Diario di un’anima davanti al Risorto (Gv 20,19-31)

Voglio condividere con voi, i frutti della mia lectio divina nel meditare il Vangelo della Domenica della Divina Misericordia. Voglio iniziare dicendo che oggi il Vangelo di Giovanni 20,19-31 non mi ha lasciato in pace. Non l’ho letto da predicatore, ma da uomo che ha bisogno di essere raggiunto. E, come accade quando la Parola è vera, non consola subito: scava.

Mi ha colpito l’inizio: le porte chiuse. Non è solo una scena. È una condizione interiore. Mi ci sono riconosciuto senza fatica, e senza scuse. Non tanto per paura, o almeno, non solo, ma per quella forma più sottile di chiusura che nasce quando uno impara a difendersi anche da Dio.

Una vita religiosa può nascondere bene queste cose. Si può vivere ordinati, fedeli, persino generosi… e tuttavia restare chiusi. Questa è la cosa che mi ha ferito oggi: accorgermi che alcune stanze dentro di me sono ancora serrate. Eppure Cristo entra lo stesso. Non bussa, non rimprovera. Dice: Pace a voi.

Questa parola oggi non mi ha accarezzato, mi ha spiazzato. Perché arriva lì dove io, forse, mi sarei aspettato un rimprovero. E invece no. Pace. Ma una pace che passa attraverso le ferite.

Nel pregare questo Vangelo, mi è tornata davanti agli occhi l’immagine de L’incredulità di San Tommaso di Caravaggio. E lì qualcosa si è fatto ancora più concreto. La luce del dipinto non illumina tutto. Cade precisa, quasi violenta, sulla ferita del costato. Non si può evitare. E mi sono accorto che, anche davanti al Vangelo, io tendo a fare proprio questo: girare lo sguardo altrove, fermarmi su ciò che è più “gestibile”. Ma oggi no. Oggi quella ferita mi ha trattenuto. E ho sentito una resistenza interiore. Non immediata, ma profonda. Perché quella ferita non è un simbolo rassicurante. È uno squarcio. Aperto. E lì ho dovuto ammettere qualcosa: preferisco un Dio composto, ordinato, magari esigente… ma non vulnerabile. Un Dio ferito destabilizza tutto.

Tommaso, oggi, non mi è sembrato incredulo. Mi è sembrato vero. Ho ripensato alla sua storia: quello slancio iniziale, “andiamo a morire con lui”, e poi lo smarrimento: “non sappiamo la via”. E infine la distanza: “non era con loro”.

Questa parabola discendente mi ha toccato nel profondo. Perché è anche la mia. Ci sono stati momenti in cui anch’io avrei detto: “andiamo fino in fondo”. E poi altri in cui mi sono perso. E altri ancora in cui, senza fare rumore, mi sono un po’ allontanato. Non esteriormente. Interiormente.

E poi quel gesto nel quadro. La mano di Cristo che prende il braccio di Tommaso e lo guida dentro la ferita. Questa immagine mi ha quasi inquietato. Perché non è Tommaso a decidere. È Cristo che lo introduce. È come se dicesse: “Non sai dove cercare. Lascia fare a me”. E lì ho sentito tutta la mia resistenza a lasciarmi guidare davvero. Nella preghiera, sì, parlo, ascolto… ma quanto mi lascio condurre? Quanto accetto di entrare dove non sceglierei di entrare? Perché quella ferita non è un luogo neutro. È il cuore del mistero. E non lo si attraversa senza essere cambiati.

La richiesta di Tommaso, “se non vedo… non credo”, oggi mi è sembrata quasi una supplica. Non un capriccio, ma una necessità: “Fammi vedere che sei proprio tu… che sei il Crocifisso”.

Perché il punto decisivo è questo. Non è difficile credere in Dio. È difficile credere che Dio è così.

Che Dio non si impone, ma si espone. Che entra nel rifiuto, che si lascia ferire, che ama fino a rimanere aperto. E qui ho sentito una tensione forte dentro di me. Perché questo tocca la forma della mia vita. Anche la mia vita carmelitana. Se Dio è così, allora anche la mia esistenza deve prendere questa forma: una dedizione che non cerca riconoscimento, che passa attraverso il nascondimento, che accetta anche di non essere compresa. E, se sono onesto, non sempre lo voglio.

Poi quella parola finale: “Mio Signore e mio Dio”. Sono rimasto in silenzio a lungo. Non riuscivo a dirla subito. Perché dirla davvero significa accettare tutto questo. Non solo con la mente, ma con la vita. Mi è tornata alla mente l’intuizione di un teologo: la bellezza come splendore del vero e del bene. E mi sono chiesto: quella ferita è bellezza? Istintivamente direi di no. Eppure non riuscivo a distogliere lo sguardo. C’era qualcosa che attirava, anche se non consolava. Forse è proprio questa la bellezza di Dio: non quella che seduce, ma quella che, passando attraverso la ferita, apre uno squarcio sul mistero.

Uno squarcio… sì. Non qualcosa di discreto. Qualcosa che ti obbliga a fermarti. E lì ho sentito una commozione inattesa. Non dolce, ma vera.

Alla fine, una consapevolezza è rimasta. Se non passo da quella ferita, tutto il resto rischia di diventare costruzione mia: anche la vita religiosa, anche la preghiera, anche il servizio.

Può restare tutto in piedi… ma senza vita. La vita viene da lì. E questo mi spaventa, ma allo stesso tempo mi attira.

Oggi non ho risolto molto. Ma una cosa sì: non voglio scappare. Non voglio essere “non con loro”.

Voglio restare. Anche con il dubbio, anche con la fatica, anche con quella resistenza che ancora sento. E, quasi sottovoce, ho provato a dire: Mio Signore e mio Dio. Non come possesso, ma come consegna. E forse, per oggi, è già un inizio.

Un frate Carmelitano Scalzo

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.