“La veste custodita dagli angeli”

Oggi siamo invitati a sostare davanti a un momento che segna l’inizio della vita pubblica di Gesù: il suo battesimo nel fiume Giordano. L’evangelista Matteo ci racconta che Gesù, pur essendo senza peccato, si reca da Giovanni per essere battezzato. Il cielo si apre, lo Spirito scende come una colomba, e una voce dal cielo proclama: “Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto”. È un istante di silenziosa grandezza, in cui la Trinità stessa si manifesta, in cui il cielo e la terra si incontrano e l’umanità è abbracciata da Dio.

Il battesimo di Gesù ci mostra, innanzitutto, il mistero della sua identificazione con noi. Egli non scende nel Giordano perché abbia bisogno di purificazione, ma per entrare nella condizione dell’uomo, per accogliere pienamente il peso della nostra vita e della nostra fragilità. E in questo gesto, così semplice e allo stesso tempo così solenne, possiamo scorgere il riflesso del nostro battesimo. Come Gesù viene immerso nelle acque, così anche noi siamo immersi nell’acqua battesimale, morendo al peccato e rinascendo a una vita nuova nello Spirito. Il battesimo non è soltanto un rito passato; è una realtà che continua a operare in noi ogni giorno, se sappiamo accoglierla con fede e contemplazione.

Per aiutarci a cogliere la profondità di questo mistero, volgiamo lo sguardo al celebre dipinto del Beato Angelico conservato nella cella 24 del convento di San Marco a Firenze. La scena è serena, quasi sospesa nel tempo: Gesù è al centro, mentre gli angeli reggono le sue vesti con gesti delicati, come a proteggere qualcosa di prezioso. Quelle vesti, di colore bianco e rosso, non sono soltanto drappi pittorici: il bianco richiama la veste battesimale che deve rimanere candida, il rosso allude al martirio, al prezzo da pagare per rimanere puri. Gli angeli ce le mostrano con cura, invitandoci a rivestirci dell’abito dell’uomo nuovo, dell’abito nuziale che il battesimo ci ha donato e che siamo chiamati a custodire ogni giorno.

Gli angeli, nella loro presenza silenziosa, ci parlano anche del nostro cammino interiore. Non stanno lì solo per ricordarci la purezza del battesimo, ma per accompagnarci, passo dopo passo, nell’accoglienza di quella vita nuova che Cristo ha portato nel mondo. Ogni piega del loro vesti, ogni mano tesa, sembra sussurrare: “Custodisci la tua veste, proteggila, vivila”. Non è un monito severo, ma una carezza che ci ricorda che la grazia del battesimo deve essere coltivata e custodita con attenzione.

Ci ricordiamo che Cosimo de’ Medici commissionò all’artista per trasformare ogni cella in uno spazio di meditazione e contemplazione della vita di Cristo. Nel contesto monastico domenicano, ogni cella era uno spazio di preghiera e di meditazione personale. Dipingere il Battesimo sulla parete significava offrire al frate un’immagine su cui riflettere ogni mattina e ogni sera: Cristo che si consegna completamente al Padre, simbolo di obbedienza, umiltà e inizio della sua missione salvifica. È affascinante pensare al frate che ogni giorno si svegliava guardando questa immagine: non solo la raffigurazione di un evento storico, ma una chiamata quotidiana ad immergersi nella grazia, proprio come Cristo si immerge nelle acque del Giordano. Un modo di fare arte che non serve l’ammirazione del mondo, ma l’elevazione dell’anima.

E questo vale per tutti: per il monaco nella sua cella e per il laico nel traffico del mattino, per la monaca in coro e per il padre di famiglia davanti al tavolo della cucina. Non esistono cristiani di serie A e di serie B: esistono solo uomini e donne rivestiti di Cristo. Anche i secolari, immersi nelle fatiche del mondo, sono chiamati a vivere ogni giornata come una fedeltà al proprio battesimo, facendo del lavoro, delle relazioni, delle scelte concrete il luogo dove la veste bianca non viene sporcata, ma resa luminosa.

Ma se volgiamo ancora lo sguardo nel dipinto, notiamo Maria e san Domenico sullo sfondo. La Vergine ci ricorda la bellezza della consacrazione totale, il sì incondizionato a Dio, mentre san Domenico ci parla della fedeltà ai nostri voti e promesse. Noi, religiosi, siamo chiamati a radicare i nostri voti nel battesimo, a rendere concreti gli impegni che abbiamo fatto, come Gesù rende manifesta la sua missione nel Giordano. La vita religiosa, infatti, non è un percorso separato dal battesimo: ne è il fiorire più intenso, il compimento visibile di ciò che lo Spirito ha iniziato in noi nel giorno del nostro battesimo. Gli angeli ci invitano a custodire la veste battesimale, Maria ci mostra il sì della consacrazione, e san Domenico ci sprona alla fedeltà costante e concreta.

Per noi carmelitani, queste immagini si illuminano ulteriormente se ricordiamo le parole di santa Teresa di Gesù. Lei, con la sua sapienza contemplativa, usa la figura del baco da seta per parlare della trasformazione interiore: il baco si avvolge nel bozzolo, entra in un silenzio totale, e ne esce come creatura nuova, libera di vivere la sua forma perfetta. Così anche noi, avvolti nelle acque del battesimo, siamo chiamati a una metamorfosi spirituale: moriamo al peccato, siamo nutriti dallo Spirito e trasformati in uomini e donne nuovi. Ogni nostra preghiera, ogni voto, ogni atto di carità e di obbedienza è un piccolo gesto che permette alla vita nuova di crescere, silenziosa e potente, dentro di noi.

Davanti al battesimo di Gesù e al dipinto del Beato Angelico, siamo invitati a un’esistenza contemplativa e concreta insieme. Custodiamo ogni giorno la nostra veste battesimale, rivestiamoci dell’uomo nuovo e lasciamo che ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero sia illuminato dalla presenza di Cristo. Non permettiamo che il tempo, le preoccupazioni o la fatica macchino questa veste. Offriamo la nostra vita con fedeltà, come Maria, e con dedizione ai voti, come San Domenico e Santa Teresa di Gesù, affinché la grazia battesimale diventi la linfa di ogni nostra azione.

E così, come Gesù scende nel Giordano per iniziare la sua missione, anche noi, immersi nello Spirito, possiamo lasciarci trasformare ogni giorno. Lasciamo che la nostra vita sia un canto di lode, un riflesso della gloria e della misericordia di Dio. Che gli angeli ci sostengano con le loro mani invisibili, che Maria ci accompagni con il suo sì silenzioso, che san Domenico e Santa Teresa di Gesù ci ricordino la bellezza della fedeltà: e così, nella contemplazione e nell’azione, viviamo la vita nuova che Cristo ci ha portato.

“Davanti al Bambino e alla Madre: il cammino dei Magi e l’adorazione che trasforma”

La Chiesa non smette di meditare ogni anno il racconto dei Magi: poche righe, per meditare come funziona davvero l’incontro con Dio.

I Magi arrivano da lontano. Non sono ebrei, non conoscono la Legge, non frequentano il Tempio. Eppure si mettono in cammino. Questo è il primo scandalo evangelico: Dio si lascia cercare anche da chi non appartiene “al giro giusto”. La tradizione cattolica ha sempre letto in loro le genti, l’umanità intera che, pur brancolando nel buio, conserva una nostalgia della luce. La stella non è una rivelazione completa, è un segno fragile. Ma basta a muovere i passi di chi ha il cuore desto. Qui non c’è romanticismo: chi non si muove, non incontra Cristo.

Gerusalemme, invece, è inquieta. Erode trema, i capi dei sacerdoti sanno indicare il luogo esatto della nascita del Messia, ma restano fermi. Conoscono le Scritture, ma non conoscono il Bambino. È una lezione antica e sempre attuale: si può avere la teologia in testa e il cuore altrove. La fede, quando diventa solo gestione del potere o difesa delle proprie sicurezze, genera paura. Erode non cerca il Messia per adorarlo, ma per eliminarlo. Il Vangelo è brutale nella sua chiarezza: davanti a Cristo non si resta neutrali.

I Magi trovano un bambino con Maria, sua madre. Non un palazzo, non un trono, ma una casa. Dio si presenta disarmato. E qui avviene il gesto decisivo: “si prostrarono e lo adorarono”. Prima viene l’adorazione, poi i doni. Oro, incenso e mirra non sono souvenir esotici, ma una professione di fede: Gesù è Re, è Dio, ed è uomo destinato a morire. La Chiesa ha sempre custodito questa lettura senza edulcorarla: la gloria di Cristo è già segnata dalla croce. Chi lo adora davvero lo accetta così, senza sconti.

Infine, i Magi tornano “per un’altra strada”. È il segno più concreto della conversione. L’incontro con Cristo non aggiusta semplicemente il percorso: lo cambia. Non si può tornare da Lui uguali a prima. La tradizione cristiana è molto realista su questo punto: se tutto resta com’era, probabilmente non abbiamo adorato, ma solo curiosato.

Questo brano ci ricorda una verità che oggi suona controcorrente ma resta solidissima: Dio non si lascia possedere, si lascia cercare; non si impone, ma chiede di essere adorato. E chi ha il coraggio di mettersi in cammino, anche con una stella imperfetta, scopre che il Bambino di Betlemme è abbastanza umile da farsi trovare e abbastanza grande da cambiare la strada della vita.

A questo punto il testo di Matteo si apre naturalmente a un’eco liturgica e spirituale che la Chiesa vive ancora oggi. Nella discrezione dei conventi e dei monasteri, proprio in questi giorni, molti religiosi rinnovano privatamente i loro voti; in modo particolare lo fanno coloro che celebrano un anniversario di consacrazione. Non è folklore devoto, ma un atto teologicamente serio: tornare davanti al Bambino adorato dai Magi per dire di nuovo, senza enfasi, “Ti appartengo”.

Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, meditando il mistero dell’Epifania, coglie un punto decisivo: Maria non è una figura ingenua o inconsapevole. La Vergine Madre sa che in quel Bambino si compie la storia di Israele, che la voce dei profeti trova finalmente carne e respiro. L’adorazione dei Magi annuncia ciò che i profeti avevano osato dire: l’unico Dio sarà adorato in spirito e verità. Non più attraverso confini etnici o privilegi religiosi, ma mediante una donazione totale dell’uomo a Dio.

Dentro questa prospettiva Edith Stein legge con lucidità i consigli evangelici – povertà, obbedienza e castità – non come rinunce sterili, ma come doni offerti alla Santissima Trinità. La povertà non è miseria, ma libertà: è il riconoscere che nulla mi appartiene definitivamente, perché tutto proviene da Dio e a Lui ritorna. È la stessa logica dei Magi che aprono i loro scrigni: non trattengono, consegnano. La povertà evangelica educa il cuore a non confondere il mezzo con il fine, a non adorare ciò che dovrebbe solo servire.

L’obbedienza, oggi parola poco amata, è invece profondamente cristologica. È la risposta di chi, come il Figlio, non vive per affermare se stesso ma per ascoltare e compiere una volontà più grande. Edith Stein insiste: l’obbedienza non annulla la persona, la fonda. La libera dall’idolatria dell’io e la inserisce in un disegno che la supera. È una via di verità, non di infantilismo spirituale.

La castità, infine, è forse il dono più frainteso. Per la tradizione cattolica, e per Edith Stein in modo particolare, essa non è negazione dell’amore, ma la sua trasparenza. Nella vita consacrata, la verginità è bella quando la persona si abbandona totalmente all’azione plasmatrice di Dio, lasciandosi modellare come argilla nelle mani del Vasaio. Non è chiusura, ma disponibilità radicale: il cuore non è sottratto all’amore, è consegnato senza riserve.

Ma la Chiesa è sempre stata chiara che esiste anche una castità propria del matrimonio. La castità matrimoniale non è una versione “ridotta” della verginità, ma una sua forma pienamente cristiana. In essa due sposi si riconoscono e si amano in Dio stesso, non come possesso reciproco, ma come dono ricevuto e restituito. Il corpo non è usato, è accolto; l’amore non è chiuso su se stesso, ma aperto alla vita e alla fedeltà. È una via esigente, ma realista, dove l’amore umano diventa luogo di adorazione.

Così, davanti al Bambino di Betlemme, i tre voti evangelici e la castità matrimoniale si rivelano per ciò che sono: strade diverse di un’unica logica, quella dell’adorazione.

In questo racconto non possiamo davvero distogliere lo sguardo dalla Madre, anche se Matteo sembra lasciarla in secondo piano. È una discrezione solo apparente. Se il Bambino è riconosciuto come Re, la Vergine Madre è riconosciuta come Gebirà, la Regina Madre. È un titolo antico, solido, biblico, non un’aggiunta devozionale tardiva.

Nella tradizione monarchica di Israele, la regina non era anzitutto la sposa del re, ma sua madre. La gebirà sedeva accanto al trono, intercedeva per il popolo, dava stabilità alla dinastia. Il re poteva avere molte mogli, ma una sola madre. Applicare questa figura a Maria non è forzatura poetica: è teologia biblica letta alla luce del compimento. Se Gesù è il Figlio di Davide, il Re messianico, allora Maria è la Madre del Re, e dunque la Regina Madre del Regno che non avrà fine.

Matteo lo dice con una sobrietà quasi disarmante: “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre”. Non c’è il Bambino da solo, non c’è Maria come semplice cornice. Il Re è sempre con la Madre. L’adorazione è rivolta al Bambino, certo — e guai a confondere i piani — ma la presenza della Madre non è accidentale. Chi riconosce il Re entra nello spazio della Madre, nella casa dove lei custodisce, genera, presenta.

Qui si tocca un punto teologico profondo: Maria non trattiene nulla per sé. Come gebirà, non usurpa il trono del Figlio, ma lo rende accessibile. È regina non per potere, ma per servizio. La sua regalità è tutta materna, tutta relazionale. Edith Stein avrebbe detto: è una regalità plasmata dall’obbedienza, dalla povertà e dalla castità vissute fino in fondo. Maria è la forma concreta di ciò che i consigli evangelici realizzano quando sono vissuti senza compromessi.

La gebirà non parla molto, ma è ascoltata. Non comanda, ma ottiene. È così che la tradizione cattolica comprende l’intercessione mariana: non come scorciatoia, ma come partecipazione alla regalità del Figlio.

C’è poi un aspetto che oggi rischia di essere perso: la regalità di Maria non è sentimentale, è escatologica. In lei Israele raggiunge il suo compimento. La Figlia di Sion diventa Madre del Messia, e la promessa fatta ai padri prende volto femminile. Maria sa — e questo i Padri della Chiesa lo hanno sempre affermato con rispetto e tremore — che ciò che tiene tra le braccia è il senso ultimo della storia. La sua fede non è ingenua: è lucida, attraversata dalla parola profetica, aperta al sacrificio.

Così, mentre lo sguardo dei Magi si fissa sul Bambino, la Chiesa impara a non ignorare la Madre. Non per deviare l’adorazione, ma per custodirla. Maria, gebirà, resta accanto al Re come colei che insegna ancora oggi come si sta davanti a Dio: senza possedere, senza trattenere, senza rumore. E in questo silenzio regale, più eloquente di molti discorsi, il mistero dell’Epifania continua a brillare.

Una tappa del mio cammino nel Carmelo di fra Mattia di Gesù Risorto

Ci sono notizie che non fanno rumore, ma fanno bene al cuore. All’inizio di questo nuovo anno, affidato a Maria Santissima Madre di Dio, condividiamo con gioia le parole di fra Mattia di Gesù Risorto, che ci racconta una tappa del suo cammino nel Carmelo. Lontano dalla Sicilia, ma mai lontano dalla comunione, fra Mattia ci accompagna nella vita quotidiana dello studentato di Sant’Anna in Genova, ricordandoci che la fedeltà di ogni giorno, vissuta nella preghiera e nella fraternità, è ancora il modo migliore per costruire il futuro.

(in alto da sinistra: p. Marco, fra Regis, p. Ezio, p. Michele, p. Federico, fra Edoardo, p. Alessandro, fra Mattia, fra Gerard. In basso Benedetto, fra Evrard e Gabriel)

Ecco il testo di fra Mattia:

Condivido con voi, con semplicità e riconoscenza, alcune notizie del mio cammino nel Carmelo, mentre si apre un nuovo anno affidato alla protezione di Maria Santissima Madre di Dio. È sotto il suo sguardo materno che vivo questo tempo di formazione, con il desiderio di crescere nella sequela di Cristo.

Per un carmelitano, la maternità divina di Maria non è solo un mistero da contemplare, ma una presenza viva che accompagna ogni giorno la nostra vocazione. Maria, Madre “superamabile”, ci insegna ad accogliere il Signore nel silenzio del cuore e a donarlo nella semplicità della vita fraterna.

Attualmente mi trovo presso il convento di Sant’Anna in Genova, dove sto vivendo il periodo dello studentato. La mia presenza presso la Provincia Genovese nasce da una storia di comunione e di fiducia reciproca tra la Provincia e il Commissariato di Sicilia, una collaborazione che, nel tempo, continua a rinnovarsi e a prendere forma concreta nei cammini personali dei frati.

Sant’Anna è il primo convento carmelitano fondato in Italia, nel 1584, a soli due anni dalla morte di Santa Teresa di Gesù. Camminare ogni giorno in un luogo così carico di storia e di preghiera è per me motivo di grande gratitudine: le sue mura raccontano la fedeltà di tanti fratelli che ci hanno preceduto.
Questo percorso non lo vivo da solo. Con me ci sono altri quattro fratelli studenti: fra Gerard, recentemente professo solenne, fra Evrard e fra Régis-Marie, provenienti dalla Repubblica Centrafricana, e fra Edoardo, con il quale ho condiviso il tempo del noviziato all’Eremo del Deserto. La nostra comunità formativa è arricchita dalla presenza di cinque padri – tra cui il padre priore, p. Michele, e il padre maestro, p. Marco – e due postulanti: Benedetto e Gabriel; attualmente in comunità è presente anche p. Alessandro della diocesi di Ravenna.

La vita quotidiana a Sant’Anna è semplice e intensa allo stesso tempo. Le giornate sono scandite dalla preghiera comunitaria, dal lavoro, dallo studio e dai vari servizi, senza dimenticare i momenti di fraternità che aiutano a crescere nell’ascolto e nella pazienza reciproca. Gli studenti frequentano la Facoltà Teologica di Genova presso il seminario, cercando di integrare lo studio con il ritmo della vita contemplativa.

Posso dire con sincerità che mi trovo molto bene in questa comunità, custodita dalla Vergine Maria e da Sant’Anna, sua madre. In questo tempo il Signore mi sta donando pace, fiducia e il desiderio di continuare a camminare con fedeltà, giorno dopo giorno.

Non posso chiudere queste righe senza un grazie che nasce dal profondo. Il mio cammino nel Carmelo è sostenuto anche da una terra e da volti concreti: i frati della Sicilia, che continuano ad accompagnarmi con quella sapienza discreta che non fa rumore ma regge nei momenti decisivi; le monache dei monasteri siciliani, il cui silenzio, fecondo e fedele, diventa per me radice e sostegno nascosto; e i tanti laici secolari che, vivendo il carisma carmelitano nel cuore del mondo, testimoniano ogni giorno che la santità passa anche attraverso la vita ordinaria. A tutti loro va la mia riconoscenza sincera: senza questa comunione reale di preghiera e fedeltà, il mio sì sarebbe più povero.

Nel celebrare la solennità di Maria Santissima Madre di Dio, affido ciascuno alla sua protezione materna e formulo di cuore l’augurio di un santo e sereno inizio del nuovo anno civile, vissuto nella pace che viene da Cristo e nella fedeltà quotidiana al Vangelo.

In comunione di preghiera,
fra Mattia di Gesù Risorto

“Natale: luce nelle nostre tenebre”

Carissimi fratelli e sorelle della Famiglia dei Carmelitani Scalzi di Sicilia,

in questo Santo Natale ci ritroviamo davanti a un Bambino: il Cristo che nasce fragile e piccolo, il Verbo fatto carne, il Principe della pace. È un mistero che ci spiazza: Dio non entra nella storia con potere e spettacolo, ma con il vagito di un neonato, in una stalla, tra povertà e silenzio.

In queste feste vogliamo portare tutto ciò che siamo e tutto ciò che viviamo: le gioie e le fatiche, le speranze e le ferite. Come comunità, sappiamo quanto il dolore e la perdita siano vicini a noi, anche recentemente con l’addio a suor Elisabetta della Trinità e di fra Piergiorgio dell’Immacolata. Ma il Natale ci ricorda che la grotta di Betlemme e il Calvario non sono separati: l’incarnazione senza la croce sarebbe illusione, la croce senza la nascita sarebbe disperazione. Dio nasce per poter morire e ci dona la vita, e così le vite dei due nostri religiosi, vissute nella fedeltà e nel servizio, ci parlano dello stesso Mistero.

Come Maria, custodiamo e meditiamo questo Mistero; come i pastori, andiamo e testimoniamo; come Giovanni, lasciamoci illuminare dalla luce che splende nelle tenebre e che le tenebre non hanno potuto vincere.

Con gioia e riconoscenza, vi auguro un Santo e sereno Natale: che il Bambino di Betlemme continui a vivere nelle nostre comunità, nei nostri cuori e nelle nostre relazioni, portando pace, speranza e amore.

Buon Natale a tutti voi, nella gioia del Signore che viene!

P. Paolo di Cristo Gesù OCD

“San Giovanni della Croce: Camminare nella Notte, Ritrovare Dio”

Nel giorno in cui la Chiesa celebra la solennità di San Giovanni della Croce, Dottore della Chiesa e maestro di vita spirituale, l’Anno Giubilare a lui dedicato si presenta come un tempo favorevole per fermarsi, ascoltare e tornare all’essenziale. Non si tratta di una ricorrenza da archiviare, ma di una chiamata viva, che interpella oggi la fede personale e la vita delle comunità.

L’Attraversare la notte per ritrovare l’essenziale, iniziato il 14 dicembre 2025 e destinato a proseguire nel 2026, è un tempo di grazia che la Chiesa accoglie come un invito a rallentare, a rientrare in se stessi e a lasciarsi nuovamente condurre all’essenziale. Nasce dall’incontro di due anniversari significativi, i 300 anni dalla canonizzazione e i 100 anni dalla proclamazione a Dottore della Chiesa, ma il suo senso più profondo va oltre la memoria storica: è un tempo dato per l’oggi, per la vita concreta delle comunità e delle persone.

San Giovanni della Croce non è un santo facile. La sua parola è esigente, il suo linguaggio è quello del silenzio, della notte, dello spogliamento. Eppure, proprio per questo, è sorprendentemente vicino all’uomo contemporaneo. In un mondo segnato da sovrabbondanza di parole, di immagini, di stimoli, egli indica una via diversa: quella dell’interiorità, dell’ascolto, della verità del cuore.

Un Anno Giubilare è sempre un passaggio. Non è semplicemente una celebrazione, ma una soglia da attraversare. È un tempo in cui la Chiesa invita a riconoscere che Dio continua ad agire, a chiamare, a purificare e a rinnovare. Nel caso di San Giovanni della Croce, questo rinnovamento passa attraverso una domanda radicale: che posto ha Dio nella nostra vita? E ancora: di che cosa siamo chiamati a spogliarci per fare spazio all’Amore?

Per il Popolo di Dio, e in modo particolare per le comunità religiose e per i secolari del Carmelo Teresiano, questo Giubileo diventa occasione per riscoprire il valore del silenzio abitato, della preghiera non consolatoria ma fedele, della fiducia che resiste anche quando non si sente nulla. San Giovanni della Croce insegna che l’assenza percepita di Dio non è necessariamente una perdita, ma può essere una forma più profonda della sua presenza. La “notte” non è la fine del cammino, ma spesso il luogo in cui Dio lavora più in profondità.

La santità di questo grande mistico può sembrare distante, quasi irraggiungibile. Ma la sua vita racconta altro: un uomo fragile, segnato dalla sofferenza, dall’incomprensione, dalla solitudine, che non ha smesso di cercare Dio proprio lì dove tutto sembrava oscuro. La sua esperienza dice che la santità non è perfezione, ma fedeltà; non è assenza di crisi, ma attraversamento della crisi con Dio.

Avvicinarsi a San Giovanni della Croce oggi non significa comprendere tutto il suo pensiero, ma lasciarsi provocare dal suo sguardo. Significa accettare di non avere subito risposte, di non controllare il cammino, di affidarsi. Significa credere che l’amore di Dio è all’opera anche quando non lo percepiamo.

Questo Anno Giubilare è dunque un dono per il Carmelo Scalzo: un tempo per tornare alle radici, per purificare le motivazioni, per rinnovare il sì pronunciato nella vita consacrata e nella vita cristiana. È un invito a camminare insieme, nella semplicità, lasciando che la notte diventi spazio di incontro e che il silenzio diventi parola.

In questo contesto di grazia, in occasione della solennità di San Giovanni della Croce, tutta la comunità dei frati del Convento “Monte Carmelo” rivolge un augurio fraterno e riconoscente a tutta la famiglia del Carmelo, nelle sue diverse vocazioni e forme di vita: ai frati, alle monache e ai laici. Uniti dallo stesso carisma e dallo stesso desiderio di Dio, possiamo lasciarci ancora guidare dal Dottore mistico sulla via dell’interiorità, della fedeltà quotidiana e dell’amore che non cerca sé stesso. Che San Giovanni della Croce accompagni il cammino di ciascuno e renda fecondo questo tempo giubilare per tutta la Chiesa.

San Giovanni della Croce, Dottore della Chiesa, non ci offre scorciatoie spirituali. Ci offre una strada vera. In questo tempo giubilare, possiamo percorrerla con fiducia, certi che “alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”, e che ogni passo, anche il più nascosto, può diventare luce.

“Quando la verità indica un’altra strada”

Come Comunità dei Carmelitani Scalzi desideriamo condividere con cuore sereno e riconoscente una notizia importante. Lucio, uno dei due giovani che hanno trascorso con noi un tempo significativo di discernimento vocazionale, dopo preghiera, confronto e molta sincerità ha deciso di interrompere il cammino verso la vita religiosa. È una scelta maturata con fatica, ma anche con grande onestà davanti a Dio. Non si tratta di un passo indietro, ma di una verità scoperta poco per volta: la sua strada prende un’altra direzione, e noi lo accompagniamo con affetto.

La Chiesa ci ricorda che il discernimento è un percorso lento e profondo. Non nasce da un’emozione del momento, ma da un ascolto prolungato del Signore nella preghiera, dalla luce che arriva dalla Parola e dai sacramenti, e da un dialogo costante con una guida spirituale. Allo stesso tempo, chi si mette in ricerca deve confrontarsi con la propria maturità umana, con le relazioni, con la capacità di vivere in comunità e con la libertà interiore necessaria per scegliere in modo totale e definitivo. Tutto questo richiede tempo, pazienza, fiducia e un cuore disposto a lasciarsi guardare da Dio.

Nel Carmelo questi elementi assumono un colore particolare. Il nostro stile è radicato nella vita di preghiera silenziosa, nell’ascolto profondo della Parola e nella semplicità evangelica che caratterizza la comunità. Chi sente di avvicinarsi al nostro Ordine si misura con questo ritmo fatto di interiorità, sobrietà, vita comune e una forte sintonia con Maria e con i santi che hanno segnato la nostra storia, come Teresa di Gesù e Giovanni della Croce. È un cammino bello, ma esigente, che richiede una vera predisposizione a cercare Dio “con cuore puro e deciso”.

Lucio ha vissuto tutto questo con sincerità e autenticità. Ha pregato, ha dialogato, ha sperimentato la vita fraterna e si è lasciato interrogare. Alla fine, con coraggio, ha riconosciuto che il Signore lo chiama a un’altra forma di vita. Noi gliene siamo grati: il discernimento non è mai tempo perso. Al contrario, è lo spazio in cui una persona si lascia plasmare dalla verità e dalla grazia.

Per questo vogliamo chiedere a tutti voi un gesto semplice ma prezioso: pregate per Lucio, perché il Signore continui a guidarlo e a custodire la sua strada. E pregate anche per noi frati, perché sappiamo accompagnare ogni giovane con rispetto, umiltà e sapienza, riconoscendo sempre la volontà di Dio prima di ogni nostra attesa.

A te che stai ancora cercando la tua vocazione diciamo solo questo: non avere fretta. Lascia che il silenzio, la preghiera e la verità del tuo cuore parlino. Dio non confonde; Dio guida. La porta del Carmelo e della Chiesa rimane sempre aperta per chi desidera mettersi in ascolto.

Avvento: si ricomincia da Lui

Da domenica 29 novembre abbiamo rimesso in moto il calendario della fede: è iniziato un nuovo anno liturgico. E appena varcata la porta della Chiesa, ci ha accolti il viola. Non un colore messo lì “perché sì”, ma un richiamo diretto alla speranza, quella vera, che non fa rumore ma tiene in piedi. Nelle prime due settimane, la liturgia ce la mette davanti con forza, come a dirci: “Alza lo sguardo, perché il Signore Gesù viene davvero.”

I testi biblici, si sa, non hanno il vizio di andare per le lunghe: zero indifferenza, zero tiepidezze. Ci chiedono di muovere i piedi e soprattutto il cuore, lasciando alle spalle abitudini che ci frenano. È un invito a rivestirci dell’armatura di Cristo, la sola che non arrugginisce e che regge anche quando le giornate sono un po’ in salita.

Dopo questo inizio più “vigile”, la liturgia ci fa puntare il cuore al centro dell’evento: il Cristo che entra nella nostra carne. Non una metafora poetica, ma un fatto che capovolge la storia. Un dono che riapre la strada a tutti, proprio tutti.

E tra la Sua venuta nel tempo e quella gloriosa che attendiamo, c’è quella di ogni giorno, quella che passa per i volti che incrociamo: Cristo che viene a noi attraverso l’altro. Di solito in silenzio, ma mai per caso.

Nel presbiterio ci aspetta la corona di Avvento realizzata da Giovanni. Non è un “addobbo” messo per estetica: è un segnale luminoso che ci ricorda verso dove stiamo camminando. Le quattro candele sono come quattro “guide” che la liturgia ci affida: i profeti, con Isaia in prima linea, Giovanni Battista che con il suo stile un po’ ruvido ci invita a convertirci, e Maria, il cuore pulsante dell’attesa. Ogni domenica ne accendiamo una, e ogni fiamma ci riporta al centro assoluto: Cristo, luce vera. Lui stesso ce lo ricorda in Giovanni 8,12: “Io sono la luce del mondo.” È Lui che rischiara, Lui che scaccia il buio, Lui che rimette in carreggiata quando la notte sembra infinita.

E noi, cresciuti alla scuola di Santa Teresa e San Giovanni della Croce, lo sappiamo bene: la luce non è un concetto, è una strada. È presenza che ti cammina accanto.

Dal 17 al 24 dicembre, le celebrazioni quotidiane ci fanno entrare con passo lento ma deciso nel mistero dell’Incarnazione. In questi giorni brilla anche la festa dell’Immacolata, che non interrompe l’Avvento ma lo completa. Maria è la Figlia di Sion, la donna delle promesse: in lei la Parola si fa carne, e lei resta, allo stesso tempo, Vergine e Madre.

Ecco perché l’Avvento è il tempo mariano per eccellenza: vigilanza, attesa, speranza, tre parole che non passano mai di moda.

Quest’anno cominciamo anche il cammino verso un appuntamento gigante: l’anno dedicato a San Giovanni della Croce. Il 2026 segnerà 300 anni dalla sua canonizzazione e 100 dal suo riconoscimento come Dottore della Chiesa. La Provvidenza, ogni tanto, sembra proprio divertirsi con il tempismo: celebrare il “Cantore della notte luminosa” mentre la liturgia ci sussurra che Cristo è Luce… beh, è un incastro perfetto. Sarà un anno pieno di incontri, approfondimenti, momenti che ci aiuteranno a tornare all’essenziale, con lo stile radicale e poetico che Giovanni sapeva vivere come nessun altro.

La comunità vi augura un buon inizio di Avvento: camminiamo insieme, con una luce che cresce, un’attesa che matura e una speranza che non vacilla.

Avanti così, con il cuore desto e lo sguardo fisso su Colui che viene.

“Un cammino condiviso: tra formazione, fraternità e preghiera”

Il giorno 23 novembre, nel convento “Monte Carmelo” sede della nostra Comunità si è tenuto l’incontro dei Secolari Carmelitani. La nostra comunità si riunisce una volta al mese per una giornata intera di formazione continua.

La nostra comunità, pur non vivendo in un unico luogo fisico come i frati o le monache, è chiamata a diventare un vero e proprio laboratorio di comunione che si riunisce regolarmente.

Essa vive i principi della vita religiosa adattati alla secolarità, come la carità fraterna. Si impegna a portare i pesi gli uni degli altri, a condividere gioie e difficoltà e, soprattutto, a pregare gli uni per gli altri. Questi incontri fraterni, incentrati sulla preghiera e la formazione, dimostrano che è possibile mantenere legami spirituali profondi e stabili anche in un contesto di vita laicale spesso dispersivo. Ogni piccola comunità è un “piccolo chiostro” carmelitano nel mondo.

All’inizio dell’incontro di questa domenica abbiamo avuto la presenza di padre Paolo, che ha incontrato la nostra comunità per la visita canonica. In questa occasione ha aperto l’incontro presentando e commentando la lettera di Santa Teresa di Gesù Bambino del 7 luglio 1894, ponendola come base ispiratrice per la riflessione comunitaria.

Dopo l’esposizione del tema, ha invitato i membri della fraternità a condividere liberamente le proprie opinioni, difficoltà e fatiche vissute nel cammino comunitario. Durante il dialogo sono emerse varie risonanze personali e fraterne, accolte con attenzione e disponibilità dal Padre Commissario, che ha incoraggiato un confronto sincero e costruttivo.

Terminata la prima parte dell’incontro – nella quale la comunità è stata visitata come Gesù, il buon Pastore, visita il suo gregge – abbiamo celebrato insieme l’Eucaristia. L’incontro è poi proseguito sotto la guida della nostra Maestra di formazione.

A mezzogiorno ci siamo fermati per condividere il pasto comune, sottolineando che, come stiamo insieme sotto la croce, così siamo uniti anche alla mensa. Dopo il pranzo l’incontro è continuato e abbiamo letto insieme alcuni brani di Teresa del Bambino Gesù tratti dal Quaderno Giallo. Dopo una breve presentazione dei testi da parte della Maestra di formazione, abbiamo proseguito con il dialogo comunitario, cercando di rispondere a come lasciamo trasparire le opere di Dio attraverso di noi e persino nelle nostre miserie; come Teresa del Bambino Gesù ci aiuta ad accogliere le nostre cadute nella relazione con Dio e a ricevere la sua misericordia.

Abbiamo concluso il nostro incontro con la preghiera del Vespro.

Consiglio Plenario OCDS presso il Convento “Monte Carmelo”: una giornata di confronto

Il 16 novembre 2025, l’Ordine Secolare dei Carmelitani Scalzi si è ritrovato sul Monte Carmelo per il Consiglio Plenario: un momento forte di ascolto, discernimento e visione comune. Presenti la presidente, il padre commissario e i consiglieri delle varie comunità locali, tutti riuniti attorno a un tema che tocca il cuore dell’esperienza secolare: “La vita comunitaria e la dimensione ecclesiale dell’OCDS”.

La giornata si è aperta alle 9:30 con l’accoglienza e la celebrazione delle Lodi, per rimettere la fraternità e il lavoro sotto lo sguardo del Signore.

A inaugurare i lavori è stata la presidente, Maria Cottone, che ha ringraziato tutti per la presenza e ha ribadito il valore essenziale dei consigli nella vita comunitaria. Con parole schiette, ha ricordato come il consiglio locale eserciti un ruolo “materno”, discreto ma decisivo, e come ogni membro sia chiamato a lavorare non per sé, ma per la crescita dell’intera comunità.

Ha insistito su un punto chiave: guardare ogni fratello e sorella “con gli occhi di Dio”. Da qui nasce l’armonia fraterna e quella famosa “santa flessibilità”, cioè la disponibilità alla rotazione dei servizi e alla corresponsabilità. La presidente si è poi soffermata sulle qualità che un buon consiglio dovrebbe incarnare: ascolto, equilibrio, accoglienza e capacità di promuovere un clima di comunione.

Il secondo intervento è stato affidato a Delizia Aramadio, che ha presentato l’importanza dell’iter formativo OCDS Italia, in via di approvazione definitiva il prossimo anno.
Ha messo al centro una parola non comune, ma decisiva: docibilitas. Non un semplice “essere docili”, ma quella disposizione interiore che rende una persona capace di lasciarsi formare in ogni circostanza. In altre parole, imparare a imparare. Uno stile che permette ai membri OCDS di crescere con intelligenza spirituale e umiltà, leggendo la realtà come una scuola continua.

Dopo una breve pausa, ha preso la parola il padre commissario, che ha riportato l’assemblea al cuore ecclesiale della propria vocazione. Ha ribadito che i membri OCDS sono un’associazione difedeli laici, pienamente dentro la Chiesa e mai accanto o al margine.

Per spiegare il loro ruolo, ha usato un’immagine forte: i secolari come un “altare mobile”. Un luogo vivente dove si offre la propria preghiera e il proprio quotidiano per la Chiesa locale, per il vescovo, per le vocazioni, per i malati e i poveri.
Ha poi proposto un’altra immagine potente: i secolari come un polmone che, insieme ai religiosi e alle monache dell’Ordine, ossigena la vita della diocesi con una preghiera fedele e costante. Un compito che, ha esortato, non va mai lasciato cadere.

La mattinata si è conclusa con la celebrazione eucaristica presieduta da padre Diego, superiore del Convento Monte Carmelo. Dopo il pranzo, i consigli locali si sono riuniti in tavola rotonda per riflettere sulle domande offerte dai relatori.

Una collatio fraterna ha accompagnato la chiusura dei lavori, nel tardo pomeriggio, lasciando tutti con la sensazione che il cammino appena rinnovato non sia solo da custodire, ma da rilanciare con convinzione.

“La spiritualità missionaria: come non perdere il sapore!”

Una testimonianza dal Campo Vocazionale Giovani a Monte Carmelo

Dal 24 al 25 ottobre 2025, il Convento Monte Carmelo a Villasmundo ha ospitato un intenso campo per giovani incentrato sull’orientamento vocazionale e, in particolare, sul tema affascinante, “La spiritualità missionaria”. Condividiamo la testimonianza di Christian, un giovane che ha partecipato all’incontro, trovando risposte profonde ai suoi interrogativi.

Un Segno della Provvidenza Divina

Quando ho saputo dell’incontro che si sarebbe tenuto a Monte Carmelo sulla spiritualità missionaria, ho subito pensato che fosse un segno della provvidenza Divina. Proprio in quei giorni, infatti, mi domandavo in che modo dei contemplativi potessero attuare il carisma missionario, desiderato e voluto da Santa Teresa di Gesù per il suo ordine.

Quando si pensa alla missione, subito vengono in mente le immagini dei bambini e delle loro madri bisognosi di cure e di nutrimento, dei ragazzi che fanno decine di chilometri per trovare l’acqua in un pozzo, luoghi di guerre, malattie, morte, sfruttamento e povertà estrema, nei quali il male sembra avere la meglio.

È in questi luoghi che il cristiano è mandato, come Cristo manda a due a due i suoi discepoli a preparare gli uomini all’incontro con Lui. È qui che può essere il “sale della terra”, qui aiuta le persone nei loro bisogni, tenta di alleviare la loro sofferenza e soccorre il prossimo affinché il Vangelo che annuncia non sia solo un guscio vuoto e secco, ma sia ripieno del succo profumato dell’amore di Dio che sgorga per tutti gli uomini.

Perciò, come si fa a non diventare insipidi? Ricordiamo le parole del Vangelo: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.”

La risposta l’abbiamo trovata insieme: è nell’orazione che ci viene dato il sapore. È nello sguardo ardente d’amore di Gesù per noi che ci viene donato lo Spirito Santo, che accende in noi la fiamma d’amore pronta a riscaldare e illuminare noi e il mondo intero.

La spiritualità missionaria, perciò, non può essere divisa in attiva e orante, ma è una simbiosi d’amore che spinge a donarsi al prossimo, ad essere compassionevoli e misericordiosi per porgergli la salvezza di Cristo Gesù.

Ne abbiamo avuto una chiara dimostrazione leggendo in quei giorni la corrispondenza tra Padre Adolfo Roulland, missionario, e Santa Teresa di Lisieux.

Padre Roulland stesso si rende conto dell’impossibilità della sua missione senza il sostegno della preghiera: «Deo gratias: è la grazia di Dio che ha operato tutto, ma le preghiere salite al Cielo dal Carmelo di Lisieux, e particolarmente le vostre, hanno spinto il buon Dio a non tener conto dell’indegnità del suo servitore».

Così, il missionario non può essere saporito e luminoso senza la preghiera fiduciosa sua e di Santa Teresa di Lisieux. E così lei stessa, pur contemplativa, diviene missionaria e partecipe in prima persona della missione, come risponderà al padre: «vorrei tuttavia non essere troppo lontana dalla Sua dimora (del regno di Dio): in considerazione dei suoi meriti, spero che il buon Dio mi farà la grazia di partecipare alla sua gloria…».

Credo che ognuno di noi, in qualunque stato di vita, sia chiamato ad essere un missionario nella vita dei fratelli. La missione non è unicamente “andare lontano”, ma è portare ovunque siamo il sapore dell’amore di Cristo.

Un grazie di cuore a Padre Paolo e Padre Diego per il tempo che ci hanno dedicato e per averci offerto preziosi spunti di riflessione sul come vivere la nostra vocazione missionaria. Grazie a tutti i ragazzi che hanno partecipato e condiviso questi giorni e a tutta la comunità di Monte Carmelo per la splendida ospitalità!

Se anche tu senti il desiderio di approfondire il senso della tua vita e scoprire la gioia di una fede che si fa missione, non perdere i prossimi incontri a Monte Carmelo!