Aggirare gli ostacoli quando non si possono scavalcare!

L’OCDS (Ordine Secolare Carmelitani Scalzi) in Sicilia non si lascia bloccare da questa dolorosa pandemia e – in attesa di tempi migliori – offre alle nostre fraternità diverse occasioni d’incontro con i mezzi di cui la maggioranza dei membri dispone (cellulari, personal computer, ecc). Alleghiamo la lettera della Presidente ai membri delle fraternità e agli assistenti, sperando di allargare la conoscenza e la partecipazione alle varie iniziative.

Anno di S. Giuseppe a Monte Carmelo

Abbiamo cominciato un anno molto speciale nel quale la Chiesa cattolica vuole imparare da S. Giuseppe e dalla sua Famiglia le virtù del coraggio, della pazienza e del grande amore che niente può deprimere.

NOTABENE:
Per meditare in maniera più approfondita la Spiritualità di S. Giuseppe si possono studiare la Lettera Apostolica di papa Francesco “Patris Corde” e la Lettera inviata dai nostri Padri Generali Carmelitani “Il Patrocinio di S. Giuseppe sull’Ordine Carmelitano”.

Gioia e angoscia di ricominciare sempre daccapo

Mote occasioni come il nuovo Anno, la Giornata della Pace, La Giornata della Memoria, l’Ottavario di preghiere per l’unità dei cristiani ci invitano a sperare nel futuro e a credere di poter promuovere un mondo migliore o perlomeno non peggiore. D’altra parte il prevalere ostentato di realtà e sentimenti negativi che inquinano la vita sociale ci ricordano quanto faticosa e ostacolata sia la nostra buona volontà. Sembra spesso di trovarsi a dover costruire sulle macerie del nostro tessuto sociale.

Prime esperienze di fiducia e tranquillità

L’ottimismo non è davvero una disposizione d’animo facile da mantenere. Ma la Parola di Dio ci sostiene, ci motiva e ci fa udire l’intimo mormorio che lo Spirito Santo pronuncia dentro di noi: “Abba! Babbo!”: la parola della suprema certezza e tranquillità.

Questa esperienza interiore non è privilegio di poche persone dotate ma è offerta a tutti i “credenti”, quando sono benedetti da una libertà spirituale non condizionata dal mondo esterno. Ma è un’esperienza che non molti sanno descrivere con parole semplici e convincenti.

Alcuni esempi simpatici sono quelli offerti “in pillole” da alcuni scrittori che sfortunatamente non vanno di moda ma che vogliamo ricordare a comune consolazione.

Chesterton, Gilbert K.: “Il contrario del cristianesimo non è l’ateismo, ma la tristezza”.

Bernanos, Georges: “Un popolo di cristiani non è un popolo di colli torti. La Chiesa ha i nervi solidi, il peccato non le fa paura, al contrario. Lo guarda in faccia, tranquillamente, e persino, secondo l’esempio di Nostro Signore, lo prende a proprio carico, se lo assume. Quando un buon operaio lavora come si conviene sei giorni della settimana, si può bene concedergli una ribotta, il sabato sera. Guarda, voglio definirti un popolo cristiano, definendo il suo opposto. Il contrario d’un popolo cristiano è un popolo triste, un popolo di vecchi.
Mi dirai che la definizione non è troppo teologica. D’accordo”.

Hillesum, Hetty (1914-1943 ad Auschwitz) “Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi“.

Mounier, Emmanuel: “La perfezione dell’universo personale incarnato non si identifica con la perfezione di un ordine, come pretendono tutti i filosofi (e tutti i politici) i quali pensano che l’uomo possa un giorno totalizzare il mondo. Essa è la perfezione di una libertà che combatte, e combatte strenuamente. E che sussiste anche dopo lo scacco. Tra l’ottimismo insofferente dell’illusione liberale o rivoluzionaria e il pessimismo impaziente dei fascismi, il vero sentiero dell’uomo è questo ottimismo tragico, in cui egli trova la sua giusta misura in un’atmosfera di grandezza e di lotta” .

Piccola meditazione di Natale

Sono tanti i pensieri che si affacciano alla nostra mente in prossimità della festa di Natale. Scegliamo di accompagnare i nostri auguri e gli orari delle celebrazioni con l’invito ad ascoltare un poeta molto schietto e popolare che prova a dar voce al piccolo Gesù nella poesia “Er Presepe”

Er Presepe

Ve ringrazio de core, brava gente,
pè' sti presepi che me preparate
ma che li fate a fa? Si poi v'odiate,
si de st'amore nun capite gnente...

Pè st'amore so nato e ce so morto,
da secoli lo spargo da la croce,
ma la parola mia pare 'na voce
sperduta ner deserto senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente,
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indiffernte
e nun capisce che senza l'amore
è cianfrusaja che nun cià valore.

Trilussa (poeta romanesco)

Orari delle celebrazioni natalizie a Monte Carmelo

24 dicembre: ore 18 – S. Messa Vespertina della Vigilia.

————- ———ore 20 – S. Messa della Notte di Natale

25 dicembre: ore 8 – S. Messa dell’Aurora

———————–ore 11 – S. Messa del giorno di Natale

———————-ore 18 – S. Messa del giorno di Natale

L’adorabile sorgente della nostra comunione!

In un mondo lacerato da contese, prevaricazioni e violenze il cristiano afferma la sua incrollabile convinzione che la pace, la collaborazione e la concordia sono una realtà, sono qualcosa di “già” presente anche se “non ancora” pienamente manifesto. La sua fede non riposa sulla propria capacità di “operatore di pace”, che il più delle volte scarseggia e viene contraddetta dal proprio comportamento. La sua fede riposa nel Dio in cui crede e che si è rivelato come Comunione amorosa e straripante.

L’immagine riprodotta, che cerca di esprimere visivamente lo splendido paradosso della fede cristiana, è uno dei ricordi più belli dei cinque anni trascorsi sul Monte Carmelo in Terra Santa, nel Santuario del Sacrificio del Profeta Elia e accogliendo pellegrini di tutto il mondo e di ogni fede.

Mi è stata donata dall’artista finlandese Birgitta Yavari-Ilan ed è tratta da un calendario che lei ha splendidamente illustrato con immagini nelle quali la bellezza senza sforzo diventa trasparenza del mistero di Dio.

Ricordo ancora quel giorno in cui lei si è presentata con la sua famiglia e mi ha parlato della sua vita e del suo lavoro e quando ci siamo lasciati mi ha detto che avrebbe gradito se avessi scelto una delle immagini del suo calendario come occasione per pregare per lei e per la sua famiglia.

Dopo 15 anni quei brevi momenti di comunione umana, tra persone che prima di allora non si erano mai viste, si sono dilatati nella consapevolezza che alla base di quella semplice amicizia c’era, prima che il nostro atteggiamento di accoglienza, il Dio Vivente, Uno e Trino, l’adorabile sorgente della nostra comunione con Dio, con la natura e con i fratelli.

Omelia di papa Francesco

Ho ascoltato l’omelia di papa Francesco nella celebrazione di Pentecoste nella basilica di s. Pietro e mi sono sentito come uno dei tanti fedeli che a Gerusalemme sentirono parlare l’apostolo Pietro con il cuore trafitto (cfr At 2,37). Penso che tanti amici gradiranno meditare assieme a me e con attenzione le parole ispirate di papa Francesco. Perché non cadano nel vuoto. Perché trovino un terreno accogliente che porti molto frutto.

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Pietro – Altare della Cattedra

Domenica, 31 maggio 2020

«Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito» (1 Cor 12,4). Così scrive ai Corinzi l’apostolo Paolo. E prosegue: «Vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio» (vv. 5-6). Diversi e uno: San Paolo insiste a mettere insieme due parole che sembrano opporsi. Vuole dirci che lo Spirito Santo è quell’uno che mette insieme i diversi; e che la Chiesa è nata così: noi, diversi, uniti dallo Spirito Santo.

Andiamo dunque all’inizio della Chiesa, al giorno di Pentecoste. Guardiamo gli Apostoli: tra di loro c’è gente semplice, abituata a vivere del lavoro delle proprie mani, come i pescatori, e c’è Matteo, che era stato un istruito esattore delle tasse. Ci sono provenienze e contesti sociali diversi, nomi ebraici e nomi greci, caratteri miti e altri focosi, visioni e sensibilità differenti. Tutti erano differenti. Gesù non li aveva cambiati, non li aveva uniformati facendone dei modellini in serie. No. Aveva lasciato le loro diversità e ora li unisce ungendoli di Spirito Santo. L’unione – l’unione di loro diversi – arriva con l’unzione. A Pentecoste gli Apostoli comprendono la forza unificatrice dello Spirito. La vedono coi loro occhi quando tutti, pur parlando lingue diverse, formano un solo popolo: il popolo di Dio, plasmato dallo Spirito, che tesse l’unità con le nostre diversità, che dà armonia perché nello Spirito c’è armonia. Lui è l’armonia.

Veniamo a noi, Chiesa di oggi. Possiamo chiederci: “Che cosa ci unisce, su che cosa si fonda la nostra unità?”. Anche tra noi ci sono diversità, ad esempio di opinioni, di scelte, di sensibilità. Ma la tentazione è sempre quella di difendere a spada tratta le proprie idee, credendole buone per tutti, e andando d’accordo solo con chi la pensa come noi. E questa è una brutta tentazione che divide.

Ma questa è una fede a nostra immagine, non è quello che vuole lo Spirito. Allora si potrebbe pensare che a unirci siano le stesse cose che crediamo e gli stessi comportamenti che pratichiamo. Ma c’è molto di più: il nostro principio di unità è lo Spirito Santo. Lui ci ricorda che anzitutto siamo figli amati di Dio; tutti uguali, in questo, e tutti diversi. Lo Spirito viene a noi, con tutte le nostre diversità e miserie, per dirci che abbiamo un solo Signore, Gesù, un solo Padre, e che per questo siamo fratelli e sorelle!

Ripartiamo da qui, guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo. Il mondo ci vede di destra e di sinistra, con questa ideologia, con quell’altra; lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù.

Il mondo vede conservatori e progressisti; lo Spirito vede figli di Dio. Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia. Lo Spirito ci ama e conosce il posto di ognuno nel tutto: per Lui non siamo coriandoli portati dal vento, ma tessere insostituibili del suo mosaico.

Torniamo al giorno di Pentecoste e scopriamo la prima opera della Chiesa: l’annuncio. Eppure vediamo che gli Apostoli non preparano una strategia; quando erano chiusi lì, nel Cenacolo, non facevano la strategia, no, non preparano un piano pastorale. Avrebbero potuto suddividere la gente in gruppi secondo i vari popoli, parlare prima ai vicini e poi ai lontani, tutto ordinato… Avrebbero anche potuto aspettare un po’ ad annunciare e intanto approfondire gli insegnamenti di Gesù, per evitare rischi… No. Lo Spirito non vuole che il ricordo del Maestro sia coltivato in gruppi chiusi, in cenacoli dove si prende gusto a “fare il nido”. E questa è una brutta malattia che può venire alla Chiesa: la Chiesa non comunità, non famiglia, non madre, ma nido. Egli apre, rilancia, spinge al di là del già detto e del già fatto, Lui spinge oltre i recinti di una fede timida e guardinga.

Nel mondo, senza un assetto compatto e una strategia calcolata si va a rotoli. Nella Chiesa, invece, lo Spirito garantisce l’unità a chi annuncia. E gli Apostoli vanno: impreparati, si mettono in gioco, escono. Un solo desiderio li anima: donare quello che hanno ricevuto. È bello quell’inizio della Prima Lettera di Giovanni: “Quello che noi abbiamo ricevuto e abbiamo visto, diamo a voi” (cfr 1,3).

Giungiamo finalmente a capire qual è il segreto dell’unità, il segreto dello Spirito. Il segreto dell’unità nella Chiesa, il segreto dello Spirito è il dono. Perché Egli è dono, vive donandosi e in questo modo ci tiene insieme, facendoci partecipi dello stesso dono. È importante credere che Dio è dono, che non si comporta prendendo, ma donando. Perché è importante? Perché da come intendiamo Dio dipende il nostro modo di essere credenti. Se abbiamo in mente un Dio che prende, che si impone, anche noi vorremo prendere e imporci: occupare spazi, reclamare rilevanza, cercare potere. Ma se abbiamo nel cuore Dio che è dono, tutto cambia. Se ci rendiamo conto che quello che siamo è dono suo, dono gratuito e immeritato, allora anche noi vorremo fare della stessa vita un dono. E amando umilmente, servendo gratuitamente e con gioia, offriremo al mondo la vera immagine di Dio. Lo Spirito, memoria vivente della Chiesa, ci ricorda che siamo nati da un dono e che cresciamo donandoci; non conservandoci, ma donandoci.

Cari fratelli e sorelle, guardiamoci dentro e chiediamoci che cosa ci ostacola nel donarci. Ci sono, diciamo, tre nemici del dono, i principali: tre, sempre accovacciati alla porta del cuore: il narcisismo, il vittimismo e il pessimismo.

Il narcisismo fa idolatrare sé stessi, fa compiacere solo dei propri tornaconti. Il narcisista pensa: “La vita è bella se io ci guadagno”. E così arriva a dire: “Perché dovrei donarmi agli altri?”. In questa pandemia, quanto fa male il narcisismo, il ripiegarsi sui propri bisogni, indifferenti a quelli altrui, il non ammettere le proprie fragilità e i propri sbagli. Ma anche il secondo nemico, il vittimismo, è pericoloso. Il vittimista si lamenta ogni giorno del prossimo: “Nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vuol bene, ce l’hanno tutti con me!”. Quante volte abbiamo sentito queste lamentele! E il suo cuore si chiude, mentre si domanda: “Perché gli altri non si donano a me?”. Nel dramma che viviamo, quant’è brutto il vittimismo! Pensare che nessuno ci comprenda e provi quello che proviamo noi. Questo è il vittimismo. Infine c’è il pessimismo. Qui la litania quotidiana è: “Non va bene nulla, la società, la politica, la Chiesa…”. Il pessimista se la prende col mondo, ma resta inerte e pensa: “Intanto a che serve donare? È inutile”. Ora, nel grande sforzo di ricominciare, quanto è dannoso il pessimismo, il vedere tutto nero, il ripetere che nulla tornerà più come prima! Pensando così, quello che sicuramente non torna è la speranza.

In questi tre – l’idolo narcisista dello specchio, il dio-specchio; il dio-lamentela: “io mi sento persona nelle lamentele”; e il dio-negatività: “tutto è nero, tutto è scuro” – ci troviamo nella carestia della speranza e abbiamo bisogno di apprezzare il dono della vita, il dono che ciascuno di noi è. Perciò abbiamo bisogno dello Spirito Santo, dono di Dio che ci guarisce dal narcisismo, dal vittimismo e dal pessimismo, ci guarisce dallo specchio, dalle lamentele e dal buio.

Fratelli e sorelle, preghiamolo: Spirito Santo, memoria di Dio, ravviva in noi il ricordo del dono ricevuto. Liberaci dalle paralisi dell’egoismo e accendi in noi il desiderio di servire, di fare del bene.

Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi. Vieni, Spirito Santo: Tu che sei armonia, rendici costruttori di unità; Tu che sempre ti doni, dacci il coraggio di uscire da noi stessi, di amarci e aiutarci, per diventare un’unica famiglia. Amen.

©Copyright – Libreria Editrice Vaticana

Riprendiamo a incontrarci!

Dopo il lungo tempo nel quale, per il nostro bene, siamo stati impediti di celebrare funzioni religiose incominciamo una “nuova” normalità in cui potremo incontrarci, celebrare la liturgia, guardarci in faccia anche se con mascherine protettive e mantenendo un minimo di distanza.

La nostra chiesa con i posti distanziati

Varie prove hanno reso difficile la vita di bambini, di anziani, di madri e di spose, di lavoratori. Ringraziamo Dio che ci è stato vicino in mille modi e ha temperato l’ansietà per un fosco futuro con la speranza cristiana di un mondo più solidale.

Dal 18 maggio ricominciamo ad aprirci ai vari incontri della nostra Casa di Preghiera che dovrà osservare certamente particolari restrizioni come qualunque altra sede di attività sociale. Ma ormai la maggioranza di noi ha esperimentato negli acquisti alimentari o nel contatto con il medico di famiglia le code, le mascherine, l’uso dei guanti e l’igiene delle mani. Tutti mezzi finalizzati a diminuire i rischi di contagio, non a impedire la nostra vita sociale.

Abbiamo ancora vivo nel cuore lo strazio per i nostri defunti che non abbiamo potuto accompagnare all’estremo riposo come famiglia, come chiesa, come quartiere. Facciamo in modo di non dimenticarli e che il loro ricordo sia una benedizione tanto per loro, come per noi.

“Polvere tu sei e in polvere ritornerai!”

La Liturgia del tempo di Quaresima si apre con un simbolo e delle parole che invitano i cristiani a un cammino di rinnovamento: un cammino di lucida riscoperta e di cosciente immersione nel centro del Mistero Pasquale. Le ceneri poste sul capo e le parole che le accompagnano non intendono orientare verso lugubri considerazioni, ma piuttosto realisticamente ricordare ciò che siamo: tesori preziosi in vasi di argilla, vasi più volte spezzati a causa dei nostri peccati e altrettante volte riparati dall’amore di Dio a cui abbiamo chiesto perdono.

Il segno delle ceneri e il digiuno che l’accompagna vogliono ricondurci non solo all’implorazione, ma anche alla speranza che animò tanti personaggi biblici ricordati dalla Storia della Salvezza – per esempio Ester, Giuditta, il re di Ninive nel libro di Giona, il re Davide, il profeta Daniele – tutte persone che sentendosi colpevoli e impotenti, nondimeno si affidarono con piena fiducia alla Misericordia di Dio.

Come i nostri ultimi papi ci hanno più volte unanimemente e simpaticamente ricordato: “ci stancheremo prima noi di peccare, piuttosto che Dio si stanchi di perdonarci”. L’itinerario biblico-liturgico che la Quaresima ci farà percorrere a partire dal Mercoledì delle Ceneri ci offrirà tantissimi argomenti persuasivi capaci di sciogliere la nostra “durezza di cuore”.

La piccolezza evangelica

Nel terzo “Sabato di Catechesi Mensile” abbiamo cercato di approfondire il messaggio del Tempo Liturgico del Natale. Per quanti non possono essere presenti a questa iniziativa offriamo lo scarno schema che svilupperà il tema, sperando che possa stimolare la ricerca personale, la formazione permanente e la lectio divina in questi giorni benedetti.

“Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua forza contro i tuoi avversari per ridurre al silenzio il nemico e il vendicatore” – (Salmo 8, 3)

La “piccolezza” evangelica:

Annuncio della Liturgia

Il periodo di Natale è la “narrazione” della salvezza dell’uomo operata tramite i piccoli: il piccolo Gesù, il piccolo Giovanni Battista, i piccoli innocenti, i piccoli pastori, i grandi Sapienti venuti dall’oriente che si fanno piccoli e “ignoranti” chiedendo informazioni ad altri.

Annuncio del Vangelo

I Vangeli vanno poi oltre l’infanzia di Gesù e dilatano il suo insegnamento spiegando che la piccolezza rivela Dio, cioè Dio si rivela nella piccolezza, Dio si rivela ai piccoli, nei piccoli, e, in Gesù, “si fa“ piccolo proclamando: «Ti benedico o Padre perché hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli». In Gesù, Dio vuole restare piccolo per essere trovato ed aiutato da tutti: «Avevo fame, avevo sete, ero nudo, ero in carcere…».

C’è un perché di questo mistero?

Dio si rivela anche nella grandezza della natura e degli uomini che governano; ma la grandezza spesso tradisce il Creatore: per restare tale la grandezza si difende e per difendersi diventa crudele. La piccolezza invece non fa invidia a nessuno, non si difende: è e resta inerme e così diventa lo specchio non solo dell’onnipotenza del Creatore ma anche della sua misericordia che in lei opera le “meraviglie” più belle.

Un messaggio antico e sempre nuovo.

Tutta la Sacra Scrittura ripete infinite volte che Dio ha le sue “preferenze” ma è nel Vangelo e nel canto della Vergine Maria che ha la sua sintesi più stringata: «…Egli ha spiegato la potenza del suo braccio/ ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore. Ha rovesciato i potenti dai troni/ ha innalzato gli umili. Ha ricolmato di beni gli affamati/ ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele suo servo/ ricordandosi della sua misericordia».

Lo Stile di Dio

Si tratta di uno “stile” divino, di un vero gusto per il paradossale, che infinite volte viene riproposto all’uomo per contagiarlo con questa passione, facendogli gustare la Bellezza e l’Onnipotenza dell’essere “piccolo”: la donna sterile diventa madre, così pure una vergine, la Beatitudine del Regno di Dio si realizza nei poveri, negli affamati di giustizia, negli operatori di pace, nei puri di cuore, in coloro che sono perseguitati a causa della loro fedeltà a Dio. Gli “ultimi” della società e i meno stimati divengono – nella bocca di Gesù e nella sua storia – i provocatori modelli di comportamento: bambini, donne, pubblicani, prostitute, i samaritani, una pagana libanese e perfino un Centurione romano o un Criminale crocifisso: tutti personaggi che nel Vangelo sembrano i più bravi e i più pronti ad accogliere la novità del Regno di Dio. Gesù sceglie tutti gli scarti della società dei “Benpensanti” per proporre il vero volto del Padre Misericordioso nel quale si condensa la sostanza della sua Buona Notizia. Essi sono i suoi migliori “missionari”.

Anche oggi.

Anche oggi Gesù, la bellezza del suo Vangelo, il calore pervasivo del suo Amore universale si “propone” ad ogni uomo, non si “impone”. Si può lasciarsi contagiare da Lui e diventare così creature nuove e – agli occhi del mondo – molto strane se non pericolose. Oppure si può rigettarlo per mancanza di fede o per i motivi più diversi. Quello che non si può fare invece – e che purtroppo va sempre di moda – è autoproclamarsi cristiani, cattolici, devoti di Maria e rivestire il proprio sedicente cristianesimo con una “saggezza” egocentrica, etnocentrica, xenofobica che diventa un oltraggioso camuffamento da Carnevale dell’Amore di Dio rivelato nella stoltezza della Croce.

L’Epifania è una festa di luce

I Magi sono venuti dall’Oriente a Gerusalemme seguendo una stella. Essi sono per noi un modello nella ricerca del Signore. Si sono scomodati, e non poco, per cercare Gesù. Hanno capito che la stella che avevano osservato era un segno della nascita del re d’Israele. Per i Magi questa ricerca non è facile, alla sequela di una stella giungono a Gerusalemme, ma non hanno indicazioni precise. E giunti a Gerusalemme si recano dalle autorità, pensando di ricevere maggiori informazioni. Ma la loro domanda «Dov’è il re dei giudei che è nato?» suscita turbamento in tutta la città. Il re si informa dai sommi sacerdoti e dagli scribi sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli esperti della Scrittura che conoscono la profezia di Michea rispondono: «a Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele”». Occorre ricordare che Erode non era un giudeo particolarmente scrupoloso e suo padre Antipatro era un Idumeo convertitosi al giudaismo per motivi opportunistici.

Egli sapeva che il sovrano cercato dai Magi era il Messia promesso a Israele. Egli aveva tutti i buoni motivi per essere turbato perché questa volta a pretendere il trono non era una persona qualunque; per tale motivo deciderà di uccidere tutti i bambini di età inferiore a due anni. I Magi conosciute le Scritture si dirigono a Betlemme e visto il Bambino lo adorano provandone grande gioia e offrono doni speciali: oro, incenso e mirra. La storia dei Magi ha sempre colpito la pietà popolare. Sono diventati “re”, su suggerimento di Is 60,3 e del sal 72,10 ss., il loro numero nella nostra tradizione è diventato “tre”, secondo i doni che offrirono. Rappresentano Sem, Cam e Jafet, i figli di Noè, tutta l’umanità, primizia della Chiesa.

Le loro reliquie si trovano o Köln in Germania.

Molti artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti della salvezza, presentandoli nella perfezione della bellezza. Uno di questi è stato il Maestro dei Mesi di Ferrara che nella Lunetta del portale di “San Mercuriale” ha voluto scolpire “L’adorazione dei Magi e il sogno” nel XIII secolo. È un capolavoro d’arte romanica collocato nella lunetta che sovrasta il portale maggiore del Duomo di Forlì. La lunetta forlivese racconta l’adorazione dei Magi (a destra) e il sogno tramite il quale gli stessi vengono invitati a trovare una nuova strada nel ritorno per non incontrare Erode (a sinistra). 

Nell’Adorazione, il primo dei Magi si sta togliendo la corona, il secondo l’ha appena tolta e il terzo s’inginocchia al cospetto del Bambino e della Madonna in trono: l’unica alla quale è concessa la corona indossata. L’artista simbolizza la sottomissione appendendo ad una mensola del muro il mantello e la corona di cui si è spogliato il devoto prima d’inginocchiarsi. Gesù, Signore del mondo, è vestito come un imperatore. All’estremità destra è posto Giuseppe appoggiato a un bastone, rivestito di una tunica finemente scolpita. Il sogno è rappresentato dall’angelo – del quale un’ala esce dalla lunetta – che parla ai Magi mentre dormono sotto le coperte. Dormono ma ascoltano. Il Maestro dei Mesi li rappresenta infatti con la mano portata all’orecchio.

Edith Stein, Carmelitana Scalza, ha lasciato tre scritti che meditano sull’epifania: Vita nascosta ed Epifania (1940), I Re Magi (1941) e I tre Re (1942). Sono piccoli scritti che Edith Stein ha composto per obbedienza alla Madre Priora, la quale le chiedeva di prestare la sua capacità di scrittrice spirituale per esprimere qualche pensiero che aiutasse tutte le sorelle ad entrare nel clima liturgico. La stessa Priora poi avrebbe letto e comunicato il testo preparato. Il Carmelo di Colonia conosceva l’uso di rinnovare i voti nella solennità dell’Epifania, esemplando il proprio dono su quello dei Re Magi. Molti monasteri mantengono questa tradizione. Le intuizioni di Edith Stein superano sempre la ritualità e conducono a percepire lo strato più profondo del mistero che avvolge.

Il Reliquiario dei Re magi a Colonia

Il testo che propongo in questa riflessione è Vita nascosta ed Epifania, il quale non è datato né firmato dall’autrice. Tuttavia gli editori con sicurezza lo collocano nel 1940. Lo svolgersi della riflessione trasuda pace e sicurezza, mentre in filigrana è presente la tragedia della guerra che sconvolge tutto il mondo e l’incombere del nazionalsocialismo.

Nel breve testo si possono sottolineare alcune traiettorie:

  • Le tenebre del frangente storico vengono illuminate dallo Spirito;
  • Come Egli operò silenziosamente nelle anime dei patriarchi, così nel tempo presente opera nelle anime unite a Dio;
  • Dal buio più tenebroso emergono le svolte decisive affidate ad anime che, nel tempo e nella storia rimangono ignote;
  • La Chiesa invisibile esiste ed agisce;
  • Dinanzi alla mangiatoia ritroviamo la Chiesa formata “dai Giudei e dai pagani»;
  • La Madre di Dio è la mediatrice di ogni grazia;
  • Il Carmelo si riconosce nella sua vocazione più profonda.

Presento il testo per intero:

«Quando nei bui giorni di dicembre si accende la dolce luce dell’Avvento – una luce misteriosa in un buio misterioso – allora si risveglia in noi il pensiero consolante che la luce divina, lo Spirito Santo, non ha mai smesso di penetrare illuminando nelle tenebre del mondo caduto. Egli è rimasto fedele alla sua creazione, malgrado tutta l’infedeltà delle creature. Quando però le tenebre non vogliono lasciarsi trapassare dalla luce celeste, si trovano pur sempre alcuni luoghi accoglienti dove possa risplendere.

Un raggio di questa luce pulsò nel cuore dei progenitori già nel momento del giudizio che sopravvenne loro. Un raggio illuminante, che risveglia nella loro conoscenza la colpa; un raggio incendiante che può bruciarla in un intenso dolore di pentimento, che purifica e monda, che rende accoglienti alla dolce luce della stella della speranza, che si irraggia per loro nelle parole della promessa del Proto-Vangelo.

Come i cuori dei primi uomini, così i cuori degli uomini sempre di nuovo nello scorrere del tempo sono stati colpiti dal raggio divino. Nascosto per il mondo, il raggio li illumina e li rende radiosi, fa diventare la materia dura, incrostata e deforme di questi cuori, plasmabile e la forma con delicata mano d’artista in una nuova immagine di Dio. non è visto da nessun occhio umano, ma saranno e sono formate così le pietre vive e inserite in una Chiesa però cresce nuova e visibile in opere e rivelazioni di Dio sempre nuove e illuminanti molto in là, sempre nuove epifanie. La silente opera dello Spirito santo nel più profondo dell’anima ha reso i patriarchi amici di Dio. poiché erano ben lontani dal lasciarsi usare come strumenti docili, egli li pose in una realtà esternamente visibile, quali portatori di uno sviluppo storico e suscitò da loro un popolo eletto. Così, anche Mosè, fu dapprima formato nel silenzio e poi mandato come guida e legislatore.

Non chiunque Dio usa come strumento deve essere immaginato in questo modo. Vi possono essere anche persone che, a loro insaputa o perfino contro la loro volontà, servono Dio come strumenti; talvolta non appartengono alla Chiesa né esternamente né interiormente. Esse vengono inserite come il martello o lo scalpello dell’artista, o come il coltello con cui il vendemmiatore taglia il ramo di vite.

In coloro che appartengono alla Chiesa, l’appartenenza esterna può precedere cronologicamente, ma anche realmente, quella interiore, e perciò essere significativa (quando qualcuno viene battezzato senza fede e poi, dalle realtà della vita esterna della Chiesa, giunge alla fede). L’ultima configurazione è la vita interiore; l’immagine procede dall’interno verso l’esterno. Quanto più profondamente l’anima è unita a Dio, tanto più incessantemente si abbandona alla grazia, tanto più incessantemente si abbandona alla grazia, tanto più forte allora sarà il suo influsso sulla configurazione della Chiesa. Viceversa: quanto più tempo è immersa nella notte del peccato e della lontananza da Dio, tanto più ha bisogno di anime legate a Dio. per questo Dio non le lascia mancare. Dalle notti più profonde emergono i più grandi profeti e le più grandi figure di santi. Per la maggioranza però, la corrente della vita mistica rimane invisibile. Certamente le svolte decisive nella storia del mondo vengono essenzialmente «con-decise» dalle anime che dobbiamo ringraziare per le svolte decisive nella nostra vita personale, lo sperimenteremo per la prima volta solo in quel giorno in cui tutto quanto è nascosto verrà svelato.

Le anime nascoste infatti non vivono separate, ma in coesione vivente e collocate in grande ordine divino, parliamo infatti di una Chiesa invisibile. Il suo influsso e la sua coesione può rimanere nascosta per tutto il corso della vita terrena a loro stesse e a gli altri. È anche possibile però che qualche cosa sia visibile nell’ordinamento esterno. Così avviene per le persone e gli eventi intrecciati nel mistero dell’Incarnazione. Maria e Giuseppe, Zaccaria ed Elisabetta, i pastori e i re, Simeone e Anna, tutti hanno avuto una vita solitaria con Dio precedentemente e furono preparati per questo particolare compito, prima che si trovassero insieme in quei meravigliosi incontri, e compresero il cammino percorso fino ad allora, guardando retrospettivamente come meta a questo alto punto. Nei cantici di lode tramandati si esprime la loro adorazione dinanzi alle grandi opere divine.

Negli uomini raccolti intorno alla mangiatoia, consideriamo un’immagine di Chiesa e del suo sviluppo. I rappresentanti dell’antica stirpe regale, cui era stato promesso il salvatore, e i rappresentanti del popolo credente palesano il legame fra l’Antico e il Nuovo Testamento. I re provenienti dalle lontane terre d’Oriente rinviano ai popoli pagani, per i quali da Giuda sarebbe venuta la salvezza. Così qui sta “la Chiesa dai Giudei e dai pagani”. I Re si trovano alla mangiatoia quali rappresentanti di coloro che cercano da ogni terra e da ogni popolo. La grazia ve li ha condotti, prima che appartenessero alla Chiesa visibile. In loro vive un puro desiderio di verità, che non si arresta dinanzi ai confini della dottrina e della tradizione patria. Perché Dio è verità e perché Egli si lascia trovare da coloro che lo cercano con tutto il cuore, in queste esistenze, prima o poi, doveva risplendere la stella, che avrebbe indicato loro il cammino alla Verità.

Ora si trovano dinanzi alla Verità incarnata, immersi ed inchinati nell’adorazione e lasciano le loro corone ai piedi, perché tutti i tesori del mondo a suo paragone non sono che un poco di polvere.

Anche per noi i Re hanno un significato particolare, per noi che apparteniamo già alla Chiesa esterna, sollecitano infatti un interiore stimolo al di fuori della cerchia delle ottiche usuali e delle abitudini. Conosciamo Dio, ma sentiamo, che Egli vuole essere cercato e trovato da noi in un modo nuovo.

Perciò, vogliamo alzarci a cercare la stella che ci indichi il giusto cammino. Ed essa ci guida nella grazia della chiamata: la seguiamo e troviamo il divino bambinello. Egli stende le mani ai nostri doni: il puro oro di un cuore distaccato da ogni bene terreno; la mirra della rinuncia a ogni felicità terrena di questo mondo per scambiarla con la partecipazione alla vita e alla Passione di Gesù; l’incenso di una volontà sempre direttamente tesa, che si dona per perdersi nella divina volontà. Per questi doni il divino Bambino ci donò se stesso.

Questo mirabile scambio però non avvenne solo una volta. Colma tutta la nostra vita. A questa festosa ora della consegna nunziale segue la vita quotidiana nell’Ordine. Dobbiamo “ritornare nella nostra terra” ma “per un altro cammino”: guidati da una nuova luce, che fu irraggiata su noi in luoghi solenni.

La nuova luce ci incita a cercare di nuovo. “Dio si fa cercare”, dice sant’Agostino, “per lasciarsi trovare. Si lascia trovare per venire cercato di nuovo”. Epifania: avviene dopo ogni grande ora di grazia, quando per la prima volta incominciamo ad afferrare la nostra chiamata. Perciò vi corrisponde anche un interiore bisogno di rinnovare sempre nuovamente i nostri voti. C’è un profondo significato per cui lo facciamo nella festa dei tre santi Magi, il cui viaggio e riconoscimento è per noi immagine simbolica della nostra vita. Ad ogni autentica rinnovazione dei voti compiuta di cuore, risponde il divino Bambino con una nuova accettazione, una più profonda unione, e significa un nuovo nascosto operare della grazia nella nostra anima. Forse si esprime in una epifania, in un rendersi visibile dell’operare divino nel nostro comportamento ed operare esterno, che l’ambiente circostante percepisce. Forse, porta anche frutti mentre la persona non vede da quale nascosta fonte le sgorghi la linfa di vita.

Oggi viviamo di nuovo in un tempo in cui il rinnovamento può sprigionarsi dalle sorgenti delle anime unite a Dio. Anche molte persone affidano la lor ultima speranza a queste  sorgenti nascoste di salvezza.

È un severo monito: consegna senza ritorno, al Signore che ci ha chiamate, di quanto Egli da noi desidera, perché il volto della terra possa rinnovarsi. In fiducia credente dobbiamo consegnare la nostra anima alla protezione dello Spirito Santo. Non è necessario che sperimentiamo l’epifania della nostra vita. Dobbiamo vivere nella certezza della fede che, quanto lo Spirito di Dio opera nascostamente in noi porta i suoi frutti nel regno di Dio. Lo contempleremo nell’eternità.

Così, vogliamo portare i nostri doni a Dio: li deponiamo nelle mani della Madre di Dio; questo primo sabato è particolarmente dedicato al suo onore, e nulla può portare gioia più grande al suo purissimo Cuore della consegna sempre più profonda a Dio, al Cuore divino. Certamente, il Bambino nella mangiatoia non riceverà nessun ringraziamento più gradito di quello di un santo prete e di un operare sacerdotale ricco di benedizione – il ringraziamento che l’odierno sabato dei preti da noi richiede e che la nostra Santa Madre ha posto nel cuore così insistentemente come parte essenziale della nostra chiamata carmelitana» (Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein], Vita nascosta ed Epifania, in Id., Nel Castello dell’anima. Pagine spirituali, a cura di C. Dobner, Roma 2004, 424-429) .

Completiamo questo excursus di grande opere citando un’altro piccolo scritto composto in dialetto siciliano da una Carmelitana Scalza del Monastero Madonna di Fatima (Ct) per una ricreazione che racconta il momento della fuga:

«Giuseppe scappava cu’ Gesù e Maria, e ‘u sceccu arragghiava currennu pa’ via.

Giuseppe scantatu la brigghia tirava e ‘u sceccu cuntentu ‘cchiù forti arragghiava!

Contentu era ‘u sceccu di n’ coddu purtari la Matri e lu Figghiu vinuti a salvari.

“Sta zittu me’ sceccu! nun’ fari ssu dannu… Nun’ fari capiri chi stamu scappannu!”

Ma ‘u sceccu currennu ‘cchiu forti arragghiava ‘e san Giuseppuzzu la brigghia tirava.

“Oh sceccu tistardu! Gesù com’a ‘affari? su sentunu i sbirri ti vennu a’ cchiappari!”

La Matri rirennu, a Giuseppi taliava strincennu lu Figghiu chi già appisulava.

“Giuseppi sta quietu! ‘cca i sbirri un’ ci su’, e ‘u sceccu arragghiammu, annacca a Gesù”»