Rinnovare il «sì» alla luce della Croce

Ci sono giorni che la liturgia della Chiesa consegna al nostro cuore come una parola da custodire. Il 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Santa Croce, è certamente uno di questi. La Croce si innalza davanti ai nostri occhi e ci invita a fermarci, a guardare, a contemplare.
Non è facile guardare la Croce. In essa abitano il dolore, l’abbandono, il silenzio, il corpo ferito del Signore, il mistero di un amore che giunge fino all’estremo. Eppure proprio lì, dove umanamente sembrerebbe esserci soltanto una sconfitta, la fede riconosce la vittoria dell’Amore. La Croce non è l’ultima parola su Cristo: è la porta attraverso la quale l’amore del Padre si manifesta fino in fondo.
Per questo la Chiesa può pronunciare una parola apparentemente paradossale: «Ave, Crux, spes unica». «Ave, o Croce, unica speranza». Non perché il dolore sia desiderabile in se stesso, né perché la sofferenza abbia valore semplicemente per il fatto di essere sofferenza, ma perché sulla Croce Cristo ha trasformato la sofferenza accolta nell’amore in un’offerta totale al Padre.
Il Carmelo conosce bene questa strada. È la strada di Cristo, quella dell’offerta, dell’abbandono, della comunione profonda con Dio. È la strada percorsa dai santi e dalle sante del Carmelo, che hanno imparato non a cercare la sofferenza, ma a non sottrarsi all’amore quando l’amore domanda tutto.
Tra queste figure Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, occupa un posto singolare. Il suo stesso nome religioso sembra racchiudere una vocazione: Teresa Benedetta della Croce. La sua vita fu una progressiva entrata nel mistero della Croce, fino a poter fare della propria esistenza un’offerta. In lei la Croce non rimase soltanto un oggetto della contemplazione, ma divenne una forma di vita.
Le sue parole «Ave, Crux, spes unica» non sono dunque uno slogan spirituale. Sono la confessione di una donna che aveva compreso che seguire Cristo significa entrare, ciascuno secondo la propria vocazione, nella logica del suo amore crocifisso.
La Croce, scuola dell’amore
Per Edith Stein la Croce non è semplicemente qualcosa da sopportare. È una realtà da accogliere nella fede, perché attraverso di essa Cristo ci introduce nel mistero del suo amore.
La Croce diventa così una scuola. Una scuola nella quale impariamo a spogliarci delle nostre sicurezze, delle nostre pretese, delle nostre resistenze. Una scuola nella quale scopriamo che appartenere a Cristo significa permettere a Cristo di prendere possesso della nostra vita.
Nel cuore della spiritualità carmelitana questo mistero assume una profondità particolare. Il cammino verso Dio passa attraverso una progressiva conformazione a Cristo. E Cristo, prima di essere il Risorto glorioso, è il Crocifisso che si consegna al Padre.
Non possiamo separare la Risurrezione dalla Croce, così come non possiamo separare la nostra consacrazione dalla logica dell’offerta. La vita consacrata non consiste soltanto nel fare qualcosa per Dio, ma nel lasciare che Dio prenda tutta la nostra vita e la trasformi in dono.
Per questo la Croce tocca inevitabilmente la vocazione. Tocca le nostre attese, le nostre fragilità, i nostri limiti, le nostre incomprensioni, le nostre stanchezze. Tocca anche quei momenti nei quali ci sembra di non vedere chiaramente dove il Signore ci stia conducendo. Ed è proprio allora che il «sì» pronunciato un tempo deve diventare nuovamente un «sì» pronunciato oggi.
Rinnovare i voti: un «sì» che ricomincia
È dentro questo mistero che la nostra comunità ha vissuto la sera del 14 settembre. Attorno all’altare, ci siamo ritrovati per celebrare insieme la Santa Messa, presieduta da padre Paolo, e per rinnovare comunitariamente i nostri voti.
È stato un momento semplice e, nello stesso tempo, profondamente significativo. Rinnovare i voti significa tornare alla sorgente. Significa ricordare che la consacrazione non è qualcosa che appartiene soltanto al giorno nel quale abbiamo pronunciato per la prima volta il nostro «sì». Quel giorno rimane fondamentale e irripetibile, ma il dono ricevuto allora domanda di essere accolto nuovamente ogni giorno.
Il nostro «sì» pronunciato nel tempo ha bisogno di ritornare continuamente al primo Amore. Davanti alla Croce abbiamo così ripetuto la nostra disponibilità al Signore. Ancora una volta, povertà, castità e obbedienza sono state riconsegnate a Cristo, non come semplici norme della vita consacrata, ma come vie attraverso le quali desideriamo appartenere a Lui con un cuore indiviso.
Rinnovare i voti nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce significa allora riconoscere che la consacrazione trova nella Croce la sua forma più autentica. Cristo non ci chiede semplicemente qualcosa. Ci chiede noi stessi. E sulla Croce ci mostra che cosa significa amare fino alla fine.
Il voto di povertà ci ricorda che non possiamo possedere Cristo se vogliamo continuare a possedere noi stessi. Il voto di castità ci ricorda che il cuore non trova la sua pienezza nella molteplicità dei legami, ma nell’appartenenza indivisa a Dio. L’obbedienza ci ricorda che la nostra volontà non è chiamata a imporsi, ma a diventare disponibile alla volontà del Padre.
Tutto questo trova nella Croce la sua immagine più limpida. Cristo è povero fino a non avere nulla da trattenere; è casto, totalmente consegnato al Padre e agli uomini nell’amore; è obbediente fino alla morte e alla morte di Croce.
«Mi commuovi, Signore»
Durante l’omelia padre Paolo ha ripreso alcune parole del celebre sonetto «O Cristo crucificado», conosciuto nella tradizione spirituale per la sua intensa meditazione davanti al Cristo crocifisso.
Il testo porta il credente oltre una fede fondata semplicemente sulla ricompensa o sul timore. Davanti al Crocifisso, l’anima non dice di amare Cristo soltanto perché spera nel paradiso, né di temerlo soltanto perché teme l’inferno. C’è qualcosa di più profondo: c’è un cuore che si lascia raggiungere dall’amore di Cristo.
Il religioso ha sottolineato proprio questo aspetto: ci si può commuovere davanti all’amore di Cristo fino al punto di amarlo anche se non ci fosse il paradiso e di temerlo anche se non ci fosse l’inferno.
È una parola forte, perché mette a nudo la qualità del nostro rapporto con Dio. Perché amiamo il Signore? Per quello che ci dona? Perché ci protegge? Perché speriamo nella vita eterna? Perché abbiamo paura del giudizio?
Certamente la speranza del paradiso è parte essenziale della fede cristiana e il timore di Dio è un dono che purifica il cuore. Ma il Vangelo ci conduce oltre una religione fondata sulla ricompensa. Ci conduce all’amore gratuito. Davanti al Crocifisso possiamo arrivare a dire: Signore, ti amo perché sei tu. Ti amo perché ti vedo inchiodato alla Croce per me. Ti amo perché sei rimasto quando io sarei fuggito. Ti amo perché hai continuato ad amare quando non ricevevi amore. Ti amo perché nel tuo corpo ferito mi hai mostrato fino a dove può arrivare l’amore di Dio.
È questo il punto verso il quale tende ogni autentica consacrazione. Non semplicemente fare bene delle cose, osservare delle regole, compiere dei doveri, ma lasciarsi conquistare dall’amore di Cristo.
Una Croce che non rimane sul muro
La Croce rischia sempre di diventare un’immagine abituale. La vediamo nelle nostre chiese, nelle nostre celle, nei corridoi del convento. Possiamo averla davanti agli occhi ogni giorno e, proprio per questo, rischiare di non guardarla più. Il 14 settembre ci ricorda invece di tornare a guardare. Guardare Cristo Crocifisso significa lasciarsi interrogare da Lui. Che cosa sono disposto a consegnare al Signore? Dove faccio ancora resistenza al suo amore? Quale parte della mia vita continuo a voler tenere nelle mie mani?
Il mio «sì» è ancora un sì pronunciato per amore, oppure è diventato soltanto un’abitudine? Sono domande semplici, ma non hanno una risposta immediata.
La Croce non ci permette di vivere una consacrazione superficiale. Ci riporta continuamente all’essenziale. Ci ricorda che seguire Cristo significa entrare nella sua Pasqua, accettando che il Signore trasformi anche ciò che in noi è fragile, povero e ferito in luogo di incontro con Lui.
La speranza unica
Alla fine, però, la Croce non ci lascia nel dolore. Ci conduce alla speranza. La Croce è speranza perché su di essa l’amore non è stato sconfitto. Gli uomini hanno potuto inchiodare Cristo, umiliarlo e ucciderlo, ma non hanno potuto impedire che egli amasse. Questa è la vittoria cristiana: non l’assenza del dolore, ma l’amore che attraversa il dolore senza lasciarsene vincere.
Per questo anche il nostro «sì» può ricominciare. Anche quando è stanco. Anche quando è povero. Anche quando è ferito. Anche quando non sente più la consolazione dei primi tempi. Il Signore non ci chiede un «sì» perfetto. Ci chiede un «sì» vero.
E forse proprio davanti alla Croce comprendiamo che la fedeltà non consiste nel non avere mai momenti di fatica, ma nel tornare ancora una volta a Cristo. Il 14 settembre, rinnovando insieme i nostri voti, abbiamo voluto fare proprio questo: tornare alla sorgente, riconsegnare al Signore la nostra vita e ricordare che la nostra vocazione non nasce dalle nostre forze, ma dall’amore di Cristo.
Davanti alla Croce, il nostro «sì» diventa allora una preghiera.
Sonetto a Cristo crucificado
No me mueve, mi Dios, para quererte
el cielo que me tienes prometido;
ni me mueve el infierno tan temido
para dejar por eso de ofenderte.
Tú me mueves, señor; muéveme el verte
clavado en una cruz y escarnecido;
muéveme ver tu cuerpo tan herido;
muévenme tus afrentas y tu muerte.
Muéveme, en fin, tu amor, y en tal manera
que aunque no hubiera cielo, yo te amara,
y aunque no hubiera infierno, te temiera.
No me tienes que dar porque te quiera,
pues aunque cuanto espero no esperara,
lo mismo que te quiero te quisiera.
traduzione:
Dio mio, non sono spinto ad amarti dal paradiso che mi hai promesso; né sono spinto dal temuto inferno a cessare di offenderti. Tu mi commuovi, Signore; mi commuovi vedendoti crocifisso e deriso;
mi commuovi vedendo il tuo corpo così ferito; mi commuovi per le tue offese e per la tua morte. In breve, mi commuovi per il tuo amore, e in un modo tale che, anche se non ci fosse il paradiso, ti amerei; e anche se non ci fosse l’inferno, ti temerei.
Non devi darmi nulla perché io ti ami, perché anche se non sperassi in ciò che spero, ti amerei lo stesso.

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