Vogliamo incominciare il nuovo anno 2020 oltre che con gli immancabili auguri anche con un invito a unirsi alla nostra preghiera rivolta a Maria Madre di Dio e della Chiesa. Lei, dicendo a Dio: “Eccomi, sono la tua serva; si compia in me la tua volontà!”, ha potuto divenire Madre, Figlia e Sposa di Dio.
Abbiamo un estremo bisogno di un tale esempio per saper dire a nostra volta “Eccomi!” quando il Signore si fa vivo nella nostra vita e ci invita a un servizio umile e responsabile in un mondo nel quale sembra trionfare la prevaricazione arrogante e incompetente.
“La Madre” pittore Roberto Ferruzzi
1 – Dante, Paradiso canto XXXIII. Preghiera alla Vergine di S. Bernardo. Ascoltabile cliccando qui
«Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio,
Tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura.
Donna se’ tanto grande e tanto vali, che qual vuol grazia ed a te non ricorre sua disianza vuol volare sanz’ali,
La tua benignità non pur soccorre a chi domanda, ma molte fiate liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate.
2 – “Deus te salvet Maria” (Ave Maria canto tradizionale sardo). L’esecuzione di Maria Carta è ascoltabile cliccando qui.
Il testo qui proposto è offerto da Pietro Spanu (in youtube testo “Deus te salvet Maria”) ed esprime chiaramente il mistero che fa di una giovane donna ebrea la “mama fizza e isposa de su Segnore”
Deus ti salvet Maria chi ses de grazia piena de grazia ses sa ivena ei sa currente… ei sa currente…
Su Deus onnipotente cun tegus est istadu pro chi t’ha preservadu immaculada immaculada.
Beneitta e laudada supra e tottu gloriosa mama, fizza e isposa de su Segnore.
Beneittu su fiore chi es fruttu e su sinu Gesù fiore divinu Segnore nostru.
Pregade lu a fizzu ostru chi tottu sos errores a nois sos peccadores nos perdone.
Meda grazia a nos done in vida e in sa morte e in sa diciosa sorte in paradisu.
Per ogni credente cristiano l’immagine del Bimbo rimanda direttamente al “Verbo fatto carne”, “nato da donna”, quell’Emmanuele che illumina il tempo liturgico di Natale e che trasforma sia l’aspetto dei quartieri sia l’intimità delle famiglie. Ma anche per chi non ha ancora incontrato Gesù e non è rinato alla vita di fede, l’immagine del bimbo ha una suggestione unica che sgretola spesso tanti preconcetti e costringe a misurarsi con la concretezza del reale. Il simbolo del cucciolo d’uomo è uno spiraglio universale che apre sul futuro dell’umanità e che viene difeso con tutte le forze da chiunque non voglia rendersi complice del degrado sempre incombente del senso della vita.
Statuetta del Bambino Gesù venerata a Bethlehem
Molti ricorderanno l’impatto emotivo che scosse l’opinione pubblica nel settembre del 2015 alla vista del piccolo emigrante annegato riverso sulle spiagge turche e che è diventato per un po’ di tempo l’icona del dolore degli innocenti.
Un ricordo più dotto può venire dalla lettura di una novella di Berthold Brecht che ambienta il famoso “giudizio di Salomone” durante le guerre di religione che hanno sconvolto la Germania nel ‘600 raccontando come una giovane domestica durante il saccheggio della casa del suo padrone riesce a salvarne il piccolo. Ella, che non è sicura della propria salvezza né tantomeno la può assicurare ad altri, non sa però staccarsi da questo bimbo che la guarda fiducioso e riuscirà ad affrontare tutte le traversie susseguenti e perfino il giudizio in tribunale, quando la vera madre che era scappata abbandonando suo figlio, se ne ricorda e lo reclama poi quando scopre che egli è l’erede del patrimonio paterno.
Un’ultima annotazione ancora può affiorare dalla cronaca che registra nel 1798 la scoperta in Francia di un ragazzino sopravvissuto nei boschi assieme ai lupi che lo hanno allevato e che con il loro comportamento sembrano domandare all’umanità d’oggi chi sia veramente l’animale più feroce.
Sono tutte piccole tessere di un mosaico più vasto, brandelli di quei “cieli nuovi e terra nuova” prospettati dal profeta Isaia nei quali regna la pace e dove anche un bambino può trastullarsi nel covo dell’aspide.
Sono in fondo per ogni “vero” cristiano flebili echi di quel coro di angeli che tanto tempo fa a Betlemme di Giudea hanno accolto un piccolo neonato chiamato Gesù.
Siamo alle porte del nuovo Anno Liturgico che comincia presentandoci in varie tappe l’inesauribile e affascinante Mistero del “Verbo di Dio che si è fatto Carne”. Segnaliamo una bella iniziativa che permette di ascoltare delle brevi meditazioni per approfondire la Spiritualità Carmelitana nel tempo d’Avvento. Ciò è possibile iscrivendosi gratuitamente cliccando qui.
Pensiamo che tanti di noi non avranno difficoltà a compilare il formulario e non mancheranno d’interesse per approfittare di questa iniziativa esperimentata con soddisfazione già l’anno scorso.
Il primo giorno di Novembre ci soccorre nella fatica di mantenere viva la forza per costruire ogni giorno ponti che qualcuno cerca in ogni modo di far cadere. La nostra speranza vive della certezza che Cristo ha fatto questo prima di noi, e che una folla incalcolabile di fratelli e sorelle l’hanno fatto assieme a Lui e ora godono di una gioia indescrivibile.
Processione dei Santi nei mosaici di S. Apollinare Nuovo a Ravenna(wikimedia.org/w/index.php?curid=21724978 )
La Bibbia ne parla per mezzo di ogni simbolo gioioso a sua disposizione. Le lacrime asciugate, il Canto, la Danza, la Festa, il Pranzo di nozze e molti altri simboli non riescono ad esaurire l’idea che vuole esprimere, ma qualcosa della Beatitudine promessa riscalda il cuore di ogni fedele e nutre la sua attesa di farne parte.
Forse anche noi riusciremo a lasciarci conquistare dalla suggestione di questa speranza, aiutati dalle Liturgie che celebreremo e dalla visione e dall’ascolto di brani come questo di Angelo Branduardi.
:“NULLA TI TURBI, nulla ti spaventi. Tutto passa, solo Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta! Il tuo desiderio sia vedere Dio, il tuo timore, perderlo, il tuo dolore, non possederlo, la tua gioia sia ciò che può portarti verso di lui e vivrai in una grande pace”
“VIVO MA NON VIVO IN ME e attendo una tal vita da morirne se non muoio.
Vivo fuori di me e muoio d’amore perché vivo nel Signore che mi volle tutta sua. Quando gli donai il cuore lui incise la frase muoio se non muoio.
Questa prigione divina, l’amore in cui vivo, ha reso Dio mia preda e libero il mio cuore. Fa nascere in me un tale anelito scoprire Dio mio prigioniero da morirne se non muoio.
E’ lunga questa vita, e lunghi i deserti, il carcere, i ceppi in cui l’anima si trova. Il solo attenderne la dipartita provoca un dolore tanto acuto da morirne se non muoio.
Questa vita è amara se il Signore non vi trova motivo di gioia. Se dolce è l’amore non lo è la lunga attesa. Spicca da me – Dio – questo carico più pesante dell’acciaio: muoio se non muoio.
Vivo solo nell’attesa di morire, perché venendo meno il vivere, è certezza la speranza. Morte, guadagno di vita, non tardare: io ti attendo e muoio se non muoio.
“Battezzati e inviati” è il titolo della lettera scritta per il mese missionario di Ottobre da papa Francesco proprio nel giorno di Pentecoste – quindi con un buon anticipo e in una data molto suggestiva. In essa ha esortato noi cristiani a ravvivare la coscienza della bellezza della nostra fede in modo da testimoniarla con gioia nella nostra vita.
Come il buon samaritano essere Cristo per gli altri, vedere Cristo negli altri.
Nel
suo breve messaggio il papa si rivolge a un certo punto in maniera
molto diretta ai suoi “fratelli e sorelle” cristiani con queste
parole:
«Io sono sempre una missione, tu sei sempre una missione; ogni battezzata e battezzato è una missione. Chi ama si mette in movimento, è spinto fuori da sé stesso, è attratto e attrae, si dona all’altro e tesse relazioni che generano vita. Nessuno è inutile e insignificante per l’amore di Dio. Ciascuno di noi è una missione nel mondo perché frutto dell’amore di Dio. Anche se mio padre e mia madre tradissero l’amore con la menzogna, l’odio e l’infedeltà, Dio non si sottrae mai al dono della vita, destinando ogni suo figlio, da sempre, alla sua vita eterna (cfr Ef 1,3-6)».
Non credo che papa Francesco si dorrà se invece di riportare integralmente il suo testo mi limito ad associarlo a un altro, un po’ più vecchio ma che esprime poeticamente e sinteticamente quanto la lettera “Battezzati e inviati” vuole far capire. Non posso dire chi abbia scritto questa poesia perché l’ho trovata attribuita in maniera poco convincente a diversi autori, ma in fondo, in questo contesto, non è tanto importante conoscerne l’autore quanto lasciarsi coinvolgere dal suo trasparente e fraterno messaggio.
“Cristo non ha mani”
Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani, per fare oggi il suo lavoro.
Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi, per guidare gli uomini sui suoi sentieri.
Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra, per raccontare di sé agli uomini di oggi.
Cristo non ha mezzi, ha soltanto il nostro aiuto, per condurre gli uomini a sé oggi.
Noi siamo l’unica Bibbia, che i popoli leggono ancora, siamo l’ultimo messaggio di Dio, scritto in opere e parole.
Capitello del Duomo di Monreale raffigurante la scena biblica della morte del ricco epulone e di Lazzaro
Nella Liturgia della domenica XVI del Tempo Ordinario la Parola di Dio dà un altro colpo per far penetrare nella nostra coscienza il chiodo della giusta stima della ricchezza. Essa è un bene che deve essere trafficato e condiviso per l’avvento del Regno dei cieli e non deve essere sciupato in maniera egoistica.
Nell’intero Vangelo non ci sono molte esortazioni agli uomini e alle donne perché si amino e formino delle famiglie dato che questo avviene istintivamente anche se poi la vita di famiglia si dimostra tutt’altro che facile.
Ma per la ricchezza l’istinto dell’uomo è attratto da ciò che luccica e da ciò che si tocca come da una calamita irresistibile che solo un forte ideale può vincere e soggiogare. Contadini, artisti, scienziati, sportivi e … credenti si sottopongono a sacrifici e fatiche molto pesanti perché sono persuasi di non perderci e di investire proficuamente una ricchezza concreta ma limitata, in vista di una ricchezza altrettanto concreta ma molto, molto più grande.
Ed è per questo che il Vangelo moltiplica le esortazioni e annuncia che il Regno dei cieli è come un campo nel quale è nascosto un tesoro o come una perla d’ineguagliata bellezza che per essere acquistati richiedono che un uomo accorto non tema di vendere tutto ciò che possiede. Per questo Gesù insegna che un modo importante per far fruttificare ciò di cui si dispone è condividerlo con i poveri, perché così si ha un tesoro in cielo dove i ladri non rubano e la tignola non erode.
Per questo il Figlio di Dio ci avvisa che non si possono servire allo stesso tempo due padroni. Per questo racconta la parabola forse più tremenda del Vangelo nella quale un ricco senza cuore alla fine della vita s’accorge, finalmente ma troppo tardi, del fratello povero che stava fuori della sua porta. L’indifferenza verso la sofferenza altrui lo condanna ormai a una pena senza fine. Le ricchezze avute sono svanite. Un messaggio ai fratelli che sono ancora in vita è inutile, perché se non ascoltano la Legge e i Profeti non ascolteranno nemmeno uno che risorgesse dai morti e perché come dice il proverbio: «Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire!»
A questo proposito i Vangeli
apocrifi citati da Origene hanno un testo che commenta molto bene questo tema:
«In un certo vangelo secondo gli
Ebrei, se uno vuole accettarlo non come un’autorità, ma come una delucidazione
della presente questione, sta scritto: «Un altro ricco gli domandò: “Che cosa
debbo fare per vivere?”. Gli rispose: “Uomo, pratica la Legge e i Profeti”. Gli
rispose: “L’ho fatto!”. Gli disse: “Va’, vendi tutto quanto possiedi,
distribuiscilo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Ma il ricco iniziò a grattarsi
la testa.
Non gli andava! Il Signore gli disse: “Come puoi dire di aver praticato la Legge e i Profeti? Nella Legge sta scritto: Amerai il tuo prossimo come te stesso. E molti tuoi fratelli, figli di Abramo sono coperti di cenci e muoiono di fame, mentre la tua casa è piena di molti beni: non ne esce proprio nulla per quelli!”. E rivolto al suo discepolo Simone, che sedeva presso di lui, disse: “Simone, figlio di Giovanni, è più facile che un cammello entri per la cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli”». (Citato in Luigi Moraldi, Vangeli apocrifi, Casale Monferrato (AL), Piemme 1996, p. 175).
Il bambino si chiama Amos Klausner e si trova nel 1949 in una Gerusalemme in stato d’assedio, con alimenti razionati e abitazioni sovraffollate sotto il fuoco implacabile dei cecchini giordani. In questo mondo, in cui vita e morte s’intrecciano più volte al giorno, egli sente discorsi angosciati ma anche di grande speranza che scuotono la sua sensibilità. È però colpito e incuriosito da due donne straniere che inesplicabilmente cercano di rendersi utili senza aspettarsi riconoscenza.
Egli cambierà in seguito il proprio nome – come fecero tanti altri ebrei – e diventerà Amos Oz, uno scrittore di fama mondiale morto l’anno scorso, dichiaratamente agnostico, che ci ha donato pagine stupende come quelle che seguono nelle quali la grande letteratura sposa – senza imbarazzo e senza secondi fini – la memorialistica, con l’agiografia, la catechetica e la pastorale.
(da Amos Oz, Una storia di amore e di tenebre, Milano Feltrinelli, 2018, pp. 449-453).
Capitolo 47.
Due
missionarie finlandesi abitavano in un appartamentino in fondo a via
Ha Turim, nel quartiere di Mekhor Baruch: Eili Havas e Rauha Moisio.
Zia Eili e zia Rauha. Anche quando parlavano della penuria di
verdure, le due usavano un ebraico biblico, solenne: l’unico che
conoscevano, del resto. Se bussavi alla loro porta per chiedere in
belle maniere qualche asse inutile da usare per fare il falò di Lag
Baomer, zia Eili diceva con un sorriso timido, porgendoti una vecchia
cassetta di legno: «Bagliore di fuoco e di fiamma di notte!». Se
venivano da noi a prendere una tazza di tè e far quattro colte
chiacchiere mentre io ingaggiavo una battaglia contro il cucchiaio
d’olio di merluzzo, zia Rauha commentava: «Tremeranno dinnanzi a
me i pesci del mare!».
Ogni tanto tutti e tre [Amos con papà e mamma] andavamo a trovarle nella loro cella monastica che assomigliava piuttosto alla stanza di un modesto collegio femminile del secolo diciannovesimo: due semplici letti in ferro battuto uno di fronte all’altro, ai due lati di un tavolo di legno rettangolare coperto da una tovaglia di cotone celeste, con intorno tre sedie senza imbottitura. Accanto ad ognuno dei due letti gemelli c’era un comodino con sopra una lampada da lettura, un bicchiere d’acqua e qualche libro sacro con la copertina nera. Due identiche paia di pantofole spuntavano da sotto i letti. In mezzo al tavolo c’era immancabilmente un vaso con dei sempreverdi raccolti nei campi vicini. Una figura di Gesù in croce intagliata in legno d’ulivo stava appesa in mezzo alla parete, fra i due letti. Ai piedi dei quali le due avevano dei bauli per il guardaroba fatti di un legno spesso e lucido quale a Gerusalemme non avevo mai visto e che mamma diceva doveva essere quercia: mi invitò a toccarlo e passarci la mano sopra. […]
Durante
l’assedio di Gerusalemme le due missionarie non abbandonarono la
città: avevano un forte senso del loro impegno. Era come se il
Redentore stesso le avesse incaricate di tenere alto il morale degli
assediati e soccorrerli amorevolmente nella cura dei feriti in
battaglia e sotto i bombardamenti, ricoverati all’ospedale Shaare
Tzedek. Erano persuase che, dopo quel che Hitler aveva fatto agli
ebrei, ogni cristiano dovesse provare a espiare con i fatti e non con
le parole. La nascita dello Stato d’Israele la consideravano come
un dito di Dio (zia Rauha diceva nel suo linguaggio biblico e con il
suo accento granuloso incline a strane inflessioni: “È
come l’arcobaleno nella nuvola dopo il Diluvio”.
E zia Eili, con un sorriso minuscolo, non più di una lieve piega
della bocca: “Perché
il Signore ebbe pietà di tutto quel gran male – più non inferì”).
Fra
un cannoneggiamento e l’altro le due si aggiravano per il nostro
quartiere con le scarpe alte e un fazzoletto in testa, fra le mani
una cesta profonda fatta di grigiastra tela di sacco, dalla quale
tiravano fuori, per chiunque si dimostrasse pronto ad accettare, vuoi
un barattolo con dei cetrioli in salamoia, vuoi mezze cipolle, un
pezzo di sapone, un paio di calze di lana, un cespo di ravanelli
quando non un poco di pepe nero. Solo Dio sa come si procurassero
quei tesori. Gli [ebrei] ortodossi respingevano con sprezzo i regali
delle missionarie, alcuni le cacciavano malamente dalla soglia di
casa loro, altri prendevano il dono appena zia Eili e zia Rauha
s’erano voltate e sputavano di nascosto sulla terra calpestata dai
piedi delle missionarie.
Loro, peraltro, non
s’offendevano: avevano sempre pronto qualche versetto profetico
consolatorio, che ci suonava bizzarro in quell’accento finnico,
suonava un po’ come le loro scarpe alte quando facevano
scricchiolare la ghiaia: “Ho
protetto questa città per salvarla”.
”E
non verrà un nemico ad atterrire alle porte di questa città”.
“Quanto
sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace”.
“Contro
di te è salito un distruttore”.
E anche: “E
non temere, mio servo Giacobbe, oracolo del Signore, perché io sono
con te; io faccio lo sterminio di tutte le nazioni fra le quali ti ho
disperso…”.
Sovente una di loro si offriva di fare per noi la lunga coda per la distribuzione dell’acqua che arrivava nelle cisterne, solo nei giorni feriali dispari, mezzo secchio a famiglia – sempre che qualche scheggia di bomba non avesse forato le pareti della cisterna prima del suo arrivo alla nostra strada. Una di loro due passava allora fra i loculi del nostro appartamento seminterrato con le finestre sigillate dai sacchi di sabbia e distribuiva agli inquilini provvisoriamente ospitati da noi mezza tavoletta di “vitamine miste” per ciascuno. I bambini però ne ricevevano una intera.
Dove andavano a riempire la loro cesta fatta di tela di sacco grigia? Alcuni dicevano di qua, altri dicevano di là, altri mi mettevano in guardia dall’accettare alcunché da loro, che volevano solo “sfruttare la nostra disgrazia e portare al loro Gesù”.
Un giorno mi feci
coraggio e, benché conoscessi la risposta, domandai a zia Eili chi
era Gesù. Gli angoli delle sue labbra tremavano appena, mentre mi
rispondeva titubante che lui non “era” bensì è, e ama tutti
noi, in particolare ama i reietti e i beffati; se avessi riempito il
mio cuore di amore, lui sarebbe venuto dentro il mio cuore e mi
avrebbe portato sia tormenti sia un’immensa felicità e dai
tormenti sarebbe giunta la felicità.
Che strane, piene di
contraddizioni, mi parevano queste parole, tanto che sentii il
bisogno di rivolgermi a papà. Lui mi prese per mano e mi condusse al
materasso sul pavimento della cucina, l’angolo rifugio di zio
Yosef, dove chiese all’illustre autore del libro Gesù
Nazareno di
spiegarmi lì su due piedi chi era Gesù e che cosa aveva fatto: Zio
Yosef non si mise né su due piedi né su uno soltanto, anzi rimase
riverso, stanco triste e pallido, in un angolo del materasso, la
schiena contro il muro fuligginoso e gli occhiali sollevati sulla
fronte. La sua risposta era alquanto diversa da quella della zia
Eili: per lui Yehoshua-Gesù era un uomo di Nazareth “tra i più
grandi di tutta la storia d’Israle, un eccezionale maestro di
morale che aveva in uggia gli incirconcisi di cuore, che lottò per
restituire al giudaismo la sua schiettezza originaria e strapparlo
dalle mani di rabbini cavillosi”.
Non avevo idea di chi
fossero gli incirconcisi di cuore e nemmeno i rabbini cavillosi. Non
avevo idea di come far combaciare il Gesù dello zio Yosef, quel Gesù
che aveva in uggia e lottava per strappare, con il Gesù della zia
Eili che non aveva in uggia nessuno non combatteva e non strappava
nulla e anzi al contrario amava soprattutto proprio i peccatori e
proprio quelli che lo disprezzavano.
Dopo tre giorni di studio su san Giovanni della Croce, la Casa di preghiera Monte Carmelo ha pensato di proporre gli Esercizi Spirituali sulla dottrina del Santo. Essi sono un invito ad un’esperienza di Dio, del suo amore, della sua bellezza. “Chi vive gli Esercizi in modo autentico sperimenta l’attrazione, il fascino di Dio, e ritorna rinnovato, trasfigurato alla vita ordinaria, al ministero, alle relazioni quotidiane, portando con sé il profumo di Cristo”.
Essi sono organizzati per quanti – presbiteri, religiosi e laici – desiderano crescere nella vita spirituale accompagnato da un padre, Giovanni della Croce, riconosciuto nella Chiesa Maestro della fede.
Il relatore è P. Gabriele Morra, OCD, Superiore Maggiore del Commissariato dell’Italia Centrale “San Giuseppe”.