«Chi era Gesù?» e altri interrogativi di un bambino ebreo di 9 anni che diventerà un grande scrittore.

Il bambino si chiama Amos Klausner e si trova nel 1949 in una Gerusalemme in stato d’assedio, con alimenti razionati e abitazioni sovraffollate sotto il fuoco implacabile dei cecchini giordani. In questo mondo, in cui vita e morte s’intrecciano più volte al giorno, egli sente discorsi angosciati ma anche di grande speranza che scuotono la sua sensibilità. È però colpito e incuriosito da due donne straniere che inesplicabilmente cercano di rendersi utili senza aspettarsi riconoscenza.

Egli cambierà in seguito il proprio nome – come fecero tanti altri ebrei – e diventerà Amos Oz, uno scrittore di fama mondiale morto l’anno scorso, dichiaratamente agnostico, che ci ha donato pagine stupende come quelle che seguono nelle quali la grande letteratura sposa – senza imbarazzo e senza secondi fini – la memorialistica, con l’agiografia, la catechetica e la pastorale.

(da Amos Oz, Una storia di amore e di tenebre, Milano Feltrinelli, 2018, pp. 449-453).

Capitolo 47.

Due missionarie finlandesi abitavano in un appartamentino in fondo a via Ha Turim, nel quartiere di Mekhor Baruch: Eili Havas e Rauha Moisio. Zia Eili e zia Rauha. Anche quando parlavano della penuria di verdure, le due usavano un ebraico biblico, solenne: l’unico che conoscevano, del resto. Se bussavi alla loro porta per chiedere in belle maniere qualche asse inutile da usare per fare il falò di Lag Baomer, zia Eili diceva con un sorriso timido, porgendoti una vecchia cassetta di legno: «Bagliore di fuoco e di fiamma di notte!». Se venivano da noi a prendere una tazza di tè e far quattro colte chiacchiere mentre io ingaggiavo una battaglia contro il cucchiaio d’olio di merluzzo, zia Rauha commentava: «Tremeranno dinnanzi a me i pesci del mare!».

Ogni tanto tutti e tre [Amos con papà e mamma] andavamo a trovarle nella loro cella monastica che assomigliava piuttosto alla stanza di un modesto collegio femminile del secolo diciannovesimo: due semplici letti in ferro battuto uno di fronte all’altro, ai due lati di un tavolo di legno rettangolare coperto da una tovaglia di cotone celeste, con intorno tre sedie senza imbottitura. Accanto ad ognuno dei due letti gemelli c’era un comodino con sopra una lampada da lettura, un bicchiere d’acqua e qualche libro sacro con la copertina nera. Due identiche paia di pantofole spuntavano da sotto i letti. In mezzo al tavolo c’era immancabilmente un vaso con dei sempreverdi raccolti nei campi vicini. Una figura di Gesù in croce intagliata in legno d’ulivo stava appesa in mezzo alla parete, fra i due letti. Ai piedi dei quali le due avevano dei bauli per il guardaroba fatti di un legno spesso e lucido quale a Gerusalemme non avevo mai visto e che mamma diceva doveva essere quercia: mi invitò a toccarlo e passarci la mano sopra. […]

Durante l’assedio di Gerusalemme le due missionarie non abbandonarono la città: avevano un forte senso del loro impegno. Era come se il Redentore stesso le avesse incaricate di tenere alto il morale degli assediati e soccorrerli amorevolmente nella cura dei feriti in battaglia e sotto i bombardamenti, ricoverati all’ospedale Shaare Tzedek. Erano persuase che, dopo quel che Hitler aveva fatto agli ebrei, ogni cristiano dovesse provare a espiare con i fatti e non con le parole. La nascita dello Stato d’Israele la consideravano come un dito di Dio (zia Rauha diceva nel suo linguaggio biblico e con il suo accento granuloso incline a strane inflessioni: “È come l’arcobaleno nella nuvola dopo il Diluvio”. E zia Eili, con un sorriso minuscolo, non più di una lieve piega della bocca: “Perché il Signore ebbe pietà di tutto quel gran male – più non inferì”).

Fra un cannoneggiamento e l’altro le due si aggiravano per il nostro quartiere con le scarpe alte e un fazzoletto in testa, fra le mani una cesta profonda fatta di grigiastra tela di sacco, dalla quale tiravano fuori, per chiunque si dimostrasse pronto ad accettare, vuoi un barattolo con dei cetrioli in salamoia, vuoi mezze cipolle, un pezzo di sapone, un paio di calze di lana, un cespo di ravanelli quando non un poco di pepe nero. Solo Dio sa come si procurassero quei tesori. Gli [ebrei] ortodossi respingevano con sprezzo i regali delle missionarie, alcuni le cacciavano malamente dalla soglia di casa loro, altri prendevano il dono appena zia Eili e zia Rauha s’erano voltate e sputavano di nascosto sulla terra calpestata dai piedi delle missionarie.

Loro, peraltro, non s’offendevano: avevano sempre pronto qualche versetto profetico consolatorio, che ci suonava bizzarro in quell’accento finnico, suonava un po’ come le loro scarpe alte quando facevano scricchiolare la ghiaia: “Ho protetto questa città per salvarla”. ”E non verrà un nemico ad atterrire alle porte di questa città”. “Quanto sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace”. “Contro di te è salito un distruttore”. E anche: “E non temere, mio servo Giacobbe, oracolo del Signore, perché io sono con te; io faccio lo sterminio di tutte le nazioni fra le quali ti ho disperso…”.

Sovente una di loro si offriva di fare per noi la lunga coda per la distribuzione dell’acqua che arrivava nelle cisterne, solo nei giorni feriali dispari, mezzo secchio a famiglia – sempre che qualche scheggia di bomba non avesse forato le pareti della cisterna prima del suo arrivo alla nostra strada. Una di loro due passava allora fra i loculi del nostro appartamento seminterrato con le finestre sigillate dai sacchi di sabbia e distribuiva agli inquilini provvisoriamente ospitati da noi mezza tavoletta di “vitamine miste” per ciascuno. I bambini però ne ricevevano una intera.

Dove andavano a riempire la loro cesta fatta di tela di sacco grigia? Alcuni dicevano di qua, altri dicevano di là, altri mi mettevano in guardia dall’accettare alcunché da loro, che volevano solo “sfruttare la nostra disgrazia e portare al loro Gesù”.

Un giorno mi feci coraggio e, benché conoscessi la risposta, domandai a zia Eili chi era Gesù. Gli angoli delle sue labbra tremavano appena, mentre mi rispondeva titubante che lui non “era” bensì è, e ama tutti noi, in particolare ama i reietti e i beffati; se avessi riempito il mio cuore di amore, lui sarebbe venuto dentro il mio cuore e mi avrebbe portato sia tormenti sia un’immensa felicità e dai tormenti sarebbe giunta la felicità.

Che strane, piene di contraddizioni, mi parevano queste parole, tanto che sentii il bisogno di rivolgermi a papà. Lui mi prese per mano e mi condusse al materasso sul pavimento della cucina, l’angolo rifugio di zio Yosef, dove chiese all’illustre autore del libro Gesù Nazareno di spiegarmi lì su due piedi chi era Gesù e che cosa aveva fatto: Zio Yosef non si mise né su due piedi né su uno soltanto, anzi rimase riverso, stanco triste e pallido, in un angolo del materasso, la schiena contro il muro fuligginoso e gli occhiali sollevati sulla fronte. La sua risposta era alquanto diversa da quella della zia Eili: per lui Yehoshua-Gesù era un uomo di Nazareth “tra i più grandi di tutta la storia d’Israle, un eccezionale maestro di morale che aveva in uggia gli incirconcisi di cuore, che lottò per restituire al giudaismo la sua schiettezza originaria e strapparlo dalle mani di rabbini cavillosi”.

Non avevo idea di chi fossero gli incirconcisi di cuore e nemmeno i rabbini cavillosi. Non avevo idea di come far combaciare il Gesù dello zio Yosef, quel Gesù che aveva in uggia e lottava per strappare, con il Gesù della zia Eili che non aveva in uggia nessuno non combatteva e non strappava nulla e anzi al contrario amava soprattutto proprio i peccatori e proprio quelli che lo disprezzavano.

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