:“NULLA TI TURBI, nulla ti spaventi. Tutto passa, solo Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta! Il tuo desiderio sia vedere Dio, il tuo timore, perderlo, il tuo dolore, non possederlo, la tua gioia sia ciò che può portarti verso di lui e vivrai in una grande pace”
“VIVO MA NON VIVO IN ME e attendo una tal vita da morirne se non muoio.
Vivo fuori di me e muoio d’amore perché vivo nel Signore che mi volle tutta sua. Quando gli donai il cuore lui incise la frase muoio se non muoio.
Questa prigione divina, l’amore in cui vivo, ha reso Dio mia preda e libero il mio cuore. Fa nascere in me un tale anelito scoprire Dio mio prigioniero da morirne se non muoio.
E’ lunga questa vita, e lunghi i deserti, il carcere, i ceppi in cui l’anima si trova. Il solo attenderne la dipartita provoca un dolore tanto acuto da morirne se non muoio.
Questa vita è amara se il Signore non vi trova motivo di gioia. Se dolce è l’amore non lo è la lunga attesa. Spicca da me – Dio – questo carico più pesante dell’acciaio: muoio se non muoio.
Vivo solo nell’attesa di morire, perché venendo meno il vivere, è certezza la speranza. Morte, guadagno di vita, non tardare: io ti attendo e muoio se non muoio.
“Battezzati e inviati” è il titolo della lettera scritta per il mese missionario di Ottobre da papa Francesco proprio nel giorno di Pentecoste – quindi con un buon anticipo e in una data molto suggestiva. In essa ha esortato noi cristiani a ravvivare la coscienza della bellezza della nostra fede in modo da testimoniarla con gioia nella nostra vita.
Come il buon samaritano essere Cristo per gli altri, vedere Cristo negli altri.
Nel
suo breve messaggio il papa si rivolge a un certo punto in maniera
molto diretta ai suoi “fratelli e sorelle” cristiani con queste
parole:
«Io sono sempre una missione, tu sei sempre una missione; ogni battezzata e battezzato è una missione. Chi ama si mette in movimento, è spinto fuori da sé stesso, è attratto e attrae, si dona all’altro e tesse relazioni che generano vita. Nessuno è inutile e insignificante per l’amore di Dio. Ciascuno di noi è una missione nel mondo perché frutto dell’amore di Dio. Anche se mio padre e mia madre tradissero l’amore con la menzogna, l’odio e l’infedeltà, Dio non si sottrae mai al dono della vita, destinando ogni suo figlio, da sempre, alla sua vita eterna (cfr Ef 1,3-6)».
Non credo che papa Francesco si dorrà se invece di riportare integralmente il suo testo mi limito ad associarlo a un altro, un po’ più vecchio ma che esprime poeticamente e sinteticamente quanto la lettera “Battezzati e inviati” vuole far capire. Non posso dire chi abbia scritto questa poesia perché l’ho trovata attribuita in maniera poco convincente a diversi autori, ma in fondo, in questo contesto, non è tanto importante conoscerne l’autore quanto lasciarsi coinvolgere dal suo trasparente e fraterno messaggio.
“Cristo non ha mani”
Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani, per fare oggi il suo lavoro.
Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi, per guidare gli uomini sui suoi sentieri.
Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra, per raccontare di sé agli uomini di oggi.
Cristo non ha mezzi, ha soltanto il nostro aiuto, per condurre gli uomini a sé oggi.
Noi siamo l’unica Bibbia, che i popoli leggono ancora, siamo l’ultimo messaggio di Dio, scritto in opere e parole.
Capitello del Duomo di Monreale raffigurante la scena biblica della morte del ricco epulone e di Lazzaro
Nella Liturgia della domenica XVI del Tempo Ordinario la Parola di Dio dà un altro colpo per far penetrare nella nostra coscienza il chiodo della giusta stima della ricchezza. Essa è un bene che deve essere trafficato e condiviso per l’avvento del Regno dei cieli e non deve essere sciupato in maniera egoistica.
Nell’intero Vangelo non ci sono molte esortazioni agli uomini e alle donne perché si amino e formino delle famiglie dato che questo avviene istintivamente anche se poi la vita di famiglia si dimostra tutt’altro che facile.
Ma per la ricchezza l’istinto dell’uomo è attratto da ciò che luccica e da ciò che si tocca come da una calamita irresistibile che solo un forte ideale può vincere e soggiogare. Contadini, artisti, scienziati, sportivi e … credenti si sottopongono a sacrifici e fatiche molto pesanti perché sono persuasi di non perderci e di investire proficuamente una ricchezza concreta ma limitata, in vista di una ricchezza altrettanto concreta ma molto, molto più grande.
Ed è per questo che il Vangelo moltiplica le esortazioni e annuncia che il Regno dei cieli è come un campo nel quale è nascosto un tesoro o come una perla d’ineguagliata bellezza che per essere acquistati richiedono che un uomo accorto non tema di vendere tutto ciò che possiede. Per questo Gesù insegna che un modo importante per far fruttificare ciò di cui si dispone è condividerlo con i poveri, perché così si ha un tesoro in cielo dove i ladri non rubano e la tignola non erode.
Per questo il Figlio di Dio ci avvisa che non si possono servire allo stesso tempo due padroni. Per questo racconta la parabola forse più tremenda del Vangelo nella quale un ricco senza cuore alla fine della vita s’accorge, finalmente ma troppo tardi, del fratello povero che stava fuori della sua porta. L’indifferenza verso la sofferenza altrui lo condanna ormai a una pena senza fine. Le ricchezze avute sono svanite. Un messaggio ai fratelli che sono ancora in vita è inutile, perché se non ascoltano la Legge e i Profeti non ascolteranno nemmeno uno che risorgesse dai morti e perché come dice il proverbio: «Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire!»
A questo proposito i Vangeli
apocrifi citati da Origene hanno un testo che commenta molto bene questo tema:
«In un certo vangelo secondo gli
Ebrei, se uno vuole accettarlo non come un’autorità, ma come una delucidazione
della presente questione, sta scritto: «Un altro ricco gli domandò: “Che cosa
debbo fare per vivere?”. Gli rispose: “Uomo, pratica la Legge e i Profeti”. Gli
rispose: “L’ho fatto!”. Gli disse: “Va’, vendi tutto quanto possiedi,
distribuiscilo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Ma il ricco iniziò a grattarsi
la testa.
Non gli andava! Il Signore gli disse: “Come puoi dire di aver praticato la Legge e i Profeti? Nella Legge sta scritto: Amerai il tuo prossimo come te stesso. E molti tuoi fratelli, figli di Abramo sono coperti di cenci e muoiono di fame, mentre la tua casa è piena di molti beni: non ne esce proprio nulla per quelli!”. E rivolto al suo discepolo Simone, che sedeva presso di lui, disse: “Simone, figlio di Giovanni, è più facile che un cammello entri per la cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli”». (Citato in Luigi Moraldi, Vangeli apocrifi, Casale Monferrato (AL), Piemme 1996, p. 175).
Il bambino si chiama Amos Klausner e si trova nel 1949 in una Gerusalemme in stato d’assedio, con alimenti razionati e abitazioni sovraffollate sotto il fuoco implacabile dei cecchini giordani. In questo mondo, in cui vita e morte s’intrecciano più volte al giorno, egli sente discorsi angosciati ma anche di grande speranza che scuotono la sua sensibilità. È però colpito e incuriosito da due donne straniere che inesplicabilmente cercano di rendersi utili senza aspettarsi riconoscenza.
Egli cambierà in seguito il proprio nome – come fecero tanti altri ebrei – e diventerà Amos Oz, uno scrittore di fama mondiale morto l’anno scorso, dichiaratamente agnostico, che ci ha donato pagine stupende come quelle che seguono nelle quali la grande letteratura sposa – senza imbarazzo e senza secondi fini – la memorialistica, con l’agiografia, la catechetica e la pastorale.
(da Amos Oz, Una storia di amore e di tenebre, Milano Feltrinelli, 2018, pp. 449-453).
Capitolo 47.
Due
missionarie finlandesi abitavano in un appartamentino in fondo a via
Ha Turim, nel quartiere di Mekhor Baruch: Eili Havas e Rauha Moisio.
Zia Eili e zia Rauha. Anche quando parlavano della penuria di
verdure, le due usavano un ebraico biblico, solenne: l’unico che
conoscevano, del resto. Se bussavi alla loro porta per chiedere in
belle maniere qualche asse inutile da usare per fare il falò di Lag
Baomer, zia Eili diceva con un sorriso timido, porgendoti una vecchia
cassetta di legno: «Bagliore di fuoco e di fiamma di notte!». Se
venivano da noi a prendere una tazza di tè e far quattro colte
chiacchiere mentre io ingaggiavo una battaglia contro il cucchiaio
d’olio di merluzzo, zia Rauha commentava: «Tremeranno dinnanzi a
me i pesci del mare!».
Ogni tanto tutti e tre [Amos con papà e mamma] andavamo a trovarle nella loro cella monastica che assomigliava piuttosto alla stanza di un modesto collegio femminile del secolo diciannovesimo: due semplici letti in ferro battuto uno di fronte all’altro, ai due lati di un tavolo di legno rettangolare coperto da una tovaglia di cotone celeste, con intorno tre sedie senza imbottitura. Accanto ad ognuno dei due letti gemelli c’era un comodino con sopra una lampada da lettura, un bicchiere d’acqua e qualche libro sacro con la copertina nera. Due identiche paia di pantofole spuntavano da sotto i letti. In mezzo al tavolo c’era immancabilmente un vaso con dei sempreverdi raccolti nei campi vicini. Una figura di Gesù in croce intagliata in legno d’ulivo stava appesa in mezzo alla parete, fra i due letti. Ai piedi dei quali le due avevano dei bauli per il guardaroba fatti di un legno spesso e lucido quale a Gerusalemme non avevo mai visto e che mamma diceva doveva essere quercia: mi invitò a toccarlo e passarci la mano sopra. […]
Durante
l’assedio di Gerusalemme le due missionarie non abbandonarono la
città: avevano un forte senso del loro impegno. Era come se il
Redentore stesso le avesse incaricate di tenere alto il morale degli
assediati e soccorrerli amorevolmente nella cura dei feriti in
battaglia e sotto i bombardamenti, ricoverati all’ospedale Shaare
Tzedek. Erano persuase che, dopo quel che Hitler aveva fatto agli
ebrei, ogni cristiano dovesse provare a espiare con i fatti e non con
le parole. La nascita dello Stato d’Israele la consideravano come
un dito di Dio (zia Rauha diceva nel suo linguaggio biblico e con il
suo accento granuloso incline a strane inflessioni: “È
come l’arcobaleno nella nuvola dopo il Diluvio”.
E zia Eili, con un sorriso minuscolo, non più di una lieve piega
della bocca: “Perché
il Signore ebbe pietà di tutto quel gran male – più non inferì”).
Fra
un cannoneggiamento e l’altro le due si aggiravano per il nostro
quartiere con le scarpe alte e un fazzoletto in testa, fra le mani
una cesta profonda fatta di grigiastra tela di sacco, dalla quale
tiravano fuori, per chiunque si dimostrasse pronto ad accettare, vuoi
un barattolo con dei cetrioli in salamoia, vuoi mezze cipolle, un
pezzo di sapone, un paio di calze di lana, un cespo di ravanelli
quando non un poco di pepe nero. Solo Dio sa come si procurassero
quei tesori. Gli [ebrei] ortodossi respingevano con sprezzo i regali
delle missionarie, alcuni le cacciavano malamente dalla soglia di
casa loro, altri prendevano il dono appena zia Eili e zia Rauha
s’erano voltate e sputavano di nascosto sulla terra calpestata dai
piedi delle missionarie.
Loro, peraltro, non
s’offendevano: avevano sempre pronto qualche versetto profetico
consolatorio, che ci suonava bizzarro in quell’accento finnico,
suonava un po’ come le loro scarpe alte quando facevano
scricchiolare la ghiaia: “Ho
protetto questa città per salvarla”.
”E
non verrà un nemico ad atterrire alle porte di questa città”.
“Quanto
sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace”.
“Contro
di te è salito un distruttore”.
E anche: “E
non temere, mio servo Giacobbe, oracolo del Signore, perché io sono
con te; io faccio lo sterminio di tutte le nazioni fra le quali ti ho
disperso…”.
Sovente una di loro si offriva di fare per noi la lunga coda per la distribuzione dell’acqua che arrivava nelle cisterne, solo nei giorni feriali dispari, mezzo secchio a famiglia – sempre che qualche scheggia di bomba non avesse forato le pareti della cisterna prima del suo arrivo alla nostra strada. Una di loro due passava allora fra i loculi del nostro appartamento seminterrato con le finestre sigillate dai sacchi di sabbia e distribuiva agli inquilini provvisoriamente ospitati da noi mezza tavoletta di “vitamine miste” per ciascuno. I bambini però ne ricevevano una intera.
Dove andavano a riempire la loro cesta fatta di tela di sacco grigia? Alcuni dicevano di qua, altri dicevano di là, altri mi mettevano in guardia dall’accettare alcunché da loro, che volevano solo “sfruttare la nostra disgrazia e portare al loro Gesù”.
Un giorno mi feci
coraggio e, benché conoscessi la risposta, domandai a zia Eili chi
era Gesù. Gli angoli delle sue labbra tremavano appena, mentre mi
rispondeva titubante che lui non “era” bensì è, e ama tutti
noi, in particolare ama i reietti e i beffati; se avessi riempito il
mio cuore di amore, lui sarebbe venuto dentro il mio cuore e mi
avrebbe portato sia tormenti sia un’immensa felicità e dai
tormenti sarebbe giunta la felicità.
Che strane, piene di
contraddizioni, mi parevano queste parole, tanto che sentii il
bisogno di rivolgermi a papà. Lui mi prese per mano e mi condusse al
materasso sul pavimento della cucina, l’angolo rifugio di zio
Yosef, dove chiese all’illustre autore del libro Gesù
Nazareno di
spiegarmi lì su due piedi chi era Gesù e che cosa aveva fatto: Zio
Yosef non si mise né su due piedi né su uno soltanto, anzi rimase
riverso, stanco triste e pallido, in un angolo del materasso, la
schiena contro il muro fuligginoso e gli occhiali sollevati sulla
fronte. La sua risposta era alquanto diversa da quella della zia
Eili: per lui Yehoshua-Gesù era un uomo di Nazareth “tra i più
grandi di tutta la storia d’Israle, un eccezionale maestro di
morale che aveva in uggia gli incirconcisi di cuore, che lottò per
restituire al giudaismo la sua schiettezza originaria e strapparlo
dalle mani di rabbini cavillosi”.
Non avevo idea di chi
fossero gli incirconcisi di cuore e nemmeno i rabbini cavillosi. Non
avevo idea di come far combaciare il Gesù dello zio Yosef, quel Gesù
che aveva in uggia e lottava per strappare, con il Gesù della zia
Eili che non aveva in uggia nessuno non combatteva e non strappava
nulla e anzi al contrario amava soprattutto proprio i peccatori e
proprio quelli che lo disprezzavano.
Dopo tre giorni di studio su san Giovanni della Croce, la Casa di preghiera Monte Carmelo ha pensato di proporre gli Esercizi Spirituali sulla dottrina del Santo. Essi sono un invito ad un’esperienza di Dio, del suo amore, della sua bellezza. “Chi vive gli Esercizi in modo autentico sperimenta l’attrazione, il fascino di Dio, e ritorna rinnovato, trasfigurato alla vita ordinaria, al ministero, alle relazioni quotidiane, portando con sé il profumo di Cristo”.
Essi sono organizzati per quanti – presbiteri, religiosi e laici – desiderano crescere nella vita spirituale accompagnato da un padre, Giovanni della Croce, riconosciuto nella Chiesa Maestro della fede.
Il relatore è P. Gabriele Morra, OCD, Superiore Maggiore del Commissariato dell’Italia Centrale “San Giuseppe”.
Dal 1 al 3 agosto 2019, presso la nostra casa di preghiera si è svolto il Convegno di spiritualità organizzato per quanti – presbiteri, religiosi e laici – desiderano conoscere e approfondire la spiritualità di San Giovanni della Croce.
Il
Convegno ha avuto come obiettivo presentare l’opera intitolata
Salita
del Monte Carmelo e
illustrare il cammino spirituale dell’anima approfondendo alcuni
dei temi descritti dal Santo spagnolo nella sua opera: libertà e
verità, dalle tenebre alla luce, la sequela di Cristo, la fede, la
speranza e la carità, la purificazione e l’unione con Dio.
Rappresentazione pittorica della Salita sul Monte che conduce a Cristo.
Le giornate si sono svolte secondo uno schema che al mattino ha visto la celebrazione della preghiera delle Lodi, seguita dalle varie conferenze intervallate da delle brevi interruzioni. Nel pomeriggio si sono proposte altre conferenze seguite dalla preghiera del Vespro e dalla Santa Messa.
Il primo giorno è iniziato con il saluto di padre Gaudenzio Gianninoto, padre Commissario dei Carmelitani Scalzi di Sicilia, che ha ricordato ai convenuti il carattere carismatico dell’opera, indirizzata dal Santo ai Carmelitani Scalzi appena riconosciuti dalla Chiesa, e che si è soffermanto poi a motivare l’attualità del solido insegnamento del Dottore Mistico – riconosciuto con il titolo di Maestro della fede – per il mondo d’oggi che sembra avviarsi a divenire un pianeta senza Dio.
Subito dopo, il moderatore del Convegno, ha dato la parola a padre Diego Cassata ocd, che ha proposto una meditazione sul brano di Giovanni «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Il relatore ha iniziato il suo commento presentando il versetto precedente nel quale Gesù dice ai Giudei: «Se rimanete nella mie parole, siete davvero i miei discepoli» (Gv 8,31). Egli ha ribadito l’importanza di rimanere in Lui per essere veramente suoi discepoli e per rendergli testimonianza. La conoscenza in Lui, Verità fatta carne produce nei credenti quella libertà che è innanzitutto interiore e che riesce a vincere ogni umana esitazione. Conoscere la Verità per Giovanni evangelista è il fine di ogni discepolo.
Il secondo intervento è stato esposto dalla signora Tina Ciaffaglione descrivendo la biografia e l’opera del Santo. Il Mistico Poeta nella sua opera confida che «la necessità di molte anime» ha fatto di lui uno scrittore. Lo scopo del testo è per il Santo dottore, che principianti e proficienti, comprendano meglio come la notte oscura sia il mezzo indispensabile per raggiungere l’unione divina e così imparino a lasciarsi condurre dal Signore (cfr. Prologo 4).
Per la relatrice, lo scopo dell’opera deve essere tenuto ben presente nell’affrontare la sua lettura perché ci indica che cosa dobbiamo cercare in esso: «dottrina e avvisi per riconoscere l’azione del Signore e lasciarsi condurre da lui».
L’opera quindi è rivolta a chi vuole camminare sul serio, con verità e libertà. Lo stesso titolo del testo evoca nei lettori il “monte”, simbolo di un luogo elevato e che comporta fatica nello scalarlo, mentre allude anche ai diversi luoghi delle teofanie. Il termine “Salita” poi non nasconde certo la fatica del procedere e il bisogno di liberarsi dei pesi per essere più agili.
Una seconda relatrice, la signora Delizia Amaradio ha continuato l’analisi dell’opera con due tematiche particolari. “La proposta della notte nel libro della Salita” e “Il vivere in ossequio di Cristo nella Salita”, affrontate una a chiusura del primo giorno e l’altra all’inizio del secondo giorno.
La conferenziera ha presentato lo sforzo ascetico, il salire il monte attraverso il sentiero stretto come una necessità evangelica che non deve essere letto solo in chiave ascetica ma come risposta all’amore di Dio che ci chiama, ci interpella e ci invita alla sequela. Questo percorrere la salita ripida è la nostra vocazione alla santità, che il poeta spagnolo chiama “notte”. Egli individua due tipologie riguardo alla notte perché essa può interessare i sensi (“notte dei sensi”) oppure lo spirito dell’uomo (“notte dello spirito”), ma può derivare anche dall’iniziativa umana (“notte attiva”) oppure dall’iniziativa divina (“notte passiva”).
In ogni caso la nostra attività spirituale è sempre una risposta alla grazia divina che la precede e la sostiene. Il Figlio continua a chiamarci con la parola e l’esempio e chiede una sequela incondizionata. Il nostro lottare per mezzo dell’ascesi è un rispondere a questa grazia. «Infatti in nessun modo si progredisce se non con l’imitare Cristo, il quale è la Via, la Verità e la Vita e nessuno giunge al Padre se non per lui» (2S 7).
Dopo queste conferenze i relatori che si sono succeduti hanno affrontato il tema delle virtù teologali, che sono le armi per purificare le tre potenze operative e con esse cercare unicamente Dio.
Condurre l’intelletto a conoscere Dio unicamente con la virtù teologale della Fede.
Condurre la memoria a desiderare Dio unicamente attraverso la virtù teologale della Speranza.
Condurre la volontà ad amare unicamente Dio con la virtù teologale della Carità.
Il signore Antonio Cannino nelle sue conferenze “La fede è chiamata segreta scala” e “La fede è lucerna che arde in un luogo oscuro” ha presentato la notte nell’intelletto, la quale consiste nel conoscere Dio e le cose divine. L’anima deve sforzarsi di mettere da parte tutto ciò che su di lui ha appreso attraverso l’intelletto, e concentrarsi su ciò che di lui gli dice la fede. Solo questa virtù ci mostra Dio come è in se stesso: «Essendo Dio infinito, ce lo propone infinito; essendo Uno e Trino, ce lo presenta sotto questo aspetto» (2S 29,12).
Solo
la fede ci mostra Dio in modo completo e definitivo: infatti «il
Padre, dandoci il suo Figlio, che è la sua Parola, l’unica che
Egli pronunzi, in essa ci ha detto tutto in una sola volta, e quindi
non ha più niente da dirci» (2S 22,3).
Solo essa ci mostra Dio in un modo certo e accessibile a tutti, perché chiunque può conoscere e credere «i misteri e le verità divine con la semplicità e la certezza con cui ce li propone la Chiesa» (2S 29,12).
L’anima
è chiamata a spogliarsi di tutte le cognizioni razionali su Dio e
sviluppa la vera conoscenza di Dio che la Fede ci propone, perché
«mentre tutte le scienze si acquistano con la luce dell’intelletto,
la scienza della fede si acquista mettendola da parte» (2S 3,3)
Questo sviluppo avviene nell’orazione, la quale da questo momento
deve essere solo esercizio di fede e di amore.
L’ultimo intervento della seconda giornata è stato presentato da padre Paolo Pietra ocd, il quale ha presentato la notte della memoria come “Una luce che attraversa la tenebra”. La virtù teologale della speranza, secondo il relatore, accende in noi il desiderio ardente di Dio svuotando la memoria di ogni notizia che non sia Lui e riempendola del suo ricordo. Così l’anima quando si dispone a trattare con Dio «non deve conservare nella memoria alcuna cosa di tutto ciò che ha udito, veduto, odorato, gustato e toccato; ma se ne deve dimenticare subito… come se tali cose non esistessero al mondo… perché nelle cose di Dio ciò che è naturale più che aiutare, ostacola» (3S 2,14) e in questo “oblio” si sviluppa la Speranza, che è la consapevolezza di raggiungere l’Amato. Perciò durante l’orazione l’anima dovrà fare «in modo che la memoria resti completamente muta e che solo l’udito attenda in silenzio a Dio, dicendo con il profeta: “Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta (1 Re 3, 10)”.
La giornata è proseguita con l’orazione guidata da padre Diego Cassata ocd, che per noi ha inoltre ha presieduto la preghiera del Vespro e, nella Celebrazione Eucaristica, ha spezzato per noi la Parola e il Pane. Dopo la cena abbiamo passato insieme la ricreazione e concluso la giornata con le parole del Nunc dimittis di Simeone.
Nel terzo giorno padre Paolo Pietra ocd, nella sua conferenza presentata in due sessioni sul tema “Non avremmo fatto nulla se non avessimo purificato la volontà con la carità”, ha presentato la virtù teologale della carità che purifica la volontà.Nella prima parte della conferenza ha presentato “Giovanni della Croce uomo agapico” e nella seconda “La volontà in ricerca e alla scoperta di Dio”. Nel suo vivere d’amore, l’anima deve fare molta attenzione a non fermarlo ai tanti piccoli beni che ci circondano e che il Santo presenta nel suo terzo libro come sirene ingannatrici le quali cercheranno di catturare tutto quell’amore che ella doveva esclusivamente a Dio. Esse cercheranno di fermare la generosità, lo slancio e l’entusiasmo del principiante e del proficiente che devono invece accompagnare con un senso di totalità ogni atto d’amore fatto a Dio che per primo ci ha amati e ci ama senza riserve e senza limiti.
Nell’ultimo intervento del giorno la signora Tina Ciaffaglione ci ha presentato il Santo come “L’artista di Dio”. La relatrice prendendo in prestito le parole di Giovanni Paolo II, nella sua Lettera agli artisti, ha parlato di Giovanni della Croce come colui che «avvinto dallo stupore per il potere arcano di suoni e delle parole, dei colori e delle forme» ha destato nelle generazioni successive lo stupore. I versi del Mistico Poeta «infondono un religioso terrore perché da lì è passato lo spirito di Dio, abbellendo e santificando tutto» come affermò Damaso Alonso in La poesia di san Giovanni della Croce. Il Santo nella sua creazione artistica, si rivela più che mai “immagine di Dio” e realizza questo compito prima di tutto plasmando la stupenda “materia” della sua umanità. Il Mistico Poeta non ci ha lasciato solo meravigliosi versi ma anche due disegni Il Monte che accompagna l’opera della Salita e il Crocifisso. Quest’ultima è un’opera di 57 x 47 mm ed è stato dipinto ad Avila. L’immagine rappresenta il Cristo morto nel momento in cui consegna il suo spirito al Padre. La signora Ciaffaglione ha evidenziato: le mani grandi lacerate dai chiodi e le gocce di sangue che scendono da essi, il corpo caduto in avanti, le gambe compresse dal peso del corpo e la “strana prospettiva” utilizzata dall’artista. Questa prospettiva ci costringe a guardare il Cristo dall’angolo in alto a destra, quasi a sostituirci allo sguardo del Padre, piangente per il dono del Figlio per gli uomini.
Il Convegno si è finito con la sintesi proposta da padre Paolo Pietra e dalla condivisione dei partecipanti.
Diario del pellegrinaggio ad Avila dal 21 al 28 luglio 2018
Dal 21 al 28 luglio 2019 padre
Diego ed io, padre Paolo, abbiamo accompagnato alcuni membri dell’Ordine Secolare
provenienti dalle diverse comunità della Sicilia, tra cui, alcuni provenienti
dalle comunità di Monte Carmelo e Carlentini, in un pellegrinaggio in Spagna
nei luoghi teresiani e sanjuanisti. Raggiunti Ávila abbiamo alloggiato al CITeS,
che è diventato il nostro punto di riferimento. Il CITeS è l’Università della
Mistica del nostro Ordine ed è retto da una comunità carmelitana di sei frati; il
padre priore è padre Francisco Javier Sancho.
La giornata è iniziata sempre con
la preghiera liturgica e la Santa Messa. La liturgia è stata presieduta
alternativamente da noi due padri nella cappella dedicata a “las Moradas”. Dopo
la colazione la partenza verso i luoghi da visitare.
Il primo giorno è stato dedicato
alla visita del monastero dell’Incarnazione di Ávila, cenobio che ha visto i
primi vent’anni di vita religiosa di Santa Teresa di Gesù. All’ingresso del monastero
abbiamo ascoltato alcuni brani tratti dal libro della Vita della Santa nei quali lei stessa narra il suo desiderio di
fondare un altro monastero. Dopo una visita alla chiesa abbiamo visitato il
museo.
Tantissime le cose che portiamo
nel cuore da quella visita, ma ciò che è rimasto impresso nei cuori dei pellegrini
è stata la spiegazione sulla presenza della Trinità nel mistero della
Redenzione quando è stato commentato il disegno del Crocifisso di san Giovanni
della Croce.
Attraversata la Porta del Carmen
siamo giunti alla chiesa di santa Teresa sorta sulla casa natale della Santa di
Ávila. Qui abbiamo sostato un po’ di tempo: abbiamo contemplato la cappella
dov’è collocata la statua della Santa in ginocchio, opera di Gregorio Fernández,
e attraverso un vetro abbiamo visto la ricostruzione di una camera da letto del
Cinquecento simile a quella dei genitori di Teresa de Ahumada; in seguito ci
siamo intrattenuti in chiesa per l’orazione mentale.
foto di gruppo davanti all’ingresso del monastero dell’Incarnazione di Avila.
Abbiamo ripreso il percorso
passando per la cattedrale, passeggiando lungo la strada esterna alla muraglia
sud della città per poi rientrare in essa e dalla chiesa della Santa abbiamo
fatto lo stesso percorso che fece la piccola Teresa con il fratello Rodrigo per
andare verso i mori. Giunti così alle Cuatro postes abbiamo ascoltato il brano
della fuga della piccola Teresa, abbiamo ammirato la città e meditato su quella
scena. Infine, stanchi ma contenti, siamo rientrati al CITeS per la cena e un
po’ di riposo.
Giorno 23 luglio ci siamo recati a Fontiveros, paese natale di Giovanni de Yepes. Nel visitare la Chiesa di san Cipriano dove il Santo fu battezzato, abbiamo ascoltato la spiegazione di come nella vita del Santo sono sempre stati presenti il mistero dell’Amore e della Croce. Lasciato Fontiveros ci siamo diretti a Duruelo, culla della prima fondazione maschile tanto desiderata da santa Teresa. In questa occasione abbiamo riflettuto su come san Giovanni della Croce ha incarnato il sogno della Madre. Nella chiesetta costruita sulle rovine del primo convento, con un momento di preghiera, ci siamo intrattenuti da soli con Gesù solo.
Rientrati ad Ávila, nel pomeriggio abbiamo continuato la nostra escursione visitando la basilica di san Vicente, il museo della casa natale della Santa e il monastero di san José, il primo fondato da santa Teresa di Gesù. Siamo rimasti in silenzio per un po’ di tempo nella primitiva cappella del monastero dedicato a san Paolo, poi siamo entrati nella Chiesa del monastero e abbiamo contemplato il retablo dove al centro spicca la statua di san Giuseppe.
Il terzo giorno del nostro pellegrinaggio ci siamo recati a Salamanca, città che ha ospitato fra Giovanni di san Mattia studente. Abbiamo visitato per prima cosa il convento di sant’Andrea dove il Santo risiedeva e nel quale viveva con convinzione il suo motto: «prima religioso e poi studente». Da lì abbiamo raggiunto l’Università dove il Santo studiava e abbiamo percorso le strade che egli, secondo alcuni studiosi, percorreva ogni giorno. In questo percorso ci siamo fermati a contemplare anche l’ingresso della nuova cattedrale e dove, al suonare delle campane che indicavano mezzogiorno, abbiamo recitato l’Angelus di fronte alle sculture della nascita di Gesù e dell’adorazione dei Magi. Proprio sulla facciata della cattedrale nuova abbiamo trovato scolpita, insieme a quella di santa Chiara, anche l’effige di santa Teresa.
Giunti all’Università di Salamanca, padre Diego ci ha presentato l’origine e la storia di quel luogo fermandosi sulla figura di fra Luis de Leon di cui abbiamo visto la statua nel cortile dell’università. Anche noi, come tutti i turisti, abbiamo voluto cercare la “ranita” sul teschio presente sulla facciata dell’Università. La tradizione vuole che gli studenti che non la trovavano non superavano gli esami. Ho però spiegato che la rana è simbolo della lussuria, e che collocata sul teschio era un monito per tutti gli studenti (all’epoca tutti maschi) di non cedere alle tentazioni della lussuria, perché questo li avrebbe portati alla morte. Da lì siamo andati a vedere la casa de las conchas, la plaza Mayor e l’edificio dove Teresa nel 1570 fondò un suo monastero. In quel luogo abbiamo ancora una volta ascoltato il racconto della fondazione teresiana.
una foto di gruppo all’ingresso del monastero dell’Incarnazione. Avila
Nel pomeriggio, lasciata la città universitaria, ci siamo
recati ad Alba de Tormes che dista solo pochi chilometri. Qui è presente un
convento di frati e un altro monastero teresiano. Presso la Chiesa del
monastero abbiamo parlato della notte oscura della Madre Teresa la quale si è
vista anche rifiutata da una sua nipote, allora priora del monastero di
Valladolid, a causa di un’eredità familiare e di come, stanca e malata, Teresa sia
giunta al monastero di Alba e in esso sia morta tra le braccia della sua
infermiera Anna di san Bartolomeo. Abbiamo visitato il museo del monastero e
sostato a lungo in preghiera presso il “tesoro più grande” custodito in esso:
le spoglie della Santa e le reliquie del braccio sinistro e del suo cuore.
Giovedì, giorno 25, abbiamo visitato Medina del Campo, paese
che ha ospitato Giovanni de Yepes dai 9 ai 22 anni; in esso la famiglia Yepes
trova i mezzi di sostentamento e il lavoro. Il piccolo Giovanni riceve la formazione
umanista e letteraria, e soprattutto la sua vocazione al Carmelo. Abbiamo
visitato la Cappella del Cristo dove sorgeva il convento di Sant’Anna e dove
Giovanni divenne frate e in seguito, una volta ordinato sacerdote, cantò la sua
prima messa. Attraversata la plaza Mayor abbiamo visitato la chiesa del
convento dei frati e dopo abbiamo percorso tutta la via Santa Teresa dove
vicino al monastero di S. Maria Maddalena delle monache agostiniane viveva la
piccola famiglia. Nella chiesa di questo monastero il piccolo Giovanni si
dedicava alla pulizia, faceva da chierichetto e svolgeva delle piccole mansioni
per le monache al fine di poter usufruire dei vantaggi del colegio de la
doctrina dove ricevette la sua formazione culturale. Successivamente, sulla
stessa strada, ci siamo fermati al monastero delle Carmelitane, fondato anche
questo dalla Madre Teresa di Gesù.
Lasciato Medina del Campo e consumato velocemente il nostro
pranzo ci siamo recati a Valladolid, paese che ha visto il nostro fra Giovanni
di san Mattia fare il suo secondo noviziato con santa Teresa di Gesù prima di
essere inviato come primo carmelitano a Duruelo. In questa città Giovanni fu
formato dalla Madre Teresa sul modo di vivere delle monache, le loro mortificazioni
e la ricreazione. All’interno del monastero ho risposto alle domande che mi
sono state rivolte da alcuni dei pellegrini sulla vita spirituale facendo
riferimento alla dottrina di san Giovanni della Croce.
Ritornati al CITeS, siamo stati accolti con una sorpresa:
padre Francisco Javier ci ha fatto trovare la
“paella”, piatto tradizionale della Spagna. Dopo quella deliziosa cena abbiamo
fatto un po’ di ricreazione contemplando le mura di Ávila illuminate.
Il giorno successivo ci siamo
recati a Segovia dove abbiamo visitato il convento che ha visto Giovanni della Croce
priore per un triennio durante il quale l’edificio è stato ampliato e
ristrutturato. In quel convento persino le pareti e le rocce sono rivestite del
suo ricordo e della sua devozione la quale «è accresciuta da una piccola grotta
nel giardino in cui il Santo amava raccogliersi a pregare, da una meravigliosa
effigie di Cristo che gli parlò in questa casa e dal santo sepolcro del suo
corpo e delle sue reliquie».
Padre
Salvador, priore del convento e che ci ha accolti con tanto entusiasmo, ci ha
parlato della presenza del Santo come una “presenza polverosa” utilizzando una
metafora di un poeta spagnolo. Nella cappella che ospita il corpo del Santo
abbiamo celebrato l’Eucaristia e dopo abbiamo visitato il piccolo eremo da dove
contemplava il cielo stellato o insegnava ai suoi frati. In questo luogo san
Giovanni si è acquistato la fama di gran esorcista a causa del suo potere sul
maligno. Il caso più famoso è quello di Maria de Olivares Guillamas. Dopo aver
visitato la città ci siamo recati di nuovo ad Avila dove la sera, dopo cena, a
Plaza Mayor abbiamo improvvisato una ricreazione giocando e divertendoci in
piena allegria. Fattosi molto tardi e divertiti per il momento gioioso vissuto
insieme, siamo rientrati al CITES per riposare.
L’ultimo giorno del nostro pellegrinaggio ci siamo recati a Toledo, città molto cara a noi carmelitani perché è stato il luogo della prigionia del Santo. Nel convento dei frati di Toledo, oggi non più presente, è rimasto circa nove mesi, tempo durante il quale le tenebre hanno acceso la grande fiamma della sua poesia spirituale. Primo luogo visitato è stato il monastero di San José dove santa Teresa di Gesù visse come reclusa per essere stata definita dalle autorità ecclesiastiche come disobbediente ed andariega. Quel monastero ha anche accolto san Giovanni della Croce fuggitivo dalla sua prigionia. In esso abbiamo conosciuto anche la storia della beata Maria di Gesù il cui corpo è conservato presso la chiesa ed è visibile ai pellegrini.
Dal monastero ci siamo spostati verso il ponte che passa sul fiume Tago e lì, sotto i resti delle mura del convento carmelitano, abbiamo ricordato la sua fuga. In una poesia, Super flumina, il poeta mistico si è identificato con il popolo di Israele prigioniero, e ha affermato che «lì mi ferì l’amore». Ferito dall’amore di Dio, ha scritto le sue poesie che restano i versi più sublimi della letteratura spagnola. Proprio lì, sentendo il gorgoglio delle acque del fiume, abbiamo ascoltato il testo e la spiegazione di un’altra poesia di san Giovanni della Croce intitolata “La fonte”.
Rientrati al CITeS abbiamo cenato ancora immersi nel silenzio per la meravigliosa esperienza vissuta che ci ha lasciati senza parole e con il cuore pieno di spirito e di stupore. La mattina seguente, sull’autobus che ci ha portati all’aeroporto, abbiamo condiviso la nostra esperienza personale puntando l’attenzione su cosa, di questo pellegrinaggio, avremmo portato con noi, nelle nostre case e nelle nostre comunità.
È stato bello sentire come la gioia ha invaso il cuore dei nostri pellegrini contenti di stare insieme e condividere; felici di pregare, ascoltare e meditare i testi dei nostri santi fondatori; entusiasti di riscoprire l’amore per il Carmelo che ci accomuna e ci fa sentire famiglia che cammina insieme. Per noi è stato bello ascoltare i tanti ringraziamenti rivolti a coloro che hanno pensato, proposto, organizzato e svolto questo pellegrinaggio. Ma il vero ringraziamento va a Dio che ci ha permesso di vivere questa esperienza di cammino insieme e ai presenti che non si sono lasciati sfuggire nessun momento di questi giorni di grazia.
Domenica prossima, XVII del T.O., la Liturgia ci invita ad accogliere i suggerimenti del Vangelo sulla preghiera e a caratterizzare il nostro rapporto con Dio per una semplicità e una fiducia filiale.
Non è semplice per noi uscire dal nostro consueto ruolo di figli viziati che pretendono tutto e subito altrimenti strillano. C’è proprio bisogno di uno sforzo e di una scuola per imparare a superare il nostro egocentrismo e a porci come veri figli di fronte al Padre celeste.
Per questo ci possono aiutare le parole di Dietrich Bonhoeffer poste all’inizio della sua opera “Il libro di preghiera della Bibbia“ :
«Signore, insegnaci a pregare!» (Lc 11,1). Così i discepoli dicevano a Gesù, riconoscendo in tal modo di non saper pregare con le proprie forze. Essi avevano necessità di imparare.
Imparare a pregare:l’espressione ci suona contraddittoria. Infatti ci sembra che il cuore o sarà così traboccante da iniziare da solo a pregare, o non imparerà mai. Ma è un pericoloso errore, oggi in effetti molto diffuso nella cristianità, quello di ritenere che il cuore sia naturalmente portato a pregare.
Scambiamo la preghiera con i desideri, le speranze, i sospiri, i lamenti, la gioia; tutte cose queste che il cuore sa esprimere per suo conto. Ma così scambiamo la terra con il cielo, l’uomo con Dio. Pregare non significa semplicemente dare sfogo al proprio cuore, ma significa procedere nel cammino verso Dio e parlare con lui, sia che il nostro cuore sia traboccante oppure vuoto. Ma per trovare questa strada non bastano le risorse umane ed è necessario Gesù Cristo.
I discepoli vogliono pregare, ma non sanno farlo. Può diventare un grande tormento il voler parlare con Dio senza sapere come, 1’esser costretti al mutismo davanti a lui, il rendersi conto che l’eco di ogni nostra invocazione resta confinata all’interno del nostro io, che il cuore e la bocca parlano una lingua stravolta, cui Dio non vuole prestar ascolto. In questa penosa situazione ricorriamo ad uomini che possono aiutarci, che sappiano qualcosa della preghiera. Se uno che sa pregare ci coinvolgesse, ci consentisse di partecipare alla sua preghiera, ne avremmo un aiuto!
Certamente qui possono aiutarci molto quei cristiani che hanno già percorso molta strada, ma solo per mezzo di colui che deve aiutare anche loro e al quale essi ci indirizzeranno, se sono autentici maestri di preghiera, cioè per mezzo di Gesù Cristo. Se egli ci coinvolge nella sua preghiera, se ci consente di pregare con lui, se ci fa percorrere in sua compagnia il cammino verso Dio e ci insegna a pregare, allora saremo liberati dal tormento dell’impossibilità di pregare. Ed è questo che Gesù Cristo vuole. Vuol pregare con noi, noi partecipiamo alla sua preghiera e perciò possiamo avere la certezza e la gioia che Dio ci presterà ascolto. È corretta la nostra preghiera se tutta la nostra volontà, tutto il nostro cuore fa tutt’uno con la preghiera di Cristo. Solo in Gesù Cristo possiamo pregare, e con lui saremo esauditi anche noi.
Dunque è necessario che impariamo a pregare. Il bambino impara a parlare in quanto il padre gli parla. Impara la lingua del padre. Allo stesso modo impariamo a parlare a Dio, in quanto Dio ci ha parlato e ci parla. Sulla base del linguaggio del Padre celeste i figli imparano a parlare con lui. Nel ripetere le parole stesse di Dio, noi iniziamo a pregarlo. Non dobbiamo parlare a Dio, né egli vuol ascoltare da noi il linguaggio alterato e corrotto del nostro cuore, ma il linguaggio chiaro e puro che Dio ha rivolto a noi in Gesù Cristo.
Il linguaggio di Dio in Gesù Cristo lo incontriamo nella sacra Scrittura.
Se vogliamo pregare nella certezza e nella gioia, dobbiamo porre la parola della Scrittura come solida base della nostra preghiera. Da qui sappiamo che Gesù Cristo, Parola di Dio, ci insegna a pregare. Le parole che vengono da Dio saranno i gradini della scala per giungere a Dio.
Presentazione del Convegno Il Convegno è organizzato per quanti – presbiteri, religiosi e laici – desiderano conoscere e approfondire la spiritualità di San Giovanni della Croce, carmelitano scalzo e Dottore della Chiesa riconosciuto con il titolo di Maestro della fede. Il Convegno ha come obiettivo presentare l’opera intitolata Salita del Monte Carmelo e illustrare il cammino spirituale dell’anima approfondendo alcuni dei temi descritti dal santo spagnolo nella sua opera: libertà e verità, dalle tenebre alla luce, la sequela di Cristo, la fede e la carità, la purificazione e l’unione con Dio.
Programma
1 agosto 2019
Ore 9.00 Accoglienza dei partecipanti Ore 9.30 Lodi mattutine Ore 9.45 Saluto di P. Gaudenzio Gianninoto, P. Commissario dei Carmelitani Scalzi di Sicilia Ore 10.15-11.00 P. Diego Cassata, ocd Meditazione: «La verità vi farà liberi». Dalle ore 11.00 alle 11.30 Break Ore 11.30-12.15 Sig.ra Tina Ciaffaglione (Presidente Comunità ocds Monte Carmelo) “L’autore e l’opera” Ore 12.45 Pranzo
Ore 16.00-16.45 Sig.ra Tina Ciaffaglione “Verità e libertà nel libro della Salita” Dalle ore 16.45 alle 17.15 Break Ore 17.15-18.00 Sig.ra Delizia Amaradio (Presidente Comunità ocds Enna) “La proposta della notte nel libro della Salita” Ore 19.00 Vespri e S. Messa Ore 20.30 Cena Ore 21.30 Ricreazione carmelitana
2 Agosto 2019
Ore 9.30 Lodi mattutine Ore 10.00-10.45 Sig.ra Delizia Amaradio “Vivere in ossequio di Cristo nella Salita” Dalle ore 10.45 alle 11.15 Break Ore 11.15-12.00 Sig. Antonio Cannino (Maestro di formazione Comunità ocds Enna) “La fede è chiamata segreta scala che sale e penetra fino alle profondità di Dio” Ore 12.45 Pranzo
Ore 15.30-16.15 Sig. Antonio Cannino “La fede è come una lucerna che arde in un luogo oscuro” Dalle ore 16.15 alle 16.45 Break Ore 16.45-17.30 P. Paolo Pietra, ocd “Una luce attraversa la tenebra” Dalle ore 17.30 alle 18.00 Break Ore 18.00-18.45 Esperienza di Orazione guidata Ore 19.00 Vespri e S. Messa Ore 20.30 Cena Ore 21.30 S. Rosario con flambeaux
3 Agosto 2019
Ore 9.30 Lodi mattutine Ore 10.00-10.45 P. Paolo Pietra, ocd “È proprio della carità unire l’anima con Dio” Dalle ore 10.45 alle 11.15 Break Ore 11.15-12.00 P. Paolo Pietra, ocd “La purificazione della volontà da parte della carità” Ore 12.45 Pranzo
Ore 15.30-16.15 Sig.ra Tina Ciaffaglione “San Giovanni della Croce, l’artista di Dio” Dalle ore 16.15 alle 16.45 Break Ore 16.45-17.30 Esperienza di Orazione guidata Dalle 17.30-18.00 Break Ore 18.00-18.45 Condivisione e conclusione Ore 19.00 S. Messa presieduta da P. Gaudenzio Gianninoto
Note Organizzative
Quota di partecipazione individuale comprensiva di iscrizione al convegno e soggiorno in convento:
€ 110.00 Iscrizione e sistemazione in camera singola;
€ 100.00 Iscrizione e sistemazione in camera doppia;
€ 10.00 Pranzi extra non residenti;
€ 5.00 Iscrizione non residenti. Comunicare la propria iscrizione entro e non oltre il 20 luglio 2019 Tel.: 0931 959245 Cell.: 338 6513509 Email: frapaolo@carmelosicilia.it
Come raggiungerci La Casa di preghiera Convento Monte Carmelo è situata in località Locomonaco, (già antico nome del luogo) in piena campagna, circondata dai campi e avvolta nel silenzio, tra i comuni di Augusta e Villasmundo, in provincia di Siracusa. È possibile raggiungerci per chi proviene da Catania, Ragusa e Siracusa attraverso la strada statale Catania-Siracusa SS 114: giunti al Km 127 è possibile individuare l’indicazione stradale Monte Carmelo. Per chi proviene da Villasmundo o Augusta attraverso la strada provinciale SP 3 che unisce i due comuni e seguendo l’indicazione stradale Monte Carmelo