni della Croce intitolata “La fonte”.

Rientrati al CITeS abbiamo cenato ancora immersi nel silenzio per la meravigliosa esperienza vissuta che ci ha lasciati senza parole e con il cuore pieno di spirito e di stupore. La mattina seguente, sull’autobus che ci ha portati all’aeroporto, abbiamo condiviso la nostra esperienza personale puntando l’attenzione su cosa, di questo pellegrinaggio, avremmo portato con noi, nelle nostre case e nelle nostre comunità.

È stato bello sentire come la gioia ha invaso il cuore dei nostri pellegrini contenti di stare insieme e condividere; felici di pregare, ascoltare e meditare i testi dei nostri santi fondatori; entusiasti di riscoprire l’amore per il Carmelo che ci accomuna e ci fa sentire famiglia che cammina insieme. Per noi è stato bello ascoltare i tanti ringraziamenti rivolti a coloro che hanno pensato, proposto, organizzato e svolto questo pellegrinaggio. Ma il vero ringraziamento va a Dio che ci ha permesso di vivere questa esperienza di cammino insieme e ai presenti che non si sono lasciati sfuggire nessun momento di questi giorni di grazia.

Voglia di pregare

Domenica prossima, XVII del T.O., la Liturgia ci invita ad accogliere i suggerimenti del Vangelo sulla preghiera e a caratterizzare il nostro rapporto con Dio per una semplicità e una fiducia filiale.

Non è semplice per noi uscire dal nostro consueto ruolo di figli viziati che pretendono tutto e subito altrimenti strillano. C’è proprio bisogno di uno sforzo e di una scuola per imparare a superare il nostro egocentrismo e a porci come veri figli di fronte al Padre celeste.

Per questo ci possono aiutare le parole di Dietrich Bonhoeffer poste all’inizio della sua opera “Il libro di preghiera della Bibbia :

«Signore, insegnaci a pregare!» (Lc 11,1). Così i discepoli dicevano a Gesù, riconoscendo in tal modo di non saper pregare con le proprie forze. Essi avevano necessità di imparare.

Imparare a pregare: l’espressione ci suona contraddittoria. Infatti ci sembra che il cuore o sarà così traboccante da iniziare da solo a pregare, o non imparerà mai. Ma è un pericoloso errore, oggi in effetti molto diffuso nella cristianità, quello di ritenere che il cuore sia naturalmente portato a pregare.

Scambiamo la preghiera con i desideri, le speranze, i sospiri, i lamenti, la gioia; tutte cose queste che il cuore sa esprimere per suo conto. Ma così scambiamo la terra con il cielo, l’uomo con Dio. Pregare non significa semplicemente dare sfogo al proprio cuore, ma significa procedere nel cammino verso Dio e parlare con lui, sia che il nostro cuore sia traboccante oppure vuoto. Ma per trovare questa strada non bastano le risorse umane ed è necessario Gesù Cristo.

I discepoli vogliono pregare, ma non sanno farlo. Può diventare un grande tormento il voler parlare con Dio senza sapere come, 1’esser costretti al mutismo davanti a lui, il rendersi conto che l’eco di ogni nostra invocazione resta confinata all’interno del nostro io, che il cuore e la bocca parlano una lingua stravolta, cui Dio non vuole prestar ascolto. In questa penosa situazione ricorriamo ad uomini che possono aiutarci, che sappiano qualcosa della preghiera. Se uno che sa pregare ci coinvolgesse, ci consentisse di partecipare alla sua preghiera, ne avremmo un aiuto!

Certamente qui possono aiutarci molto quei cristiani che hanno già percorso molta strada, ma solo per mezzo di colui che deve aiutare anche loro e al quale essi ci indirizzeranno, se sono autentici maestri di preghiera, cioè per mezzo di Gesù Cristo. Se egli ci coinvolge nella sua preghiera, se ci consente di pregare con lui, se ci fa percorrere in sua compagnia il cammino verso Dio e ci insegna a pregare, allora saremo liberati dal tormento dell’impossibilità di pregare. Ed è questo che Gesù Cristo vuole. Vuol pregare con noi, noi partecipiamo alla sua preghiera e perciò possiamo avere la certezza e la gioia che Dio ci presterà ascolto. È corretta la nostra preghiera se tutta la nostra volontà, tutto il nostro cuore fa tutt’uno con la preghiera di Cristo. Solo in Gesù Cristo possiamo pregare, e con lui saremo esauditi anche noi.

Dunque è necessario che impariamo a pregare. Il bambino impara a parlare in quanto il padre gli parla. Impara la lingua del padre. Allo stesso modo impariamo a parlare a Dio, in quanto Dio ci ha parlato e ci parla. Sulla base del linguaggio del Padre celeste i figli imparano a parlare con lui. Nel ripetere le parole stesse di Dio, noi iniziamo a pregarlo. Non dobbiamo parlare a Dio, né egli vuol ascoltare da noi il linguaggio alterato e corrotto del nostro cuore, ma il linguaggio chiaro e puro che Dio ha rivolto a noi in Gesù Cristo.

Il linguaggio di Dio in Gesù Cristo lo incontriamo nella sacra Scrittura.

Se vogliamo pregare nella certezza e nella gioia, dobbiamo porre la parola della Scrittura come solida base della nostra preghiera. Da qui sappiamo che Gesù Cristo, Parola di Dio, ci insegna a pregare. Le parole che vengono da Dio saranno i gradini della scala per giungere a Dio.

Convegno di spiritualità: La Salita del Monte Carmelo

Presentazione del Convegno
Il Convegno è organizzato per quanti – presbiteri, religiosi e laici – desiderano conoscere e approfondire la spiritualità di San Giovanni della Croce, carmelitano scalzo e Dottore della Chiesa riconosciuto con il titolo di Maestro della fede.
Il Convegno ha come obiettivo presentare l’opera intitolata Salita del Monte Carmelo e illustrare il cammino spirituale dell’anima approfondendo alcuni dei temi descritti dal santo spagnolo nella sua opera: libertà e verità, dalle tenebre alla luce, la sequela di Cristo, la fede e la carità, la purificazione e l’unione con Dio.

Programma

1 agosto 2019

Ore 9.00 Accoglienza dei partecipanti
Ore 9.30 Lodi mattutine
Ore 9.45 Saluto di P. Gaudenzio Gianninoto,
P. Commissario dei Carmelitani Scalzi di Sicilia
Ore 10.15-11.00 P. Diego Cassata, ocd Meditazione: «La verità vi farà liberi».
Dalle ore 11.00 alle 11.30 Break
Ore 11.30-12.15 Sig.ra Tina Ciaffaglione
(Presidente Comunità ocds Monte Carmelo)
L’autore e l’opera
Ore 12.45 Pranzo


Ore 16.00-16.45 Sig.ra Tina Ciaffaglione
Verità e libertà nel libro della Salita
Dalle ore 16.45 alle 17.15 Break
Ore 17.15-18.00 Sig.ra Delizia Amaradio
(Presidente Comunità ocds Enna)
La proposta della notte nel libro della Salita
Ore 19.00 Vespri e S. Messa
Ore 20.30 Cena
Ore 21.30 Ricreazione carmelitana

2 Agosto 2019

Ore 9.30 Lodi mattutine
Ore 10.00-10.45 Sig.ra Delizia Amaradio
Vivere in ossequio di Cristo nella Salita
Dalle ore 10.45 alle 11.15 Break
Ore 11.15-12.00 Sig. Antonio Cannino
(Maestro di formazione Comunità ocds Enna)
La fede è chiamata segreta scala che sale e penetra fino alle profondità di Dio
Ore 12.45 Pranzo


Ore 15.30-16.15 Sig. Antonio Cannino
La fede è come una lucerna che arde in un luogo oscuro
Dalle ore 16.15 alle 16.45 Break
Ore 16.45-17.30 P. Paolo Pietra, ocd
Una luce attraversa la tenebra
Dalle ore 17.30 alle 18.00 Break
Ore 18.00-18.45 Esperienza di Orazione guidata
Ore 19.00 Vespri e S. Messa
Ore 20.30 Cena
Ore 21.30 S. Rosario con flambeaux

3 Agosto 2019

Ore 9.30 Lodi mattutine
Ore 10.00-10.45 P. Paolo Pietra, ocd
È proprio della carità unire l’anima con Dio
Dalle ore 10.45 alle 11.15 Break
Ore 11.15-12.00 P. Paolo Pietra, ocd
La purificazione della volontà da parte della carità
Ore 12.45 Pranzo


Ore 15.30-16.15 Sig.ra Tina Ciaffaglione
San Giovanni della Croce, l’artista di Dio
Dalle ore 16.15 alle 16.45 Break
Ore 16.45-17.30 Esperienza di Orazione guidata
Dalle 17.30-18.00 Break
Ore 18.00-18.45 Condivisione e conclusione
Ore 19.00 S. Messa
presieduta da P. Gaudenzio Gianninoto


Note Organizzative

Quota di partecipazione individuale
comprensiva di iscrizione al convegno e soggiorno in convento:

  • € 110.00 Iscrizione e sistemazione in camera singola;
  • € 100.00 Iscrizione e sistemazione in camera doppia;
  • € 10.00 Pranzi extra non residenti;
  • € 5.00 Iscrizione non residenti.
    Comunicare la propria iscrizione entro e non oltre il 20 luglio 2019
    Tel.: 0931 959245
    Cell.: 338 6513509
    Email: frapaolo@carmelosicilia.it

Come raggiungerci La Casa di preghiera Convento Monte Carmelo è situata in località Locomonaco, (già antico nome del luogo) in piena campagna, circondata dai campi e avvolta nel silenzio, tra i comuni di Augusta e Villasmundo, in provincia di Siracusa. È possibile raggiungerci per chi proviene da Catania, Ragusa e Siracusa attraverso la strada statale Catania-Siracusa SS 114: giunti al Km 127 è possibile individuare l’indicazione stradale Monte Carmelo. Per chi proviene da Villasmundo o Augusta attraverso la strada provinciale SP 3 che unisce i due comuni e seguendo l’indicazione stradale Monte Carmelo

Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso

Oggi il Carmelo Teresiano ricorda la beata Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso, vergine. Al mendo si chiamava Giuseppina Catanea, nacque a Napoli il 18 febbraio 1894. Entrata nel Carmelo di Santa Maria ai Ponti Rossi, il 6 agosto 1933 emise la professione solenne. Nel 1945 fu eletta Priora. Sopporto le dure prove delle malattie e delle persecuzioni abbandonandosi alla volontà di Dio. Contagiava quanti si avvicinavano a lei per la sua profonda spiritualità, umiltà e semplicità, infondendo speranza e fiducia in Dio e nella Vergine Santa. Mori a Napoli il 14 marzo 1948. É stata proclamata beata nel 2008, durante il pontificato di Benedetto XVI.

Vi presentiamo una pagina presa dai sui scritti che oggi troviamo nella liturgia delle letture proprie:

«La volontà di Dio è stata sempre la brama ardente del mio cuore: mai null’altro ho desiderato. Io ho vissuto e vivo di questa volontà divina. Essa mi è necessaria più del pane che mi nutre e dell’aria che respiro. Non saprei farne a meno neppure per un istante! Ho voluto sempre vivere e morire conforme al volere di Dio; ho voluto che la volontà di Dio fosse sempre nei miei pensieri, nelle mie parole, in ogni mia azione, in ogni mio passo. Solo la volontà di Dio ha saputo tramutare i miei dolori in gioia e rendere un Tabor il Calvario della mia vita.

La volontà di Dio è un bacio del suo amore. La volontà di Dio è un abbraccio della sua bontà, che toglie l’anima dalle proprie miserie, per sollevarla in alto nelle sue mani. La volontà di Dio è un atto di tenerezza che deve fare abbandonare l’anima all’amore.

O volontà di Dio, amore infinito, trasporta la mia volontà nella fiamma del tuo amore. Io voglio unirmi a te, mio Dio e mio tutto. Voglio fare tutto quello che a te piace. Voglio che la mia vita sia una continua adorazione, un continuo inno di amore a te, o Dio Uno e Trino. Se anche fossi un serafino di amore, sarei degna del Signore? Se mi consumassi di sacrifici e di pene per Dio, e la mia vita fosse un olocausto, che cosa avrei fatto per te, mio Dio e mio tutto?

Voglio amare Iddio con gli ardori stessi del suo divino Spirito, con l’ardente unzione del suo Amore, amarlo fino a non vivere che per lui solo e non fare più che una cosa sola con lui: una la volontà, uno il desiderio, uno lo spirito. Pensiamo che la nostra piccola voce un giorno sarà voce di gigante, perché voce di gloria per i mezzi che Dio ci dà sulla terra: i dolori, le sofferenze, le preghiere e i sacrifici che incontreremo nella vita. Inabissiamoci in Dio, fondiamoci, annulliamoci in lui solo, e cerchiamo di vivere esultando all’invito: «Veni Sponsa Christi».

La sofferenza è un dolce e caro bacio del Crocifisso. Nulla desidero fuorché la croce che è luce e amore. Signore, tu mi dicesti che avrei patito ogni giorno sempre di più, che mi avresti stesa sulla croce e li mi avresti dato il bacio dell’eterna unione, ed io sospiro questo momento, sospiro questo incontro felice che pur mi costa l’agonia di tutta la vita.

La nostra santa Madre Teresa di Gesù vuole che noi siamo le crocifisse alla Croce di Gesù: è questo il programma della nostra vita. Quando penso che Gesù mi ha messo con lui sulla Croce, sento in me una maternità spirituale, una tenerezza per le anime, una gioia grande, profonda che non so dire. Quante tribolazioni sulla terra, quanti lamenti, quanti sospiri, quante lacrime. Io qui, lontana da tutti, divido le pene di ogni cuore; presento a Dio tutti i sospiri, tutte le lacrime che irrigano questa terra d’esilio. Vivo con l’umanità sofferente…

Quanta consolazione oggi ho sentito nel mio povero cuore. Queste parole nella santa Comunione mi hanno sollevato: «Figlia, sarai tutta mia e sempre più mia». Proprio ciò che brama ardentemente l’anima mia. O carità grande del mio Signore! O bontà ineffabile! O Gesù Amore, io ti ringrazio e ti amo. In tutti gli atomi di polvere vorrei scrivere col mio sangue: Ti amo, Gesù, salva le anime».

O Gesù, cosa ti restituiremo

Nella solennità del Corpo e Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, Vorrei condividere con voi, una preghiera della Beata Maria Candida dell’Eucaristia, Carmelitana Scalza del Carmelo di Ragusa, beatificata da Giovanni Paolo II nel marzo 2004.

«O Gesù, cosa ti restituiremo per un dono così immenso? Hai fatto bene a rimanere in noi: cosa faremo senza di te? Soltanto per te il deserto della vita ha trovato un’oasi ricca di delizie. O Gesù Eucaristia, mi hai creato per te ed io vivo per te. Misericordia eterna, ti ringrazio per il favore inestimabile, che continui a farmi, di non prendere confidenza con te fino a perdere il rispetto che ti devo e a trasformare in abitudine gli atti della mia devozione. Se Tu sei vicino, sento di più il bisogno di abbassarmi al tuo cospetto. Se ti ho ricevuto ieri, sento il bisogno oggi, nel fare comunione, di toccare con più evidenza il mio nulla, e di ammirare la tua generosità e la tua bontà. Così, di fronte e te, vorrei rendere il mio essere umile come la cenere, quasi come la polvere. Non posso abituarmi mai ai tuoi doni: grazie, Gesù!»

Mi piace ricordare che la Beata Maria Candida dell’Eucaristia sembra aver compiuto il miracolo necessario per la sua canonizzazione e, quel che più conta, facendo onore al suo nome. I fatti, che dovranno essere confermati dall’inchiesta canonica del Vescovo della diocesi ed esaminati successivamente dalla Congregazione per le Cause dei Santi (finché il Papa non darà la sua approvazione definitiva si può parlare solo di “presunto miracolo”), si possono riassumere così, allo stato attuale della documentazione raccolta. Il 15 gennaio 2007 si recò a celebrare la S. Messa al monastero S. Teresa delle carmelitane scalze di Ragusa (dove riposano i resti mortali della beata) un sacerdote della comunità di don Divo Barsotti, al posto del padre carmelitano scalzo che normalmente funge da cappellano. Le monache erano avvisate del cambio di cappellano, ma non sapevano che il sacerdote sarebbe stato accompagnato da un gruppo di fedeli associati alla sua comunità.

La sacrestana aveva pensato di rinnovare il Santissimo il giorno 16, nell’anniversario della nascita della beata, per cui nel pomeriggio del 14 controllò, insieme alla madre priora, se c’erano particole sufficienti per il giorno 15; vedendo che ce n’erano una ventina, ne aggiunse 4 sulla patena del celebrante, tenendo conto del numero di fedeli che ordinariamente partecipano alla Messa della comunità nei giorni feriali.

All’inizio della celebrazione, accorgendosi dal coro alto che il numero dei fedeli era più alto del previsto, la priora e la sacrestana chiesero alla beata Maria Candida che intercedesse perché tutti potessero comunicare. Lo stesso fece l’accolito, un medico di 57 anni, quando scoperchiò la pisside che era nel tabernacolo e scoprì che le particole non sarebbero state sufficienti.
Il “presunto miracolo” consiste nel fatto che il celebrante cominciò a distribuire la Comunione con meno di 30 (trenta) particole nella patena, si comunicarono più di 40 (quaranta) persone, e avanzarono più di 50 (cinquanta) particole (i numeri precisi saranno stabiliti dall’inchiesta diocesana).

Il Carmelo è una famiglia composta da frati, monache e secolari

Giorno 9 giugno 2019, nella nostra Casa di Preghiera Monte Carmelo, una delle nostre sorelle secolari ha abbracciato, con le promesse definitive, l’impegno di vivere lo spirito evangelico della castità, povertà e obbedienza e delle beatitudini nell’Ordine Carmelitani Secolare dei Carmelitani Scalzi. Pochi conoscono che la famiglia del Carmelo è composta da frati, monache e secolari teresiani, i quali condividono lo stesso carisma, vivendolo ciascuno secondo il proprio stato di vita. É una sola famiglia, con gli stessi beni spirituali, la stessa vocazione alla santità e la stessa missione apostolica. I Secolari apportano alla vita dell’Ordine la ricchezza propria della loro secolarità.

Riportiamo una breve testimonianza della nostra Sorella:

«Prima di parlare del giorno della mia Promessa definitiva, desidero raccontare di come io sia giunta alla decisione di voler entrare nell’Ordine Carmelitano Secolare Teresiano, che non  conoscevo affatto fino a pochi anni  fa. Infatti, sebbene frequentassi abitualmente la mia parrocchia e fossi una unitalsiana di vecchia data, non sapevo che ci fosse a Villasmundo, a pochi chilometri dal mio paese, un convento di Carmelitani Scalzi. Ci sono arrivata casualmente, grazie ad una nuova amica, la quale una domenica di fine estate, mi propose di andare a messa a Monte Carmelo. Ne fui subito conquistata.

A distanza di anni ricordo ancora la sensazione che provai nel vedere la statua della Madonna del Carmelo, la dolcezza del viso della Vergine mi colpì profondamente. Alla fine della santa Messa avevo già deciso: volevo diventare carmelitana. Comprai perfino un piccolo scapolare di cui ignoravo totalmente il valore e il significato. La mia può sembrare una decisione affrettata e dettata dall’entusiasmo del momento,  ma non è stato così . Già da qualche anno la Madonna mi preparava al cambiamento. Ella aveva suscitato in me, a poco a poco, un forte desiderio di silenzio e di preghiera. Lourdes, dove andavo ogni anno, e l’assistenza ai malati ormai non bastavano più! Quindi, ho iniziato questo cammino e con il tempo ho scoperto che nel Carmelo c’è tutto ciò che cercavo.

Naturalmente in tutti questi anni ci sono stati momenti di dubbio, perplessità, inadeguatezza, desiderio di abbandono; ma grazie all’aiuto del Signore e della nostra dolcissima Madre, il 9 di giugno, solennità di Pentecoste, sono giunta alla Promessa definitiva. È inutile dire che è stato tutto molto bello ed emozionante. Nelle ultime settimane di preparazione alla promessa ho pregato molto la Vergine Maria, affinché mi conducesse per mano e mi facesse capire e compiere sempre la volontà del Signore.

Ho chiesto allo Spirito Santo i suoi Doni per crescere nella fede e nell’amore a Dio, ai fratelli e alla Chiesa. So che questo cammino appena iniziato non sarà facile; occorrerà molto coraggio e forza d’animo per onorare e rimanere fedele all’impegno preso. Ma sono fiduciosa. Mi affiderò incondizionatamente all’infinita Misericordia di Dio, certa anche del sostegno e delle preghiere di tutto l’Ordine Carmelitano Teresiano, che sento di dover ringraziare, perché nei vari incontri, tutti, a vario titolo, mi hanno regalato qualcosa di prezioso per  la mia crescita umana e spirituale». (Rosalba N., Ocds)

Auguriamo alla nostra sorella Rosalba di «vivere alla sequela di Gesù Cristo», meditando la sua Parola giorno e notte, di camminare per sempre alla presenza di Dio e di essere una vera testimone della sua presenza nel mondo.

Un momento della celebrazione Eucaristica

Festa della Santa Trinità

O Santa Trinità d’Amore!

Il 21 novembre del 1904, Elisabetta della Trinità, Carmelitana Scalza, scrive di getto un’Elevazione alla Santissima Trinità. Questa preghiera è la testimonianza più evidente di una vita totalmente trinitaria; possiamo definirla un’offerta di se stessa al Dio Uno e Trino, perché lo Spirito d’amore “discenda” in lei, come è discesa nella Vergine Maria. Elisabetta, nella sua Elevazione, desidera essere “preda” del “Fuoco” che consuma senza consumare ed esprime anche la sua ambizione di assumere tutta la sua “umanità” nel Mistero del Verbo. Sarà anche il mio e il tuo destino! Il mio e il tuo cielo?

Ecco il testo dell’Elevazione di Elisabetta:

«Mio Dio, Trinità che adoro, aiutatemi a dimenticarmi interamente,
per fissarmi in voi, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità; che nulla possa turbare la mia pace o farmi uscire da voi, mio immutabile Bene, ma che ogni istante mi porti più addentro nella profondità del vostro mistero.
Pacificate la mia anima, fatene il vostro cielo, la vostra dimora preferita e il luogo del riposo; che io non vi lasci mai solo, ma sia là tutta quanta, tutta desta nella mia fede, tutta in adorazione, tutta abbandonata alla vostra azione creatrice.

O mio amato Cristo, crocifisso per amore,
vorrei essere una sposa del vostro Cuore;
vorrei coprirvi di gloria e vi chiedo di rivestirmi di Voi stesso,
di immedesimare la mia anima con tutti i movimenti della vostra Anima,
di sommergermi, d’invadermi, di sostituirvi a me,
affinché la mia vita non sia che un’irradiazione della vostra vita.
Venite nella mia anima come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore.

O Verbo Eterno, Parola del mio Dio, voglio passare la mia vita ad ascoltarvi;
voglio farmi tutta docilità per imparare tutto da voi.
Poi, attraverso tutte le notti, tutti i vuoti, tutte le impotenze,
voglio fissare sempre Voi e restare sotto la vostra grande luce. O mio Astro amato, incantatemi, perché non possa più uscire dallo splendore dei vostri raggi.

O Fuoco consumatore, Spirito d’amore,
scendete sopra di me,
affinché si faccia della mia anima come un’incarnazione del Verbo,
ed io sia per Lui un’aggiunta d’umanità nella quale Egli rinnovi tutto il suo mistero.

E Voi, o Padre,
chinatevi sulla vostra piccola creatura,
copritela con la vostra ombra, e non guardate in lei che il Diletto
nel quale avete riposto tutte le vostre compiacenze.

O miei TRE, mio Tutto,
mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo,
mi consegno a Voi come una preda.
Seppellitevi in me, perché io mi seppellisca in Voi,
in attesa di venite a contemplare, nella vostra luce,
l’abisso delle vostre grandezze».

Beata Elisabetta della Trinità

Brani sullo Spirito Santo di Edith Stein

Nel prepararmi alla solennità della Pentecoste mi sono imbattuto su alcuni brani che voglio condividere con voi.

La raccolta di questi testi e preghiere di Edith Stein sullo Spirito Santo riflette come in tutta la vita e soprattutto negli ultimi anni della carmelitana era presente la viva realtà di un’esperienza spirituale, basata sui passi della Sacra Scrittura e approfondita con l’aiuto della dottrina mistica di San Giovanni della Croce. Anche prima non è mancata in lei la riflessione teologica sull’opera dello Spirito Santo nell’anima umana, e se ne fanno eco alcune pagine da lei scritte prima della sua entrata al Carmelo. Ma per arrivare a una forte, intima devozione allo Spirito Santo, per sentirlo “vibrare” nell’anima, per “aprirsi” alle sue illuminazioni e ispirazioni e per camminare alla sua dolce guida verso la più stretta unione d’amore con Dio, ci voleva il suo incontro con la spiritualità e la mistica carmelitana. I più profondi testi steiniani sullo Spirito Santo portano perciò il sigillo dell’esperienza spirituale di un profondo abbraccio d’amore dello Spirito Santo che con la sua “dolce e deliziosa acqua” ha trasformato la sua anima in una “fiamma viva d’amore”. 

Lo Spirito santificatore

Un anno prima di entrare al Carmelo Edith Stein, trovandosi come docente all’Istituto di pedagogia scientifica di Muinster, aveva programmato un corso di antropologia filosofica e teologica. Costretta a ritirarsi a motivo della sua origine ebraica, aveva tuttavia già preparato il materiale. In alcune pagine esprime il suo pensiero sullo Spirito Santo: 

La cresima

“La vita cristiana è una continua lotta. Il mezzo che ci fortifica per sostenere una tale lotta, è il sacramento della cresima, nel quale ci viene dona-to lo Spirito Santo, così come fu donato agli apostoli nel giorno della Pentecoste, affinché il cristiano confessi coraggiosamente il nome di Cristo”. 

La grazia santificante

“Il Concilio tridentino insegna che la nostra giustificazione è opera del “Dio Misericordioso” che ci rende “santi” (1 Corinti 6,11) con “il suggello dello Spirito Santo” che era stato promesso (e che è) caparra della nostra eredità” (Efesini 1,13-14)… Questo dono di Dio – lo Spirito Santo – che a ciascuno di noi viene donato, nella misura in cui Dio lo ha predestinato e conforme alla nostra preparazione a riceverlo e collaborazione, cioè la grazia santificante o la giustizia, altro non è che l’amore di Dio” riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Romani 5,5), assieme con la speranza e la fede. Questo dono ci unisce con Cristo come membri vivi del suo corpo. (…) Prima della grazia santificante… possiamo sperimentare l’infusione dello Spirito Santo che ha per effetto di svegliare in noi il desiderio di purificazione, ‘con cui da parte di Dio viene preparata la volontà’ (Proverbi 8, 35). Così ha inizio in noi anche la fede,… cioè lo Spirito Santo viene riversato in noi come dono della grazia per cambiare la nostra volontà, conducendola dall’incredulità alla fede, dall’ateismo alla pietà. È la grazia preveniente di Dio che chiama il peccatore… a consentire liberamente alla grazia, a collaborare con essa e ad essere pronto all’illuminazione dello Spirito Santo e ad accettare la fede”.

“Appartiene alla vera grazia di Cristo che il cuore dell’uomo venga toccato mediante l’illuminazione dello Spirito Santo… Da questa illuminazione o dal soffio dello Spirito Santo dipende il consenso della fede. Poiché senza una tale illuminazione non è possibile accettare la predicazione evangelica, come è necessario per arrivare alla salvezza. Perciò la fede è un dono di Dio”.

“L’accettazione della fede è un atto ragionevole; non è mai un’espressione del sentimento. Tuttavia, la luce naturale non basta. Nessuno potrà accettare la predicazione evangelica, come è necessario per giungere alla salvezza, senza l’illuminazione e il soffio dello Spirito Santo, perché Egli soltanto può dare la dolcezza del consenso e della fede alla verità” (cit. Tridentino, D 1791). 

Il dono dello Spirito

Edith Stein esprime, dunque, con chiarezza che la vita della grazia e tutta la vita del cristiano ci vengono comunicate da Dio per mezzo dello Spirito Santo, e con ciò inizia la nuova vita del cristiano redento da Cristo nostro Salvatore: “Con la morte in croce Cristo ci ha guadagnato la nostra rinascita: “ci ha fatto rivivere in Cristo” (Efesini 2,4) rinnovando i nostri cuori nello Spirito, tanto da non somigliare soltanto ai giusti, ma di esserlo in verità: riceviamo in noi la giustizia, ciascuno nella misura che lo Spirito Santo gli dona, come egli vuole (1 corinti 12,11)”.

Questa meravigliosa constatazione che riempie il cuore della Stein di sempre nuove profondità, la fa implorare alcuni anni più tardi lo Spirito Santo di “mostrarsi a lei in forma visibile”, così come risplende nella bellezza di Maria, che è la sua vera sposa, “a lui unita indissolubilmente”: 

sposa dello Spirito Santo

“Tu, dolce Spirito, che crei ogni bene, tu, pace della mia anima, luce e forza, onnipotenza dell’amore eterno, mostrati a me in forma visibile.

Là presso il Giordano il Figlio dell’uomo si mostrò, chinò il suo divino capo in profonda umiltà; allora venisti tu, sovrabbondanza di ogni purezza, sotto l’aspetto luminoso di una leggera colomba. I discepoli ti udirono nello scroscio tempestoso, la casa trema per il possente sibilo; sul loro capo guizzano come lingue di fuoco, il suo fuoco d’amore domina il lor cuore. Tu ti creasti una fedele immagine, purissimo fiore della creazione, divino e mite. In un volto umano, celeste, chiaro, diviene manifesta la pienezza della tua luce.

Dai suoi occhi irraggia brace d’amore, e spira fresco come da acqua chiara. Il suo sorriso è splendore della santa gioia, si versa come balsamo nel cuore ferito. Con mano materna ella conduce il suo bambino [dolcemente, e tuttavia forte nella tua forza, dove camminano i suoi piedi verdeggia e fiorisce [la campagna e lo splendore del cielo rischiara la natura.

La luminosa gloria della pienezza di grazia l’ha eletta al trono dall’eternità e attraverso di lei scorre sulla terra ed ogni dono viene dalle sue mani. Come sposa è unita a te indissolubilmente O dolce Spirito, io ti ho trovato. Tu mi riveli la luce della tua divinità che risplende chiara nel volto di Maria”.

Nel medesimo periodo, attraverso lo studio della Fiamma d’amor viva di san Giovanni della Croce – quella fiamma d’amore che brucia nel cuore umano con l’ardente desiderio di “rompere la tela del dolce incontro”- Edith Stein intuisce lo Spirito Santo con la sua presenza nell’uomo, non solo illumina la mente e purifica il cuore, ma innalza l’ani-ma all’unione con Dio.

“La Fiamma viva d’amore è lo Spirito Santo, “che l’anima sente ormai dentro di sé… come un fuoco che la arroventa, trasformandola tutta in soave amore”, ma anche “come un fuoco che arde davvero dentro di lei, lanciando delle fiammate. Orbene, ogni qualvolta quella vampa fiammeggia, irrora l’anima di gloria, rinfrescandola in un bagno tempratore di vita divina”. Lo Spirito Santo provoca in lei un arroventamento amoroso, per cui la volontà dell’anima viene a confondersi in un amore solo con la fiamma divina. La trasformazione in amore è un “habitus”, vale a dire uno stato permanente in cui l’anima viene posta; è il fuoco che arde continuamente in lei. 1 suoi atti invece “sono le fiamme che si sprigionano dal fuoco amoroso, e che salgono con tanto maggior impeto quanto più è intenso il fuoco dell’unione”. In questo stato, l’anima è impossibilitata ad agire di sua iniziativa. Tutti i suoi atti vengono eccitati e compiuti dallo Spirito Santo, per cui sono del tutto divini. Sicché, ad ogni avvampare di questa fiamma, all’ani-ma sembra di star ricevendo la vita eterna: “perché essa la solleva all’altezza operativa di Dio in Dio”.

Data questa sua trasformazione in fiamma d’amore, si comunicano a lei il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; ed essa arriva così vicina a Dio da pregustare un piccolo saggio della vita eterna; anzi ha l’impressione che quella sia già la vita eterna”. ‘Quando l’anima dice che lo Spirito Santo la ferisce nel suo più profondo centro, intende affermare che in lei esistono anche dei punti meno profondi, corrispondenti ai vari gradi dell’amore divino; adesso però è la sua sostanza, la sua capacità, la sua forza, che viene toccata e investita. Con questo non vuol dire `che tutto ciò si verifichi così sostanzialmente e con tanta perfezione come nella visione beatifica dell’altra vita’; ma dice così semplicemente `per manifestare la copiosità, la sovrabbondanza di piacere e di gloria da lei sentite in questa comunicazione dello Spirito Santo. Il piacere è tanto più intenso e tenero, quanto più fortemente e sostanzialmente essa è concentrata e trasformata in Dio”.

Che cosa opera lo Spirito Santo nell’anima trasformata in Dio? Qualcosa che secondo la Stein oltrepassa l’esperienza dell’inabitazione della SS. Trinità, nella quale l’intelletto viene “illuminato con la sapienza del Figlio, la volontà con il gaudio dello Spirito”, e il “Padre abbraccia l’anima, assorbendola nell’abisso della sua dolcezza”.

Ma lo Spirito Santo che brucia con amore ardente, fa ancora qualcosa di più sublime. Rende l’anima: “un carbone acceso che non soltanto arde, ma lancia attorno a sé delle lingue di fiamma”. La unione semplice assomiglia al “fuoco di Dio che si alimenta in Sion”, ossia alla Chiesa militante, in cui il fuoco della carità è sì acceso, ma non fino all’incandescenza; l’unione amorosa fiammeggiante invece, assomiglia “alla fornace di Dio che c’è a Gerusalemme”, ossia a quella visione di pace costituita dalla Chiesa trionfante, ove il fuoco arde davvero come in una fornace arroventata dalle vampe del perfetto amore. è vero che l’anima non ha ancora raggiunta la perfezione del cielo; tuttavia essa brucia come una fornace, alimentata da una visione riposante, gloriosa e splendente d’amore.

Ora essa tocca con mano “come la fiamma d’amor viva, che sì dolce ferisci!” come volesse dire: “O infiammato amore, come mi stai glorificando generosamente con i tuoi slanci amorosi, che colmano la capacità e la forza dell’anima mia! Tu mi dai una conoscenza divina che riempie tutta l’abilità e la capacità del mio intelletto; Tu mi infondi l’amore sino al limite di capienza della mia volontà, sommergendo la sostanza dell’anima mia con il torrente del piacere provocato dal tuo contatto (avvenuto) in rapporto con la purezza interiore e l’apertura della mia anima”(). 

L’incontro con lo Spirito Santo

Tutta questa meravigliosa esperienza significa per Edith Stein un incontro con lo Spirito Santo che riempie l’anima d’immensa gioia, di “festeggiamenti amorosi”, “di fiumi d’acqua viva”.

“L’anima designa questo strapotente abbraccio interiore dello Spirito Santo col nome di incontro. Dio l’afferra con una vera irruenza soprannaturale, per elevarla oltre la carne e condurla alla stretta conclusiva. Ci troviamo di fronte ad autentici incontri; lo Spirito Santo compenetra infatti la sostanza dell’anima, irradiandola e divinizzandola. “Sicché l’essere divino assorbe l’essere dell’anima al di là di ogni altro essere”.

L’anima è quindi in grado di gustare al vivo Dio; per cui chiama dolce questo incontro, che è realmente più soave di tutti gli altri contatti ed incontri, perché li sorpassa tutti in grado eminente'”.

La Stein torna ancora sull’azione bruciante dello Spirito Santo mettendo in luce come si realizza questo incontro: “Conosciamo di già lo Spirito Santo come fuoco divoratore (Deuteronomio 4,24), Ossia come “fuoco d’amore, che – carico di energia infinita – può consumare incoercibilmente, trasformando in sé l’anima da Lui investita… E allorché questo fuoco ha trasfigurata in sé l’anima, questa non solo sente la scottatura, ma diventa lei pure tutta una scottatura bruciante. Ed è un fatto meraviglioso,… che questo fuoco di Dio così impetuoso e divoratore, capace di consumare mille mondi con maggior facilità di quanto non faccia il fuoco terrestre con un batuffolo di lino, non consuma né distrugge l’anima… ma anzi la divinizza e la colma di delizie…”.

Esso è per lei “una rara fortuna, perché così sa tutto, gusta tutto e fa tutto ciò che vuole; inoltre essa fa ottimi progressi, senza che nessuno possa avere il sopravvento su di lei e nulla arrivi a scalfirla”. A lei si possono ora applicare le parole dell’Apostolo: “l’uomo spirituale giudica tutto, e non è giudicato da nessuno” (1 Corinti 2,,5) e ancora: “Lo Spirito scruta tutto, anche le profondità di Dio” (1 Corinti 2,10). è infatti una caratteristica dell’amore, il fare l’inventario di tutti i beni dell’Amato” .

Infine, per terminare il grande ed inesprimibile mistero della trasfigurazione dell’anima in Dio, la Stein ribadisce di nuovo: “Questo immenso fuoco è così soave da assomigliare alle acque vive che saziano a dismisura la sete dello Spirito. Ne abbiamo una figurazione allusiva in quel prodigio di cui parlano i libri dei Maccabei: il fuoco sacro che un dì era stato nascosto in una cisterna, si era trasformato in acqua; portato sull’altare del sacrificio, si trasformò di nuovo in fuoco. Lo Spirito di Dio è come una dolce e deliziosa acqua, finché resta nascosto nelle vene dell’anima; ma appena viene alla luce per essere impiegato nell’offerta sacrificale dell’amor divino, divampa in vivide fiamme. Siccome in questo momento l’anima è infiammata e intenta a concedersi nell’abbandono amoroso, ecco che giustamente parla più volentieri di lampade piuttosto che di acqua.

Resta però sempre un fatto incontestabile: che tutte queste descrizioni non sono che timidi tentativi di esprimere ciò che si sta verificando in realtà; “poiché la trasfigurazione dell’anima in Dio è qualcosa di indicibile”. 

La “mia” ultima pentecoste

In questo clima mistico, pochi mesi prima della sua deportazione ad Auschwitz, nacque una delle preghiere più belle della Stein: l’intimo sposalizio dell’anima con lo Spirito Santo è la “sua” Pentecoste:

1. “Chi sei tu, dolce luce, che mi riempie e rischiara l’oscurità del mio cure? Tu mi guidi come una mano materna e mi lasci libero, così non saprei più fare un passo. Tu sei lo spazio che circonda il mio essere e lo racchiude in sé, da te lasciato cadrebbe nell’abisso del nulla, dal quale tu lo elevi all’essere. Tu, più vicino a me di me stessa e più intimo del mio intimo – e tuttavia inafferrabile ed incomprensibile che fai esplodere ogni nome: Spirito Santo – Amore eterno!

2. Non sei la dolce manna che dal cuore del Figlio fluisce nel mio, cibo degli angeli e dei santi? Egli, che si levò dalla morte alla vita, ha risvegliato anche me ad una vita nuova dal sonno della morte e mi dà una nuova vita di giorno in giorno, e un giorno la sua pienezza mi sommergerà, vita dalla tua vita – tu stesso: Spirito Santo – Vita eterna

3. Sei tu il raggio che guizza giù dal trono del giudice eterno ed irrompe nella notte dell’anima che mai si è conosciuta? Misericordioso ed inesorabile penetra nelle pieghe nascoste. Si spaventa alla vista di se stessa lascia spazio al santo timore, inizio di ogni sapienza, che viene dall’alto e ci àncora con forza nell’alto: alla tua opera, come ci fa nuovi, Spirito Santo – Raggio Impenetrabile!

4. Sei tu la pienezza dello Spirito e della forza con cui l’agnello sciolse il sigillo dell’eterno decreto divino? Da te sospinti i messaggeri del giudice cavalcano per il mondo e separano con spada tagliente il regno della luce dal regno della notte. Allora il cielo diventa nuovo e nuova la terra e tutto va al suo giusto posto con il tuo alito. Spirito Santo – Forza vittoriosa.

5. Tu sei l’artefice che costruisce il duomo eterno che s’innalza dalla terra al cielo. Da te animate s’innalzano le colonne e restano saldamente fisse. Segnate con il nome eterno di Dio si alzano verso la luce sostenendo la cupola, che chiude il santo duomo coronandolo, la tua opera che trasforma il mondo. Spirito Santo – Mano creatrice di Dio.

6. Sei tu colui che creò il chiaro specchio, vicinissimo al trono supremo, come un mare di cristallo, in cui la divinità amando si guarda? Ti chini sulla più bella opera della tua creazione e raggiante ti illumina il tuo proprio splendore, e la pura bellezza di tutti gli esseri, unita nel grazioso aspetto della Vergine, tua immacolata sposa: Spirito Santo – Creatore dell’universo.

7. Sei tu il dolce canto dell’amore e del santo timore che eternamente risuona attorno al trono della Trinità e sposa in sé il puro suono di tutti gli esseri? L’armonia che congiunge le membra al capo, in cui ciascuno, felice, trova il segreto senso del suo essere e giubilante irradia, liberamente sciolto nel tuo fluire. Spirito Santo – Giubilo eterno!

(a cura di Giovanna della Croce, Milano, 1998)

Scuola Biblica

Nell’atmosfera liturgica pasquale, che vede la Parola di Dio “allargarsi” (cfr At 6,7; 12,24) da Gerusalemme alla Giudea, alla Samaria e alla Siria, testimoniata da evangelizzatori un tempo duri di cuore ma ora “pieni di Spirito” (At 4,8; 7,55; 11,24), è nata tra noi una modesta Scuola Biblica aperta a tutti coloro che hanno “fame e sete della Parola di Dio” (cfr Am 8,10) e che vogliono allargarne e approfondirne la conoscenza.

Intenzioni

Il nostro primo intento è quello di “leggere e di interrogare” il testo recuperando l’interezza della trama narrativa che la liturgia non riesce a saldare in unità e che perciò resta affidata all’azione del predicatore e allo studio personale.

Avendo sperimentato la facilità con cui ci insabbiamo quando affrontiamo la lettura continua indiscriminata, abbiamo pensato di fare delle scelte iniziali cominciando con lo studio di alcuni personaggi sui quali la Bibbia si diffonde con dei racconti ampi che ci permetteranno di capire meglio alcune cose elementari: ciò che il testo dice, ciò che sembra voler dire il suo autore e infine ciò che il testo dice a noi.

Premesse

Abbiamo elencato solo alcune scarne premesse per inquadrare correttamente il nostro studio:

  1. La Bibbia è un complesso di molti libri che la fede di un popolo e la sua storia ha riunito.
  2. Diversi generi letterari, corposità ed epoca di composizione caratterizzano ciascuno di questi libri.
  3. Ciò che al di là delle differenze collega tra di loro i libri di questa raccolta è la triade DIO-POPOLO-TERRA di cui parla una storia. La storia di un popolo stanziato in una terra per intervento di Dio. Una storia che si proietta nel futuro per comprendere in uno stesso progetto di salvezza l’umanità di ogni luogo ed epoca.
  4. La storia biblica è molto intricata, piena di nomi e di vicende, ma è decifrabile e memorizzabile con l’apprendimento di alcune cadenze e cicli che ne ritmano lo svolgimento.
  5. Ci sono cadenze e cicli di personaggi (Abramo, Giuseppe, Elia), di simboli (la Donna, la Vigna, il Pastore), di temi (gli inizi, la fine, pienezza dei tempi; la bontà della creazione, il peccato, il castigo, l’intercessione, il sacrificio), di generi letterari (profezia, escatologia, apocalisse, storia, insegnamento sapienziale, codice normativo, poesia).
  6. La lettura di fede di ogni porzione del testo biblico non può prescindere da una buona conoscenza dell’insieme di questa storia senza rischiare di impoverire e di distorcere il senso del suo messaggio.
  7. Per questo l’intero racconto biblico è punteggiato dal ricomparire di alcune coppie caratteristiche: padri-figli, maestri-discepoli, capi-comunità nelle quali si trasmettono di generazione in generazione la conoscenza e l’esperienza delle “meraviglie operate da Dio”.
  8. Nel corpo della Bibbia molto spesso l’oralità dell’insegnamento e dell’apprendimento si accompagna non solo metaforicamente all’oralità del banchetto. La Parola di Dio si fa cibo solido o latte adeguandosi all’età spirituale del fedele. Oppure il testo biblico, divorato dal profeta, fa sentire sia la dolcezza dell’assistenza divina, sia l’amarezza delle prove future.
  9. Il testo biblico che noi conosciamo è il risultato di una complessa stesura e redazione dell’insegnamento orale e perciò accompagna la propria autorità a quella della tradizione che si perpetua in una comunità che ne è viva custode e garante.
  10. Per noi cristiani la Bibbia non è una semplice raccolta di libri ma la stessa Persona del Figlio di Dio – il Verbo – che si rivela e si fa carne nell’uomo Gesù di Nazareth e nella Comunità di tutti gli uomini e le donne che assieme a Lui hanno amato, sofferto e annunciato il Vangelo.

Ciclo di Gedeone (Giudici capp. 6-9)

Campo di battaglia di Gedeone
  • 6,1-6 Il peccato e il castigo.
  • 6,7-10 La preghiera è ascoltata.
  • 6,11-25 Gedeone: vocazione.
  • 6,26-32 Gedeone: contro Baal (Jerub-Baal).
  • 6,33-40 Gedeone: contro Madian, convocazione dell’esercito, prova del vello.
  • 7,1-3 Prima selezione alla fonte di Kharod: da 32.000 a 10.000.
  • 7,4-8 Seconda selezione: da 10.000 a 300.
  • 7,9-15 Sogno del pane d’orzo che travolge la tenda.
  • 7,16-22 Le brocche rotte, le torce, le trombe, la vittoria militare.
  • 7,23-25 Aiuto degli alleati.
  • 8,1-21 Rimostranze e pacificazione degli alleati.
  • 8,22-35 Rifiuto dell’offerta del regno. Fine ingloriosa di Gedeone.
  • 9,1-6 Abimelech re.
  • 9,7-21 Apologo di Jotam.
  • 9,22-25 3 anni di governo di Abimelech.
  • 9,26-58 Rivolta di Gaal. Sconfitta della città di Sichem e della sua torre. Assedio della torre di Tebez e morte ingloriosa di Abimelech.