
Ricordo ancora con limpidezza quel giorno benedetto in cui, per l’imposizione delle mani e le parole consacratorie del vescovo Mons. Calogero Peri, la mia vita fu segnata per sempre. Non fu semplicemente una data sul calendario, ma un passaggio definitivo: il Signore mi prese e mi rese suo, in modo irrevocabile. In quell’istante, ciò che avevo intuito da ragazzo divenne realtà viva, concreta, esigente. Fu come attraversare una soglia: da una parte i progetti, dall’altra una chiamata che non lascia più scampo, perché quando Dio chiama davvero, non si torna indietro.
Durante l’omelia, il vescovo pronunciò parole che allora accolsi con commozione, ma che solo col tempo ho imparato a comprendere davvero: “Sii testimone del Signore Risorto, Fra Paolo di Cristo Gesù.” Parole semplici, ma taglienti come una lama. Non erano una formula di circostanza, ma una vera consegna di identità e missione. Il mio nome, unito a quella chiamata, non indicava un ruolo da svolgere, ma una vita da offrire. Perché chi appartiene a Cristo non può più vivere per sé stesso: è chiamato a diventare segno visibile della Sua presenza nel mondo.
A distanza di quattordici anni, posso dire che non erano un invito poetico, ma un comando. Essere testimone non significa parlare di Cristo come di un ricordo lontano, ma vivere come uno che lo ha incontrato davvero. Significa portare nella carne e nelle scelte quotidiane la certezza che Cristo è vivo. E questo, diciamolo chiaramente, costa. Costa fatica, costa solitudine, costa anche incomprensioni. A volte costa perfino la propria reputazione. Ma è l’unica cosa che dà senso al sacerdozio: o sei testimone, oppure sei soltanto un funzionario del sacro.
Col tempo ho capito che quelle parole erano una consegna totale: non mi è stato chiesto di fare qualcosa, ma di essere qualcuno. Testimone, cioè uno che non appartiene più a se stesso. Uno che vive sotto uno sguardo, quello del Risorto, e che non può più permettersi di vivere a metà.
Ringrazio il Signore per il dono immenso del ministero, che non ho meritato e che ogni giorno mi supera. E insieme a Lui, non posso non ringraziare la comunità religiosa che mi ha accolto e formato: il Carmelo di Teresa di Gesù. In essa ho imparato che il sacerdozio non è una funzione, ma una vita consumata nell’amicizia con Cristo. Nel Carmelo ho imparato che tutto nasce e tutto ritorna lì: nell’amicizia personale con il Signore, coltivata nel silenzio, nella fedeltà alla preghiera quotidiana, nell’orazione che scava dentro e non lascia scappatoie. Lì ho capito che pregare non è dire parole, ma stare davanti a Lui come si sta davanti a un amico vero, senza maschere. È questa scuola semplice e severa, tipica del Carmelo, che mi ha insegnato a non cercare Dio nelle cose straordinarie, ma nella fedeltà ordinaria, giorno dopo giorno.
I tanti testimoni incontrati lungo il cammino mi hanno insegnato, più con l’esempio che con le parole, che questa amicizia non è qualcosa di tiepido o superficiale: è un legame forte, radicale, più profondo persino di quello sponsale. È appartenenza totale. E questa appartenenza, nel cuore carmelitano, si nutre di due pilastri che non si possono separare: l’amicizia e la preghiera. Senza preghiera l’amicizia si svuota, senza amicizia la preghiera diventa sterile. È in questo equilibrio esigente che il Carmelo mi ha educato e continua a educarmi. In questa stessa scuola spirituale, san Giovanni della Croce mi ha insegnato che la fede matura passa anche attraverso la notte, dove Dio sembra silenzioso ma in realtà sta purificando l’amore e rendendolo più vero, più spoglio, più libero. Non si tratta di “servire” Cristo, ma di vivere con Lui, in Lui, fino a non distinguere più dove finisce la mia volontà e dove inizia la Sua.
C’è una verità che desidero sia incisa nel mio cuore, senza possibilità di essere cancellata: il sigillo che mi è stato imposto in quel giorno nessuno potrà mai romperlo. Possono cambiare le stagioni, possono venire prove e cadute, possono anche venire uomini a giudicare o a fraintendere, ma ciò che Dio ha fatto resta. E insieme a questa verità, porto un desiderio altrettanto radicale: che mai nessuno possa strapparmi l’abito della Madonna, quello che sento di aver ricevuto come dono e protezione. E questo, se necessario, anche a costo del sangue. Perché ci sono doni che non si difendono con le parole, ma con la vita.
Non sono mancati momenti duri. Ricordo con particolare fatica il tempo in cui fui trasferito da un convento a causa di tensioni con un confratello. “Problematico”, si diceva. Ma la verità è che il problema nasceva dal desiderio di vivere nella verità, senza compromessi. E la verità, quando è presa sul serio, non sempre è comoda. Quella prova mi ha segnato, ma anche purificato. Mi ha insegnato che seguire Cristo significa, a volte, restare soli, essere fraintesi, perfino messi da parte. Ma anche lì ho scoperto una cosa semplice e decisiva: quando tutto vacilla, Cristo resta. E basta.
Oggi guardo indietro e vedo un filo rosso: la fedeltà di Dio, più forte delle mie fragilità. E in questo cammino non sono stato solo. Ringrazio di cuore chi mi ha accompagnato con la preghiera, in modo discreto ma potente: le signorine consacrate, Giuseppina, Cristina, Caterina, e tante altre che hanno sostenuto il mio ministero senza cercare nulla in cambio. La loro fedeltà nascosta è stata spesso più forte delle mie debolezze.
Un pensiero pieno di gratitudine va anche ai sacerdoti ai quali, da bambino, ho confidato per la prima volta la mia vocazione. Tra loro, porto nel cuore p. Arcangelo, che mi ha lasciato per il cielo fissando il suo sguardo nei miei occhi: uno sguardo che ancora oggi mi accompagna e mi richiama alla verità di ciò che sono. Porto nel cuore anche p. Pippo, che ancora oggi con le sue esortazioni mi fa comprendere che essere testimoni di Cristo significa non aver paura di dirgli la verità: che spesso non sai amarlo come vorresti, ma che resti lì, come un amico fedele. Come Paolo, chiedi che ti venga tolta la spina nel fianco… e Lui, puntualmente, la lascia. Non per crudeltà, ma per salvarti.
Infine, grazie a tutti i Carmelitani con cui ho condiviso il pane, la preghiera, le gioie e le ferite. Insieme abbiamo cercato, e continuiamo a cercare, il volto di Dio, senza scorciatoie.
Se oggi posso dire qualcosa di vero, è questo: il Signore mantiene le sue promesse. Ma le mantiene a modo suo, non al nostro. E vale la pena fidarsi. Sempre.