• I Magi sono venuti dall’Oriente a Gerusalemme seguendo una stella. Essi sono per noi un modello nella ricerca del Signore. Si sono scomodati, e non poco, per cercare Gesù. Hanno capito che la stella che avevano osservato era un segno della nascita del re d’Israele. Per i Magi questa ricerca non è facile, alla sequela di una stella giungono a Gerusalemme, ma non hanno indicazioni precise. E giunti a Gerusalemme si recano dalle autorità, pensando di ricevere maggiori informazioni. Ma la loro domanda «Dov’è il re dei giudei che è nato?» suscita turbamento in tutta la città. Il re si informa dai sommi sacerdoti e dagli scribi sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli esperti della Scrittura che conoscono la profezia di Michea rispondono: «a Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele”». Occorre ricordare che Erode non era un giudeo particolarmente scrupoloso e suo padre Antipatro era un Idumeo convertitosi al giudaismo per motivi opportunistici.

    Egli sapeva che il sovrano cercato dai Magi era il Messia promesso a Israele. Egli aveva tutti i buoni motivi per essere turbato perché questa volta a pretendere il trono non era una persona qualunque; per tale motivo deciderà di uccidere tutti i bambini di età inferiore a due anni. I Magi conosciute le Scritture si dirigono a Betlemme e visto il Bambino lo adorano provandone grande gioia e offrono doni speciali: oro, incenso e mirra. La storia dei Magi ha sempre colpito la pietà popolare. Sono diventati “re”, su suggerimento di Is 60,3 e del sal 72,10 ss., il loro numero nella nostra tradizione è diventato “tre”, secondo i doni che offrirono. Rappresentano Sem, Cam e Jafet, i figli di Noè, tutta l’umanità, primizia della Chiesa.

    Le loro reliquie si trovano o Köln in Germania.

    Molti artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti della salvezza, presentandoli nella perfezione della bellezza. Uno di questi è stato il Maestro dei Mesi di Ferrara che nella Lunetta del portale di “San Mercuriale” ha voluto scolpire “L’adorazione dei Magi e il sogno” nel XIII secolo. È un capolavoro d’arte romanica collocato nella lunetta che sovrasta il portale maggiore del Duomo di Forlì. La lunetta forlivese racconta l’adorazione dei Magi (a destra) e il sogno tramite il quale gli stessi vengono invitati a trovare una nuova strada nel ritorno per non incontrare Erode (a sinistra). 

    Nell’Adorazione, il primo dei Magi si sta togliendo la corona, il secondo l’ha appena tolta e il terzo s’inginocchia al cospetto del Bambino e della Madonna in trono: l’unica alla quale è concessa la corona indossata. L’artista simbolizza la sottomissione appendendo ad una mensola del muro il mantello e la corona di cui si è spogliato il devoto prima d’inginocchiarsi. Gesù, Signore del mondo, è vestito come un imperatore. All’estremità destra è posto Giuseppe appoggiato a un bastone, rivestito di una tunica finemente scolpita. Il sogno è rappresentato dall’angelo – del quale un’ala esce dalla lunetta – che parla ai Magi mentre dormono sotto le coperte. Dormono ma ascoltano. Il Maestro dei Mesi li rappresenta infatti con la mano portata all’orecchio.

    Edith Stein, Carmelitana Scalza, ha lasciato tre scritti che meditano sull’epifania: Vita nascosta ed Epifania (1940), I Re Magi (1941) e I tre Re (1942). Sono piccoli scritti che Edith Stein ha composto per obbedienza alla Madre Priora, la quale le chiedeva di prestare la sua capacità di scrittrice spirituale per esprimere qualche pensiero che aiutasse tutte le sorelle ad entrare nel clima liturgico. La stessa Priora poi avrebbe letto e comunicato il testo preparato. Il Carmelo di Colonia conosceva l’uso di rinnovare i voti nella solennità dell’Epifania, esemplando il proprio dono su quello dei Re Magi. Molti monasteri mantengono questa tradizione. Le intuizioni di Edith Stein superano sempre la ritualità e conducono a percepire lo strato più profondo del mistero che avvolge.

    Il Reliquiario dei Re magi a Colonia

    Il testo che propongo in questa riflessione è Vita nascosta ed Epifania, il quale non è datato né firmato dall’autrice. Tuttavia gli editori con sicurezza lo collocano nel 1940. Lo svolgersi della riflessione trasuda pace e sicurezza, mentre in filigrana è presente la tragedia della guerra che sconvolge tutto il mondo e l’incombere del nazionalsocialismo.

    Nel breve testo si possono sottolineare alcune traiettorie:

    • Le tenebre del frangente storico vengono illuminate dallo Spirito;
    • Come Egli operò silenziosamente nelle anime dei patriarchi, così nel tempo presente opera nelle anime unite a Dio;
    • Dal buio più tenebroso emergono le svolte decisive affidate ad anime che, nel tempo e nella storia rimangono ignote;
    • La Chiesa invisibile esiste ed agisce;
    • Dinanzi alla mangiatoia ritroviamo la Chiesa formata “dai Giudei e dai pagani»;
    • La Madre di Dio è la mediatrice di ogni grazia;
    • Il Carmelo si riconosce nella sua vocazione più profonda.

    Presento il testo per intero:

    «Quando nei bui giorni di dicembre si accende la dolce luce dell’Avvento – una luce misteriosa in un buio misterioso – allora si risveglia in noi il pensiero consolante che la luce divina, lo Spirito Santo, non ha mai smesso di penetrare illuminando nelle tenebre del mondo caduto. Egli è rimasto fedele alla sua creazione, malgrado tutta l’infedeltà delle creature. Quando però le tenebre non vogliono lasciarsi trapassare dalla luce celeste, si trovano pur sempre alcuni luoghi accoglienti dove possa risplendere.

    Un raggio di questa luce pulsò nel cuore dei progenitori già nel momento del giudizio che sopravvenne loro. Un raggio illuminante, che risveglia nella loro conoscenza la colpa; un raggio incendiante che può bruciarla in un intenso dolore di pentimento, che purifica e monda, che rende accoglienti alla dolce luce della stella della speranza, che si irraggia per loro nelle parole della promessa del Proto-Vangelo.

    Come i cuori dei primi uomini, così i cuori degli uomini sempre di nuovo nello scorrere del tempo sono stati colpiti dal raggio divino. Nascosto per il mondo, il raggio li illumina e li rende radiosi, fa diventare la materia dura, incrostata e deforme di questi cuori, plasmabile e la forma con delicata mano d’artista in una nuova immagine di Dio. non è visto da nessun occhio umano, ma saranno e sono formate così le pietre vive e inserite in una Chiesa però cresce nuova e visibile in opere e rivelazioni di Dio sempre nuove e illuminanti molto in là, sempre nuove epifanie. La silente opera dello Spirito santo nel più profondo dell’anima ha reso i patriarchi amici di Dio. poiché erano ben lontani dal lasciarsi usare come strumenti docili, egli li pose in una realtà esternamente visibile, quali portatori di uno sviluppo storico e suscitò da loro un popolo eletto. Così, anche Mosè, fu dapprima formato nel silenzio e poi mandato come guida e legislatore.

    Non chiunque Dio usa come strumento deve essere immaginato in questo modo. Vi possono essere anche persone che, a loro insaputa o perfino contro la loro volontà, servono Dio come strumenti; talvolta non appartengono alla Chiesa né esternamente né interiormente. Esse vengono inserite come il martello o lo scalpello dell’artista, o come il coltello con cui il vendemmiatore taglia il ramo di vite.

    In coloro che appartengono alla Chiesa, l’appartenenza esterna può precedere cronologicamente, ma anche realmente, quella interiore, e perciò essere significativa (quando qualcuno viene battezzato senza fede e poi, dalle realtà della vita esterna della Chiesa, giunge alla fede). L’ultima configurazione è la vita interiore; l’immagine procede dall’interno verso l’esterno. Quanto più profondamente l’anima è unita a Dio, tanto più incessantemente si abbandona alla grazia, tanto più incessantemente si abbandona alla grazia, tanto più forte allora sarà il suo influsso sulla configurazione della Chiesa. Viceversa: quanto più tempo è immersa nella notte del peccato e della lontananza da Dio, tanto più ha bisogno di anime legate a Dio. per questo Dio non le lascia mancare. Dalle notti più profonde emergono i più grandi profeti e le più grandi figure di santi. Per la maggioranza però, la corrente della vita mistica rimane invisibile. Certamente le svolte decisive nella storia del mondo vengono essenzialmente «con-decise» dalle anime che dobbiamo ringraziare per le svolte decisive nella nostra vita personale, lo sperimenteremo per la prima volta solo in quel giorno in cui tutto quanto è nascosto verrà svelato.

    Le anime nascoste infatti non vivono separate, ma in coesione vivente e collocate in grande ordine divino, parliamo infatti di una Chiesa invisibile. Il suo influsso e la sua coesione può rimanere nascosta per tutto il corso della vita terrena a loro stesse e a gli altri. È anche possibile però che qualche cosa sia visibile nell’ordinamento esterno. Così avviene per le persone e gli eventi intrecciati nel mistero dell’Incarnazione. Maria e Giuseppe, Zaccaria ed Elisabetta, i pastori e i re, Simeone e Anna, tutti hanno avuto una vita solitaria con Dio precedentemente e furono preparati per questo particolare compito, prima che si trovassero insieme in quei meravigliosi incontri, e compresero il cammino percorso fino ad allora, guardando retrospettivamente come meta a questo alto punto. Nei cantici di lode tramandati si esprime la loro adorazione dinanzi alle grandi opere divine.

    Negli uomini raccolti intorno alla mangiatoia, consideriamo un’immagine di Chiesa e del suo sviluppo. I rappresentanti dell’antica stirpe regale, cui era stato promesso il salvatore, e i rappresentanti del popolo credente palesano il legame fra l’Antico e il Nuovo Testamento. I re provenienti dalle lontane terre d’Oriente rinviano ai popoli pagani, per i quali da Giuda sarebbe venuta la salvezza. Così qui sta “la Chiesa dai Giudei e dai pagani”. I Re si trovano alla mangiatoia quali rappresentanti di coloro che cercano da ogni terra e da ogni popolo. La grazia ve li ha condotti, prima che appartenessero alla Chiesa visibile. In loro vive un puro desiderio di verità, che non si arresta dinanzi ai confini della dottrina e della tradizione patria. Perché Dio è verità e perché Egli si lascia trovare da coloro che lo cercano con tutto il cuore, in queste esistenze, prima o poi, doveva risplendere la stella, che avrebbe indicato loro il cammino alla Verità.

    Ora si trovano dinanzi alla Verità incarnata, immersi ed inchinati nell’adorazione e lasciano le loro corone ai piedi, perché tutti i tesori del mondo a suo paragone non sono che un poco di polvere.

    Anche per noi i Re hanno un significato particolare, per noi che apparteniamo già alla Chiesa esterna, sollecitano infatti un interiore stimolo al di fuori della cerchia delle ottiche usuali e delle abitudini. Conosciamo Dio, ma sentiamo, che Egli vuole essere cercato e trovato da noi in un modo nuovo.

    Perciò, vogliamo alzarci a cercare la stella che ci indichi il giusto cammino. Ed essa ci guida nella grazia della chiamata: la seguiamo e troviamo il divino bambinello. Egli stende le mani ai nostri doni: il puro oro di un cuore distaccato da ogni bene terreno; la mirra della rinuncia a ogni felicità terrena di questo mondo per scambiarla con la partecipazione alla vita e alla Passione di Gesù; l’incenso di una volontà sempre direttamente tesa, che si dona per perdersi nella divina volontà. Per questi doni il divino Bambino ci donò se stesso.

    Questo mirabile scambio però non avvenne solo una volta. Colma tutta la nostra vita. A questa festosa ora della consegna nunziale segue la vita quotidiana nell’Ordine. Dobbiamo “ritornare nella nostra terra” ma “per un altro cammino”: guidati da una nuova luce, che fu irraggiata su noi in luoghi solenni.

    La nuova luce ci incita a cercare di nuovo. “Dio si fa cercare”, dice sant’Agostino, “per lasciarsi trovare. Si lascia trovare per venire cercato di nuovo”. Epifania: avviene dopo ogni grande ora di grazia, quando per la prima volta incominciamo ad afferrare la nostra chiamata. Perciò vi corrisponde anche un interiore bisogno di rinnovare sempre nuovamente i nostri voti. C’è un profondo significato per cui lo facciamo nella festa dei tre santi Magi, il cui viaggio e riconoscimento è per noi immagine simbolica della nostra vita. Ad ogni autentica rinnovazione dei voti compiuta di cuore, risponde il divino Bambino con una nuova accettazione, una più profonda unione, e significa un nuovo nascosto operare della grazia nella nostra anima. Forse si esprime in una epifania, in un rendersi visibile dell’operare divino nel nostro comportamento ed operare esterno, che l’ambiente circostante percepisce. Forse, porta anche frutti mentre la persona non vede da quale nascosta fonte le sgorghi la linfa di vita.

    Oggi viviamo di nuovo in un tempo in cui il rinnovamento può sprigionarsi dalle sorgenti delle anime unite a Dio. Anche molte persone affidano la lor ultima speranza a queste  sorgenti nascoste di salvezza.

    È un severo monito: consegna senza ritorno, al Signore che ci ha chiamate, di quanto Egli da noi desidera, perché il volto della terra possa rinnovarsi. In fiducia credente dobbiamo consegnare la nostra anima alla protezione dello Spirito Santo. Non è necessario che sperimentiamo l’epifania della nostra vita. Dobbiamo vivere nella certezza della fede che, quanto lo Spirito di Dio opera nascostamente in noi porta i suoi frutti nel regno di Dio. Lo contempleremo nell’eternità.

    Così, vogliamo portare i nostri doni a Dio: li deponiamo nelle mani della Madre di Dio; questo primo sabato è particolarmente dedicato al suo onore, e nulla può portare gioia più grande al suo purissimo Cuore della consegna sempre più profonda a Dio, al Cuore divino. Certamente, il Bambino nella mangiatoia non riceverà nessun ringraziamento più gradito di quello di un santo prete e di un operare sacerdotale ricco di benedizione – il ringraziamento che l’odierno sabato dei preti da noi richiede e che la nostra Santa Madre ha posto nel cuore così insistentemente come parte essenziale della nostra chiamata carmelitana» (Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein], Vita nascosta ed Epifania, in Id., Nel Castello dell’anima. Pagine spirituali, a cura di C. Dobner, Roma 2004, 424-429) .

    Completiamo questo excursus di grande opere citando un’altro piccolo scritto composto in dialetto siciliano da una Carmelitana Scalza del Monastero Madonna di Fatima (Ct) per una ricreazione che racconta il momento della fuga:

    «Giuseppe scappava cu’ Gesù e Maria, e ‘u sceccu arragghiava currennu pa’ via.

    Giuseppe scantatu la brigghia tirava e ‘u sceccu cuntentu ‘cchiù forti arragghiava!

    Contentu era ‘u sceccu di n’ coddu purtari la Matri e lu Figghiu vinuti a salvari.

    “Sta zittu me’ sceccu! nun’ fari ssu dannu… Nun’ fari capiri chi stamu scappannu!”

    Ma ‘u sceccu currennu ‘cchiu forti arragghiava ‘e san Giuseppuzzu la brigghia tirava.

    “Oh sceccu tistardu! Gesù com’a ‘affari? su sentunu i sbirri ti vennu a’ cchiappari!”

    La Matri rirennu, a Giuseppi taliava strincennu lu Figghiu chi già appisulava.

    “Giuseppi sta quietu! ‘cca i sbirri un’ ci su’, e ‘u sceccu arragghiammu, annacca a Gesù”»

  • Madre, Figlia e Sposa

    Vogliamo incominciare il nuovo anno 2020 oltre che con gli immancabili auguri anche con un invito a unirsi alla nostra preghiera rivolta a Maria Madre di Dio e della Chiesa. Lei, dicendo a Dio: “Eccomi, sono la tua serva; si compia in me la tua volontà!”, ha potuto divenire Madre, Figlia e Sposa di Dio.

    Abbiamo un estremo bisogno di un tale esempio per saper dire a nostra volta “Eccomi!” quando il Signore si fa vivo nella nostra vita e ci invita a un servizio umile e responsabile in un mondo nel quale sembra trionfare la prevaricazione arrogante e incompetente.

    “La Madre” pittore Roberto Ferruzzi

    1 – Dante, Paradiso canto XXXIII. Preghiera alla Vergine di S. Bernardo. Ascoltabile cliccando qui

    «Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
    umile e alta più che creatura,
    termine fisso d’eterno consiglio,

    Tu se’ colei che l’umana natura
    nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
    non disdegnò di farsi sua fattura.

    Donna se’ tanto grande e tanto vali,
    che qual vuol grazia ed a te non ricorre
    sua disianza vuol volare sanz’ali,

    La tua benignità non pur soccorre
    a chi domanda, ma molte fiate
    liberamente al dimandar precorre.

    In te misericordia, in te pietate,
    in te magnificenza, in te s’aduna
    quantunque in creatura è di bontate.

    2 – “Deus te salvet Maria” (Ave Maria canto tradizionale sardo). L’esecuzione di Maria Carta è ascoltabile cliccando qui.

    Il testo qui proposto è offerto da Pietro Spanu (in youtube testo “Deus te salvet Maria”) ed esprime chiaramente il mistero che fa di una giovane donna ebrea la “mama fizza e isposa de su Segnore”

    Deus ti salvet Maria
    chi ses de grazia piena
    de grazia ses sa ivena
    ei sa currente…
    ei sa currente…

    Su Deus onnipotente
    cun tegus est istadu
    pro chi t’ha preservadu
    immaculada
    immaculada.

    Beneitta e laudada
    supra e tottu gloriosa
    mama, fizza e isposa
    de su Segnore.

    Beneittu su fiore
    chi es fruttu e su sinu
    Gesù fiore divinu
    Segnore nostru.

    Pregade lu a fizzu ostru
    chi tottu sos errores
    a nois sos peccadores
    nos perdone.

    Meda grazia a nos done
    in vida e in sa morte
    e in sa diciosa sorte
    in paradisu.

  • Per ogni credente cristiano l’immagine del Bimbo rimanda direttamente al “Verbo fatto carne”, “nato da donna”, quell’Emmanuele che illumina il tempo liturgico di Natale e che trasforma sia l’aspetto dei quartieri sia l’intimità delle famiglie. Ma anche per chi non ha ancora incontrato Gesù e non è rinato alla vita di fede, l’immagine del bimbo ha una suggestione unica che sgretola spesso tanti preconcetti e costringe a misurarsi con la concretezza del reale. Il simbolo del cucciolo d’uomo è uno spiraglio universale che apre sul futuro dell’umanità e che viene difeso con tutte le forze da chiunque non voglia rendersi complice del degrado sempre incombente del senso della vita.

    Statuetta del Bambino Gesù venerata a Bethlehem

    Molti ricorderanno l’impatto emotivo che scosse l’opinione pubblica nel settembre del 2015 alla vista del piccolo emigrante annegato riverso sulle spiagge turche e che è diventato per un po’ di tempo l’icona del dolore degli innocenti.

    Un ricordo più dotto può venire dalla lettura di una novella di Berthold Brecht che ambienta il famoso “giudizio di Salomone” durante le guerre di religione che hanno sconvolto la Germania nel ‘600 raccontando come una giovane domestica durante il saccheggio della casa del suo padrone riesce a salvarne il piccolo. Ella, che non è sicura della propria salvezza né tantomeno la può assicurare ad altri, non sa però staccarsi da questo bimbo che la guarda fiducioso e riuscirà ad affrontare tutte le traversie susseguenti e perfino il giudizio in tribunale, quando la vera madre che era scappata abbandonando suo figlio, se ne ricorda e lo reclama poi quando scopre che egli è l’erede del patrimonio paterno.

    Un’ultima annotazione ancora può affiorare dalla cronaca che registra nel 1798 la scoperta in Francia di un ragazzino sopravvissuto nei boschi assieme ai lupi che lo hanno allevato e che con il loro comportamento sembrano domandare all’umanità d’oggi chi sia veramente l’animale più feroce.

    Sono tutte piccole tessere di un mosaico più vasto, brandelli di quei “cieli nuovi e terra nuova” prospettati dal profeta Isaia nei quali regna la pace e dove anche un bambino può trastullarsi nel covo dell’aspide.

    Sono in fondo per ogni “vero” cristiano flebili echi di quel coro di angeli che tanto tempo fa a Betlemme di Giudea hanno accolto un piccolo neonato chiamato Gesù.

  • Siamo alle porte del nuovo Anno Liturgico che comincia presentandoci in varie tappe l’inesauribile e affascinante Mistero del “Verbo di Dio che si è fatto Carne”. Segnaliamo una bella iniziativa che permette di ascoltare delle brevi meditazioni per approfondire la Spiritualità Carmelitana nel tempo d’Avvento. Ciò è possibile iscrivendosi gratuitamente cliccando qui.

    Pensiamo che tanti di noi non avranno difficoltà a compilare il formulario e non mancheranno d’interesse per approfittare di questa iniziativa esperimentata con soddisfazione già l’anno scorso.

  • Il primo giorno di Novembre ci soccorre nella fatica di mantenere viva la forza per costruire ogni giorno ponti che qualcuno cerca in ogni modo di far cadere. La nostra speranza vive della certezza che Cristo ha fatto questo prima di noi, e che una folla incalcolabile di fratelli e sorelle l’hanno fatto assieme a Lui e ora godono di una gioia indescrivibile.

    Processione dei Santi nei mosaici di S. Apollinare Nuovo a Ravenna (wikimedia.org/w/index.php?curid=21724978 )

    La Bibbia ne parla per mezzo di ogni simbolo gioioso a sua disposizione. Le lacrime asciugate, il Canto, la Danza, la Festa, il Pranzo di nozze e molti altri simboli non riescono ad esaurire l’idea che vuole esprimere, ma qualcosa della Beatitudine promessa riscalda il cuore di ogni fedele e nutre la sua attesa di farne parte.

    Forse anche noi riusciremo a lasciarci conquistare dalla suggestione di questa speranza, aiutati dalle Liturgie che celebreremo e dalla visione e dall’ascolto di brani come questo di Angelo Branduardi.

  • Per meditare due sue poesie

    :“NULLA TI TURBI,
    nulla ti spaventi.
    Tutto passa,
    solo Dio non cambia.
    La pazienza ottiene tutto.
    Chi ha Dio
    non manca di nulla:
    solo Dio basta!
    Il tuo desiderio sia vedere Dio,
    il tuo timore, perderlo,
    il tuo dolore, non possederlo,
    la tua gioia sia ciò che può portarti verso di lui
    e vivrai in una grande pace”

    “VIVO MA NON VIVO IN ME
    e attendo una tal vita
    da morirne se non muoio.

    Vivo fuori di me
    e muoio d’amore
    perché vivo nel Signore
    che mi volle tutta sua.
    Quando gli donai il cuore
    lui incise la frase
    muoio se non muoio.

    Questa prigione divina,
    l’amore in cui vivo,
    ha reso Dio mia preda
    e libero il mio cuore.
    Fa nascere in me un tale anelito
    scoprire Dio mio prigioniero
    da morirne se non muoio.

    E’ lunga questa vita,
    e lunghi i deserti,
    il carcere, i ceppi
    in cui l’anima si trova.
    Il solo attenderne la dipartita
    provoca un dolore tanto acuto
    da morirne se non muoio.

    Questa vita è amara
    se il Signore non vi trova
    motivo di gioia.
    Se dolce è l’amore
    non lo è la lunga attesa.
    Spicca da me – Dio – questo carico
    più pesante dell’acciaio:
    muoio se non muoio.

    Vivo solo nell’attesa
    di morire,
    perché venendo meno il vivere,
    è certezza la speranza.
    Morte, guadagno di vita,
    non tardare: io ti attendo e
    muoio se non muoio.

    Chi vuole approfondire può anche apprezzare la musica che le accompagna o altri suoi testi

  • Battezzati e inviati” è il titolo della lettera scritta per il mese missionario di Ottobre da papa Francesco proprio nel giorno di Pentecoste – quindi con un buon anticipo e in una data molto suggestiva. In essa ha esortato noi cristiani a ravvivare la coscienza della bellezza della nostra fede in modo da testimoniarla con gioia nella nostra vita.

    Come il buon samaritano essere Cristo per gli altri, vedere Cristo negli altri.

    Nel suo breve messaggio il papa si rivolge a un certo punto in maniera molto diretta ai suoi “fratelli e sorelle” cristiani con queste parole:

    «Io sono sempre una missione, tu sei sempre una missione; ogni battezzata e battezzato è una missione. Chi ama si mette in movimento, è spinto fuori da sé stesso, è attratto e attrae, si dona all’altro e tesse relazioni che generano vita. Nessuno è inutile e insignificante per l’amore di Dio. Ciascuno di noi è una missione nel mondo perché frutto dell’amore di Dio. Anche se mio padre e mia madre tradissero l’amore con la menzogna, l’odio e l’infedeltà, Dio non si sottrae mai al dono della vita, destinando ogni suo figlio, da sempre, alla sua vita eterna (cfr Ef 1,3-6)».

    Non credo che papa Francesco si dorrà se invece di riportare integralmente il suo testo mi limito ad associarlo a un altro, un po’ più vecchio ma che esprime poeticamente e sinteticamente quanto la lettera “Battezzati e inviati” vuole far capire. Non posso dire chi abbia scritto questa poesia perché l’ho trovata attribuita in maniera poco convincente a diversi autori, ma in fondo, in questo contesto, non è tanto importante conoscerne l’autore quanto lasciarsi coinvolgere dal suo trasparente e fraterno messaggio.

    “Cristo non ha mani”

    Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani, per fare oggi il suo lavoro.

    Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi, per guidare gli uomini sui suoi sentieri.

    Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra, per raccontare di sé agli uomini di oggi.

    Cristo non ha mezzi, ha soltanto il nostro aiuto, per condurre gli uomini a sé oggi.

    Noi siamo l’unica Bibbia, che i popoli leggono ancora, siamo l’ultimo messaggio di Dio, scritto in opere e parole.

  • Capitello del Duomo di Monreale raffigurante la scena biblica della morte del ricco epulone e di Lazzaro

    Nella Liturgia della domenica XVI del Tempo Ordinario la Parola di Dio dà un altro colpo per far penetrare nella nostra coscienza il chiodo della giusta stima della ricchezza. Essa è un bene che deve essere trafficato e condiviso per l’avvento del Regno dei cieli e non deve essere sciupato in maniera egoistica.

    Nell’intero Vangelo non ci sono molte esortazioni agli uomini e alle donne perché si amino e formino delle famiglie dato che questo avviene istintivamente anche se poi la vita di famiglia si dimostra tutt’altro che facile.

    Ma per la ricchezza l’istinto dell’uomo è attratto da ciò che luccica e da ciò che si tocca come da una calamita irresistibile che solo un forte ideale può vincere e soggiogare. Contadini, artisti, scienziati, sportivi e … credenti si sottopongono a sacrifici e fatiche molto pesanti perché sono persuasi di non perderci e di investire proficuamente una ricchezza concreta ma limitata, in vista di una ricchezza altrettanto concreta ma molto, molto più grande.

    Ed è per questo che il Vangelo moltiplica le esortazioni e annuncia che il Regno dei cieli è come un campo nel quale è nascosto un tesoro o come una perla d’ineguagliata bellezza che per essere acquistati richiedono che un uomo accorto non tema di vendere tutto ciò che possiede. Per questo Gesù insegna che un modo importante per far fruttificare ciò di cui si dispone è condividerlo con i poveri, perché così si ha un tesoro in cielo dove i ladri non rubano e la tignola non erode.

    Per questo il Figlio di Dio ci avvisa che non si possono servire allo stesso tempo due padroni. Per questo racconta la parabola forse più tremenda del Vangelo nella quale un ricco senza cuore alla fine della vita s’accorge, finalmente ma troppo tardi, del fratello povero che stava fuori della sua porta. L’indifferenza verso la sofferenza altrui lo condanna ormai a una pena senza fine. Le ricchezze avute sono svanite. Un messaggio ai fratelli che sono ancora in vita è inutile, perché se non  ascoltano la Legge e i Profeti non ascolteranno nemmeno uno che risorgesse dai morti e perché come dice il proverbio: «Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire!»

    A questo proposito i Vangeli apocrifi citati da Origene hanno un testo che commenta molto bene questo tema:

    «In un certo vangelo secondo gli Ebrei, se uno vuole accettarlo non come un’autorità, ma come una delucidazione della presente questione, sta scritto: «Un altro ricco gli domandò: “Che cosa debbo fare per vivere?”. Gli rispose: “Uomo, pratica la Legge e i Profeti”. Gli rispose: “L’ho fatto!”. Gli disse: “Va’, vendi tutto quanto possiedi, distribuiscilo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Ma il ricco iniziò a grattarsi la testa.

    Non gli andava! Il Signore gli disse: “Come puoi dire di aver praticato la Legge e i Profeti? Nella Legge sta scritto: Amerai il tuo prossimo come te stesso. E molti tuoi fratelli, figli di Abramo sono coperti di cenci e muoiono di fame, mentre la tua casa è piena di molti beni: non ne esce proprio nulla per quelli!”. E rivolto al suo discepolo Simone, che sedeva presso di lui, disse: “Simone, figlio di Giovanni, è più facile che un cammello entri per la cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli”». (Citato in Luigi Moraldi, Vangeli apocrifi, Casale Monferrato (AL), Piemme 1996, p. 175).

  • Il bambino si chiama Amos Klausner e si trova nel 1949 in una Gerusalemme in stato d’assedio, con alimenti razionati e abitazioni sovraffollate sotto il fuoco implacabile dei cecchini giordani. In questo mondo, in cui vita e morte s’intrecciano più volte al giorno, egli sente discorsi angosciati ma anche di grande speranza che scuotono la sua sensibilità. È però colpito e incuriosito da due donne straniere che inesplicabilmente cercano di rendersi utili senza aspettarsi riconoscenza.

    Egli cambierà in seguito il proprio nome – come fecero tanti altri ebrei – e diventerà Amos Oz, uno scrittore di fama mondiale morto l’anno scorso, dichiaratamente agnostico, che ci ha donato pagine stupende come quelle che seguono nelle quali la grande letteratura sposa – senza imbarazzo e senza secondi fini – la memorialistica, con l’agiografia, la catechetica e la pastorale.

    (da Amos Oz, Una storia di amore e di tenebre, Milano Feltrinelli, 2018, pp. 449-453).

    Capitolo 47.

    Due missionarie finlandesi abitavano in un appartamentino in fondo a via Ha Turim, nel quartiere di Mekhor Baruch: Eili Havas e Rauha Moisio. Zia Eili e zia Rauha. Anche quando parlavano della penuria di verdure, le due usavano un ebraico biblico, solenne: l’unico che conoscevano, del resto. Se bussavi alla loro porta per chiedere in belle maniere qualche asse inutile da usare per fare il falò di Lag Baomer, zia Eili diceva con un sorriso timido, porgendoti una vecchia cassetta di legno: «Bagliore di fuoco e di fiamma di notte!». Se venivano da noi a prendere una tazza di tè e far quattro colte chiacchiere mentre io ingaggiavo una battaglia contro il cucchiaio d’olio di merluzzo, zia Rauha commentava: «Tremeranno dinnanzi a me i pesci del mare!».

    Ogni tanto tutti e tre [Amos con papà e mamma] andavamo a trovarle nella loro cella monastica che assomigliava piuttosto alla stanza di un modesto collegio femminile del secolo diciannovesimo: due semplici letti in ferro battuto uno di fronte all’altro, ai due lati di un tavolo di legno rettangolare coperto da una tovaglia di cotone celeste, con intorno tre sedie senza imbottitura. Accanto ad ognuno dei due letti gemelli c’era un comodino con sopra una lampada da lettura, un bicchiere d’acqua e qualche libro sacro con la copertina nera. Due identiche paia di pantofole spuntavano da sotto i letti. In mezzo al tavolo c’era immancabilmente un vaso con dei sempreverdi raccolti nei campi vicini. Una figura di Gesù in croce intagliata in legno d’ulivo stava appesa in mezzo alla parete, fra i due letti. Ai piedi dei quali le due avevano dei bauli per il guardaroba fatti di un legno spesso e lucido quale a Gerusalemme non avevo mai visto e che mamma diceva doveva essere quercia: mi invitò a toccarlo e passarci la mano sopra. […]

    Durante l’assedio di Gerusalemme le due missionarie non abbandonarono la città: avevano un forte senso del loro impegno. Era come se il Redentore stesso le avesse incaricate di tenere alto il morale degli assediati e soccorrerli amorevolmente nella cura dei feriti in battaglia e sotto i bombardamenti, ricoverati all’ospedale Shaare Tzedek. Erano persuase che, dopo quel che Hitler aveva fatto agli ebrei, ogni cristiano dovesse provare a espiare con i fatti e non con le parole. La nascita dello Stato d’Israele la consideravano come un dito di Dio (zia Rauha diceva nel suo linguaggio biblico e con il suo accento granuloso incline a strane inflessioni: “È come l’arcobaleno nella nuvola dopo il Diluvio”. E zia Eili, con un sorriso minuscolo, non più di una lieve piega della bocca: “Perché il Signore ebbe pietà di tutto quel gran male – più non inferì”).

    Fra un cannoneggiamento e l’altro le due si aggiravano per il nostro quartiere con le scarpe alte e un fazzoletto in testa, fra le mani una cesta profonda fatta di grigiastra tela di sacco, dalla quale tiravano fuori, per chiunque si dimostrasse pronto ad accettare, vuoi un barattolo con dei cetrioli in salamoia, vuoi mezze cipolle, un pezzo di sapone, un paio di calze di lana, un cespo di ravanelli quando non un poco di pepe nero. Solo Dio sa come si procurassero quei tesori. Gli [ebrei] ortodossi respingevano con sprezzo i regali delle missionarie, alcuni le cacciavano malamente dalla soglia di casa loro, altri prendevano il dono appena zia Eili e zia Rauha s’erano voltate e sputavano di nascosto sulla terra calpestata dai piedi delle missionarie.

    Loro, peraltro, non s’offendevano: avevano sempre pronto qualche versetto profetico consolatorio, che ci suonava bizzarro in quell’accento finnico, suonava un po’ come le loro scarpe alte quando facevano scricchiolare la ghiaia: “Ho protetto questa città per salvarla”. ”E non verrà un nemico ad atterrire alle porte di questa città”. “Quanto sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace”. “Contro di te è salito un distruttore”. E anche: “E non temere, mio servo Giacobbe, oracolo del Signore, perché io sono con te; io faccio lo sterminio di tutte le nazioni fra le quali ti ho disperso…”.

    Sovente una di loro si offriva di fare per noi la lunga coda per la distribuzione dell’acqua che arrivava nelle cisterne, solo nei giorni feriali dispari, mezzo secchio a famiglia – sempre che qualche scheggia di bomba non avesse forato le pareti della cisterna prima del suo arrivo alla nostra strada. Una di loro due passava allora fra i loculi del nostro appartamento seminterrato con le finestre sigillate dai sacchi di sabbia e distribuiva agli inquilini provvisoriamente ospitati da noi mezza tavoletta di “vitamine miste” per ciascuno. I bambini però ne ricevevano una intera.

    Dove andavano a riempire la loro cesta fatta di tela di sacco grigia? Alcuni dicevano di qua, altri dicevano di là, altri mi mettevano in guardia dall’accettare alcunché da loro, che volevano solo “sfruttare la nostra disgrazia e portare al loro Gesù”.

    Un giorno mi feci coraggio e, benché conoscessi la risposta, domandai a zia Eili chi era Gesù. Gli angoli delle sue labbra tremavano appena, mentre mi rispondeva titubante che lui non “era” bensì è, e ama tutti noi, in particolare ama i reietti e i beffati; se avessi riempito il mio cuore di amore, lui sarebbe venuto dentro il mio cuore e mi avrebbe portato sia tormenti sia un’immensa felicità e dai tormenti sarebbe giunta la felicità.

    Che strane, piene di contraddizioni, mi parevano queste parole, tanto che sentii il bisogno di rivolgermi a papà. Lui mi prese per mano e mi condusse al materasso sul pavimento della cucina, l’angolo rifugio di zio Yosef, dove chiese all’illustre autore del libro Gesù Nazareno di spiegarmi lì su due piedi chi era Gesù e che cosa aveva fatto: Zio Yosef non si mise né su due piedi né su uno soltanto, anzi rimase riverso, stanco triste e pallido, in un angolo del materasso, la schiena contro il muro fuligginoso e gli occhiali sollevati sulla fronte. La sua risposta era alquanto diversa da quella della zia Eili: per lui Yehoshua-Gesù era un uomo di Nazareth “tra i più grandi di tutta la storia d’Israle, un eccezionale maestro di morale che aveva in uggia gli incirconcisi di cuore, che lottò per restituire al giudaismo la sua schiettezza originaria e strapparlo dalle mani di rabbini cavillosi”.

    Non avevo idea di chi fossero gli incirconcisi di cuore e nemmeno i rabbini cavillosi. Non avevo idea di come far combaciare il Gesù dello zio Yosef, quel Gesù che aveva in uggia e lottava per strappare, con il Gesù della zia Eili che non aveva in uggia nessuno non combatteva e non strappava nulla e anzi al contrario amava soprattutto proprio i peccatori e proprio quelli che lo disprezzavano.