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27 gennaio 2019

Come ogni anno le famiglie accompagnano i loro figli per ricevere la benedizione ai piedi della statua di Gesù Bambino di Praga tra canti e preghiere.

Mercoledì 26/12/2018 – “La salvezza ha la natura di un bambino”

Oggi possiamo meditare con un vecchio testo di Paul Tillich (preso da Paul Tillich: Il nuovo essere, Roma 1967), che ci può aiutare a non aggirare ma ad affrontare con realismo gli ostacoli che incontriamo nel nostro cammino di fede.

Il Bambinello in cui la Trinità rivela il suo amore

E’ venuto il Messia? Alcuni giorni fa ebbi una conversazione con un amico ebreo sull’idea di Messia nel Giudaismo e nel Cristianesimo. Alla fine stabilimmo la differenza in un modo simile all’alternativa posta a Gesù dai discepoli di Giovanni Battista: “Sei tu Colui che deve venire? O dobbiamo aspettare un altro?” Convenimmo che gli ebrei aspettano un altro, mentre i cristiani asseriscono che “Colui che deve venire” è già venuto.

I cristiani dicono con Simeone: “I nostri occhi hanno visto la Sua salvezza”. Gli ebrei ribattono: “Noi non abbiamo visto la Sua salvezza, noi l’aspettiamo”. I cristiani si sentono beati, secondo le parole di Gesù, perché hanno visto la presenza del potere salvatore nel mondo e nella storia. Gli ebrei considerano quasi blasfemo questo sentimento dal momento che, secondo la loro fede, niente di ciò che si aspetta che accada nell’era messianica è realmente accaduto. E quando noi difendiamo la nostra fede cristiana, essi mettono avanti il fatto che il mondo non è diventato migliore dai giorni di Osea e Geremia, che gli ebrei – e con essi la maggior parte dell’umanità – non soffrono meno di quanto soffrivano duemila anni fa; che le visioni profetiche del Giudizio sono più realistiche oggi di quanto non fossero in quei giorni. E’ difficile rispondere, ma dobbiamo [farlo], perché non solo gli ebrei , ma anche innumerevoli cristiani e non cristiani, i nostri amici e i nostri figli, e qualcosa in noi stessi pongono questi interrogativi.

E’ difficile rispondere. Per esempio cosa possiamo rispondere ai nostri bambini che ci chiedono del “Bambino della mangiatoia”, quando in certe parti del mondo tutti i bambini dai 2 anni in giù sono morti e stanno morendo , non per ordine di Erode, ma per la sempre crescente crudeltà della guerra e delle sue conseguenze nell’era cristiana e per il diminuire potere d’immaginazione del popolo cristiano? O che cosa possiamo rispondere agli ebrei, quando i resti del popolo d’Israele, tornando dai campi di sterminio, peggiori della cattività babilonese, non riescono a trovare sulla faccia della terra, e certamente non fra le grandi nazioni cristiane un posto dove fermarsi? O che cosa possiamo rispondere ai cristiani e non cristiani che ormai vedono che il frutto di secoli di cristiana civiltà tecnica e sociale è la minaccia imminente di un’assoluta e universale autodistruzione dell’umanità? E quale risposta possiamo dare a noi stessi quando consideriamo lo stato di malattia e di perdizione in cui si trova la nostra vita, dopo che da quasi duemila anni si ode a ogni Natale il messaggio di guarigione e di salvezza.

Dovremmo dire che il mondo, naturalmente, è perduto, ma che in ogni generazione ci sono uomini e donne che si salvano dal mondo? Ma questo non è il messaggio di Natale. Tutti quelli che nella leggenda del Natale aspettano il Cristo e accolgono il divino, sono in attesa della salvezza di Israele, dei Gentili e del mondo. Per tutti loro, e per Gesù stesso, e per gli apostoli, il Regno di Dio e la salvezza universale sono vicini. Ma se questa fi l’aspettazione, non è stata forse completamente delusa dalla realtà?

Questo interrogativo è antico come lo stesso messaggio cristiano, e la risposta è ugualmente antica, come indicano le tracce che abbiamo preso in esame. Gesù prende in disparte i suoi discepoli e parla loro in privato quando li loda perché vedono le cose che vedono. La presenza del Messia è un mistero; non si può rivelare a tutti e non può essere vista da tutti, ma solo da quelli che come Simeone sono spinti dallo Spirito. 

C’è qualcosa di sorprendente, di inaspettato, nell’apparizione della salvezza, qualcosa che è in contraddizione con le opinioni pie e le esigenze intellettuali. Il mistero della salvezza è il mistero di un bambino. Così fu anticipato da Isaia, dalla visione estatica della Sibilla e dalla visione poetica di Virgilio, dalle dottrine dei misteri e dai riti di coloro che celebrarono la nascita del nuovo periodo cosmico. Tutti, come i cristiani primitivi, sentivano che l’evento della salvezza è la nascita di un bambino.

Un bambino è reale e non ancora reale, è nella storia e non è ancora storico. La sua natura è visibile e invisibile, è qui e non ancora qui. E proprio questo è il carattere della salvezza. La salvezza ha la natura di un bambino.

Come la Cristianità ricorda ogni anno, nella sua festa più solenne, il bambino Gesù, cioè la salvezza, per quanto visibile possa essere, rimane pur sempre invisibile. Chi vuole una salvezza che sia soltanto visibile non può vedere il Bambino Celeste nella Mangiatoia, così come non può vedere la divinità dell’Uomo sulla croce e il paradosso della condotta divina. La salvezza è un bambino e quando diventa adulto , viene crocifisso.

Solo chi vede la forza sotto la debolezza, l’intero sotto il frammento,  la  vittoria sotto la sconfitta,  la  gloria  sotto  la  sofferenza, l’innocenza  sotto la colpa,  la  santità  sotto  il  peccato,  la  vita  sotto  la  morte,  può dire: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza”.

E’ difficile dire questo oggigiorno. Ma è sempre stato difficile e sempre lo sarà. E’ stato , è e sarà un mistero, il mistero di un bambino. E per quanto in basso il mondo possa cadere, anche nell’estrema autodistruzione, finché ci saranno uomini, essi sperimenteranno questo mistero e diranno: “Beati gli occhi che vedono le cose che vedono!”

Lunedì 24/12/2018 – Il Natale di P. Prospero (1631)

Dagli scritti di P. Prospero dello Spirito Santo (1583-1653), missionario in Persia, Siria e Israele e restauratore della presenza dell’Ordine Carmelitano sul Monte Carmelo dopo 400 anni di assenza, trascriviamo una brano tratto dalla sua Relazione alla Congregazione Romana di Propaganda Fide nella quale informa della sua presa di possesso dei luoghi santi sul Monte Carmelo. Dopo aver fatto il contratto con l’emiro del luogo e di aver compiuto gli altri adempimenti di legge superando varie traversie deve tornare da Nazaret al suo convento di Aleppo in Siria (per maggiori notizie su di lui vedere il sito del commissariato). Ecco le sue parole che non trascriviamo in italiano moderno per non rovinarne la freschezza e che ci possono far pregare per chi in queste sante feste soffre e magari rischia la vita:

[Viaggio di ritorno a Damasco e ad Aleppo]
“Finito questo, arrivassemo in Nazaret, e non trovando il Padre Guardiano, che era andato a dar sodisfattione al Emir de Saida, me repartì ¬ solo con un compagno che mi guidava, e venne in Saida (Sidone), e doppo in Damasco, e non trovando caravana, me ne partì con una piccola che veniva in Aman. In questo viaggio portavamo fra doi un asinello, si caminava de notte d’Aman, havendoci convenutti con tre mercadanti turchimani una compagnia di cossa di 20 persone per passar per la strada del disserto, che loro la sapevano.
Partissemo calato il sole fuori della città , e trovando che tutti gl’altri restorno, eccetto che il nostro compagno, comminciassemo a seguitarli. Et essendo che questi turchimani portavano gran quantità  di denari seco, et havevano manifestato la strada alli altri, si credevano che quelli gli venivano seguitando. Si può pensare di che sorte si caminarebbe, perché scriverlo è impossibile. Si corse tutta la notte fuori de strada, et io a pede quasi tutta la notte, perchè l’asinello non faceva poco in poter seguitare un cavallo, nel quale andava uno con i denari, in silentio voltando qualche volta la testa in dietro per veddere se a sorte sentivamo qualche rumore. Si sentiva baiar qualche cane, ci alontanavamo. Se a sorte trovavamo qualche poco d’acqua sopra le pietre, e ci gettavamo in terra per lecarla con la lingua, senza veddere che cosa se fosse.
Et il secolare, compagno mio, era tanto charitativo che, non potendo quei turchimani passar più avanti di Arachezza, tre hore prima di gettarsi in terra per riposare un poco, e domandando el nostro compagno una coperta che portavo io sopra l’asinello, non volse darmela. Mi gettai sopra la terra bagnata, e quella notte era del giorno di Nattale, che in quel disserto faceva un gran fredo, e mi svegliai agiaciatto, con gran paura di non poter caminare, ma il veddermi in un disserto solo mi faceva far a me stesso gran violenza.
Mi giovò grandemente l’uso e costume che ho d’andar sempre cantando mentalmente, quando vaddo viaggiando, qualche cosa spirituale. E questa notte e l’altre cantavo questa cantionetta, cioè:
“Vidde una Verginella,
appresso d’un bel Banbin,
povera si, ma bella,
in mezzo del camin
di Betlem raccolta in un fenile,
ma l’aspetto gentile,
era tutto Divin”.
Questo andavo cantando mentalmente e guardando con gl’ochi dell’anima il Mistero, danzavo e correvo non sentendo il travaglio si grande del corpo con la consolatione et allegrezza che sentivo nell’anima.
Arrivato già il giorno, intrassemo in un luogho nascosto, e gettati in terra stessemo tutto il giorno in sino alla notte, che comminciassemo a fare della istessa sorte che l’altra. La differenza fu, che l’altro giorno che era il di di San Giov. Evangelista non ci fermassemo, ma andassemo correndo sin un’hora e mezza avanti che fosse notte, che fu quando arrivai alla nostra casa in Aleppo.
Subito mi messe sopra un letto, e preparata la cena, che si può le credere quanto bene l’havevano preparata i miei figlioli, in magnando un poco di pesce, mi sopravenne un mancamento, e mi fu de bisogno gettarmi sopra il letto, che stava ibi, e lasciarmi riposare”.

Giovedì 20/12/2018 – Locandina Feste di Natale

Comunichiamo a tutti gli interessati il programma della nostra Casa per il tempo di Natale i cui dettagli sono visibili nella locandina seguente.