
Carissimi fratelli e sorelle, nel giorno del 2 febbraio, in cui la Chiesa ha festeggiato la Presentazione del Signore, la cosiddetta “Candelora”, e in cui tutta la Chiesa ha pregato per i consacrati, sentivo il bisogno di condividere con voi, come Carmelitano Scalzo, la vita che scorre tra le mura del nostro convento: una vita guidata dalla mano ferma e materna della nostra Santa Madre Teresa di Gesù. Ella ci ha insegnato che non serve a nulla costruire alte mura se non siamo tutti amici, tutti concordi e pronti a volerci bene. La nostra vita, infatti, non è una fuga, ma il recinto sacro dove ci alleniamo all’amore vero.
Per noi Carmelitani, la comunità si traduce innanzitutto in un amore vicendevole che non conosce eccezioni. Qui dobbiamo amarci, volerci bene e aiutarci l’un l’altro. Nella nostra quotidianità, questo significa che la nostra preghiera non è autentica se non produce frutti di carità verso il fratello che ci sta accanto nel coro o nel refettorio. Non possiamo pretendere di abbracciare il Cristo invisibile nella contemplazione se poi rifiutiamo il Cristo visibile nel fratello che ha un carattere difficile o una diversa sensibilità. La comunità è lo specchio in cui verifichiamo, ogni giorno, la verità della nostra unione con Dio.
La vera libertà nasce dal distacco. Non si tratta solo di non possedere oggetti o libri, ma di distaccarsi dal proprio “io”, dai propri pareri e da quelle simpatie esclusive che rischiano di dividere la comunità in fazioni. È un gran male quando le persone che vivono insieme creano piccoli gruppi chiusi; la vera comunità carmelitana deve essere invece una “democrazia della santità”, dove il più anziano sa imparare dal novizio e dove l’unico bene che possediamo veramente è Dio solo. Questo distacco ci rende liberi di appartenere a tutti, trasformando la cella non in una prigione, ma in un cielo.
Non c’è vita in comune senza l’umiltà, che per noi significa semplicemente “camminare nella verità”. È necessario riconoscere i propri limiti e accogliere la diversità dell’altro come una ricchezza, non come un ostacolo. Non esiste preghiera senza umiltà; le due cose vanno di pari passo come l’acqua e il fuoco. In comunità, questo si manifesta nel non cercare privilegi, nel saper tacere con amore quando si subisce un’incomprensione e nel non pretendere di essere maestri degli altri. È un atto di amore estremo che non ferisce, ma cura, perché nasce dalla consapevolezza che siamo tutti poveri peccatori in cammino verso la medesima Meta.
La preghiera, nel Carmelo, non è mai un fatto privato. L’orazione è il nostro servizio principale, siamo come un piccolo esercito di intercessori. Quando ci riuniamo nel silenzio, non cerchiamo consolazioni per noi stessi, ma stiamo sostenendo la Chiesa e creando lo spazio interiore per accogliere ogni uomo. Se usciamo dall’orazione e siamo più aspri, più impazienti o più egoisti, allora quella non è stata vera orazione. Il Signore, infatti, non guarda alla grandezza delle nostre opere, ma all’amore con cui vengono compiute.
Un pensiero speciale va ai nostri fratelli ammalati, che partecipano alla vita comunitaria attraverso l’altare della loro sofferenza. Essi non sono “ai margini” della nostra famiglia, ma ne sono il cuore pulsante. Nella malattia, il fratello infermo diventa immagine viva del Cristo sofferente e ci offre l’opportunità di esercitare quella tenerezza che la nostra Madre Teresa tanto raccomandava. La loro pazienza e la loro offerta silenziosa sono il sostegno invisibile che permette a chi è in salute di continuare il lavoro e la missione. In una comunità che si ama, il letto del dolore diventa una cattedra di sapienza e un luogo di profonda unione fraterna.
Infine, desidero testimoniarvi la gioia. La nostra Santa Madre non amava i volti tristi; voleva che nei momenti di ricreazione fossimo pieni di affabilità e letizia. La vita fraterna è feconda quando emana una gioia contagiosa, fatta di gesti semplici: un sorriso a chi è stanco, un silenzio rispettoso verso chi vive una prova, una disponibilità pronta per i lavori più umili.
In questo contesto sento anche il dovere di elevare un sincero rendimento di grazie a Dio, Padre di ogni cristiano, per il dono della vocazione che mi ha affidato. La chiamata alla vita consacrata è una grazia immeritata e, nello stesso tempo, una strada di sorprendente bellezza, perché permette di sperimentare che nulla riempie il cuore dell’uomo quanto l’appartenere totalmente a Dio. A chi sente nel cuore un’inquietudine santa, un desiderio di donarsi senza riserve, vorrei dire di non temere: il Signore non toglie nulla, ma dona tutto e conduce su sentieri dove la fatica si trasforma in fecondità e la rinuncia diventa libertà. La vocazione non è una perdita, ma un incontro; non è una rinuncia sterile, ma una scelta che dilata il cuore fino alle dimensioni dell’amore di Cristo.
Siamo viandanti, non residenti. La nostra comunità è solo una tappa verso quel “Castello Interiore” dove Dio dimora. Ma è qui che impariamo la lingua dell’eternità: l’Amore. Vi chiedo di pregare per noi, affinché siamo capaci di attirare il mondo a Dio non con i discorsi, ma con la bellezza del nostro vivere insieme.
Che la Vergine del Carmelo, Madre della nostra famiglia, ci aiuti a trasformare ogni nostra giornata in un cammino dove l’unico vincitore è la Carità.
Fraternamente nel Signore,
Un vostro fratello Carmelitano Scalzo