
La Chiesa non smette di meditare ogni anno il racconto dei Magi: poche righe, per meditare come funziona davvero l’incontro con Dio.
I Magi arrivano da lontano. Non sono ebrei, non conoscono la Legge, non frequentano il Tempio. Eppure si mettono in cammino. Questo è il primo scandalo evangelico: Dio si lascia cercare anche da chi non appartiene “al giro giusto”. La tradizione cattolica ha sempre letto in loro le genti, l’umanità intera che, pur brancolando nel buio, conserva una nostalgia della luce. La stella non è una rivelazione completa, è un segno fragile. Ma basta a muovere i passi di chi ha il cuore desto. Qui non c’è romanticismo: chi non si muove, non incontra Cristo.
Gerusalemme, invece, è inquieta. Erode trema, i capi dei sacerdoti sanno indicare il luogo esatto della nascita del Messia, ma restano fermi. Conoscono le Scritture, ma non conoscono il Bambino. È una lezione antica e sempre attuale: si può avere la teologia in testa e il cuore altrove. La fede, quando diventa solo gestione del potere o difesa delle proprie sicurezze, genera paura. Erode non cerca il Messia per adorarlo, ma per eliminarlo. Il Vangelo è brutale nella sua chiarezza: davanti a Cristo non si resta neutrali.
I Magi trovano un bambino con Maria, sua madre. Non un palazzo, non un trono, ma una casa. Dio si presenta disarmato. E qui avviene il gesto decisivo: “si prostrarono e lo adorarono”. Prima viene l’adorazione, poi i doni. Oro, incenso e mirra non sono souvenir esotici, ma una professione di fede: Gesù è Re, è Dio, ed è uomo destinato a morire. La Chiesa ha sempre custodito questa lettura senza edulcorarla: la gloria di Cristo è già segnata dalla croce. Chi lo adora davvero lo accetta così, senza sconti.
Infine, i Magi tornano “per un’altra strada”. È il segno più concreto della conversione. L’incontro con Cristo non aggiusta semplicemente il percorso: lo cambia. Non si può tornare da Lui uguali a prima. La tradizione cristiana è molto realista su questo punto: se tutto resta com’era, probabilmente non abbiamo adorato, ma solo curiosato.
Questo brano ci ricorda una verità che oggi suona controcorrente ma resta solidissima: Dio non si lascia possedere, si lascia cercare; non si impone, ma chiede di essere adorato. E chi ha il coraggio di mettersi in cammino, anche con una stella imperfetta, scopre che il Bambino di Betlemme è abbastanza umile da farsi trovare e abbastanza grande da cambiare la strada della vita.
A questo punto il testo di Matteo si apre naturalmente a un’eco liturgica e spirituale che la Chiesa vive ancora oggi. Nella discrezione dei conventi e dei monasteri, proprio in questi giorni, molti religiosi rinnovano privatamente i loro voti; in modo particolare lo fanno coloro che celebrano un anniversario di consacrazione. Non è folklore devoto, ma un atto teologicamente serio: tornare davanti al Bambino adorato dai Magi per dire di nuovo, senza enfasi, “Ti appartengo”.
Edith Stein, Teresa Benedetta della Croce, meditando il mistero dell’Epifania, coglie un punto decisivo: Maria non è una figura ingenua o inconsapevole. La Vergine Madre sa che in quel Bambino si compie la storia di Israele, che la voce dei profeti trova finalmente carne e respiro. L’adorazione dei Magi annuncia ciò che i profeti avevano osato dire: l’unico Dio sarà adorato in spirito e verità. Non più attraverso confini etnici o privilegi religiosi, ma mediante una donazione totale dell’uomo a Dio.
Dentro questa prospettiva Edith Stein legge con lucidità i consigli evangelici – povertà, obbedienza e castità – non come rinunce sterili, ma come doni offerti alla Santissima Trinità. La povertà non è miseria, ma libertà: è il riconoscere che nulla mi appartiene definitivamente, perché tutto proviene da Dio e a Lui ritorna. È la stessa logica dei Magi che aprono i loro scrigni: non trattengono, consegnano. La povertà evangelica educa il cuore a non confondere il mezzo con il fine, a non adorare ciò che dovrebbe solo servire.
L’obbedienza, oggi parola poco amata, è invece profondamente cristologica. È la risposta di chi, come il Figlio, non vive per affermare se stesso ma per ascoltare e compiere una volontà più grande. Edith Stein insiste: l’obbedienza non annulla la persona, la fonda. La libera dall’idolatria dell’io e la inserisce in un disegno che la supera. È una via di verità, non di infantilismo spirituale.
La castità, infine, è forse il dono più frainteso. Per la tradizione cattolica, e per Edith Stein in modo particolare, essa non è negazione dell’amore, ma la sua trasparenza. Nella vita consacrata, la verginità è bella quando la persona si abbandona totalmente all’azione plasmatrice di Dio, lasciandosi modellare come argilla nelle mani del Vasaio. Non è chiusura, ma disponibilità radicale: il cuore non è sottratto all’amore, è consegnato senza riserve.
Ma la Chiesa è sempre stata chiara che esiste anche una castità propria del matrimonio. La castità matrimoniale non è una versione “ridotta” della verginità, ma una sua forma pienamente cristiana. In essa due sposi si riconoscono e si amano in Dio stesso, non come possesso reciproco, ma come dono ricevuto e restituito. Il corpo non è usato, è accolto; l’amore non è chiuso su se stesso, ma aperto alla vita e alla fedeltà. È una via esigente, ma realista, dove l’amore umano diventa luogo di adorazione.
Così, davanti al Bambino di Betlemme, i tre voti evangelici e la castità matrimoniale si rivelano per ciò che sono: strade diverse di un’unica logica, quella dell’adorazione.
In questo racconto non possiamo davvero distogliere lo sguardo dalla Madre, anche se Matteo sembra lasciarla in secondo piano. È una discrezione solo apparente. Se il Bambino è riconosciuto come Re, la Vergine Madre è riconosciuta come Gebirà, la Regina Madre. È un titolo antico, solido, biblico, non un’aggiunta devozionale tardiva.
Nella tradizione monarchica di Israele, la regina non era anzitutto la sposa del re, ma sua madre. La gebirà sedeva accanto al trono, intercedeva per il popolo, dava stabilità alla dinastia. Il re poteva avere molte mogli, ma una sola madre. Applicare questa figura a Maria non è forzatura poetica: è teologia biblica letta alla luce del compimento. Se Gesù è il Figlio di Davide, il Re messianico, allora Maria è la Madre del Re, e dunque la Regina Madre del Regno che non avrà fine.
Matteo lo dice con una sobrietà quasi disarmante: “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre”. Non c’è il Bambino da solo, non c’è Maria come semplice cornice. Il Re è sempre con la Madre. L’adorazione è rivolta al Bambino, certo — e guai a confondere i piani — ma la presenza della Madre non è accidentale. Chi riconosce il Re entra nello spazio della Madre, nella casa dove lei custodisce, genera, presenta.
Qui si tocca un punto teologico profondo: Maria non trattiene nulla per sé. Come gebirà, non usurpa il trono del Figlio, ma lo rende accessibile. È regina non per potere, ma per servizio. La sua regalità è tutta materna, tutta relazionale. Edith Stein avrebbe detto: è una regalità plasmata dall’obbedienza, dalla povertà e dalla castità vissute fino in fondo. Maria è la forma concreta di ciò che i consigli evangelici realizzano quando sono vissuti senza compromessi.
La gebirà non parla molto, ma è ascoltata. Non comanda, ma ottiene. È così che la tradizione cattolica comprende l’intercessione mariana: non come scorciatoia, ma come partecipazione alla regalità del Figlio.
C’è poi un aspetto che oggi rischia di essere perso: la regalità di Maria non è sentimentale, è escatologica. In lei Israele raggiunge il suo compimento. La Figlia di Sion diventa Madre del Messia, e la promessa fatta ai padri prende volto femminile. Maria sa — e questo i Padri della Chiesa lo hanno sempre affermato con rispetto e tremore — che ciò che tiene tra le braccia è il senso ultimo della storia. La sua fede non è ingenua: è lucida, attraversata dalla parola profetica, aperta al sacrificio.
Così, mentre lo sguardo dei Magi si fissa sul Bambino, la Chiesa impara a non ignorare la Madre. Non per deviare l’adorazione, ma per custodirla. Maria, gebirà, resta accanto al Re come colei che insegna ancora oggi come si sta davanti a Dio: senza possedere, senza trattenere, senza rumore. E in questo silenzio regale, più eloquente di molti discorsi, il mistero dell’Epifania continua a brillare.