Una comunità votata al martirio d’amore

Ci sono comunità che il Signore conduce attraverso strade luminose, ricche di attività, di forze e di possibilità apostoliche; ve ne sono altre che Egli conduce per una via più nascosta, nella quale il silenzio, la fragilità e la malattia diventano il luogo concreto dell’incontro con Lui. La nostra comunità appartiene, in questo momento della sua storia, a questa seconda strada.

La malattia è entrata profondamente nella nostra vita comunitaria. Molti dei nostri fratelli sono anziani, alcuni segnati da infermità che limitano le forze, altri costretti a dipendere quotidianamente dalle cure e dall’aiuto degli altri. Le giornate sono scandite non soltanto dalla preghiera, dal lavoro e dagli impegni comunitari, ma anche dalle visite mediche, dalle medicine, dalle difficoltà del corpo, dalle notti insonni, dalla stanchezza e da quelle piccole e grandi rinunce che spesso soltanto Dio conosce.

A uno sguardo puramente umano tutto questo potrebbe apparire come una perdita. Quando vengono meno le forze, quando un confratello non può più fare ciò che faceva un tempo, quando la malattia restringe gli spazi di autonomia e rende necessaria la presenza degli altri, si potrebbe avere l’impressione che la vita diventi meno feconda. Eppure il Vangelo ci insegna che la fecondità di una vita non si misura secondo i criteri dell’efficienza, ma secondo la misura dell’amore.

Nel Carmelo abbiamo imparato da santa Teresa di Gesù che tutto passa, mentre Dio solo rimane. Abbiamo imparato da san Giovanni della Croce che il cammino verso Dio non consiste nell’accumulare, ma nel lasciarsi spogliare, perché l’anima, libera da ciò che non è Dio, possa appartenere interamente a Lui. E abbiamo imparato soprattutto da Gesù che l’amore raggiunge la sua espressione più alta quando diventa dono totale, quando non trattiene nulla per sé. Per questo anche la malattia, quando viene accolta nella fede, può diventare una misteriosa scuola di abbandono.

Non significa certo cercare la sofferenza, né considerare il dolore come un bene in se stesso. La malattia rimane una ferita della nostra condizione umana, qualcosa che vorremmo poter evitare e che giustamente curiamo con tutti i mezzi possibili. Ma quando essa si presenta e non possiamo eliminarla, possiamo viverla diversamente: possiamo domandare al Signore di trasformare ciò che non abbiamo scelto in un’offerta d’amore. È qui che la nostra vita comunitaria assume un significato che forse non avevamo previsto.

Il fratello malato diventa, senza volerlo, un predicatore silenzioso. La sua debolezza ricorda a tutti che non siamo padroni della nostra vita e delle nostre forze. Il confratello che deve essere aiutato a vestirsi, a camminare, a mangiare o semplicemente ad affrontare una giornata difficile ci ricorda che la vita religiosa non è fondata sulla prestazione, ma sulla carità. E colui che assiste il fratello scopre che anche il servizio più umile può diventare preghiera, purché sia compiuto con amore. Così la malattia di uno diventa misteriosamente una chiamata per tutti.

Essa ci costringe a rallentare, a prenderci cura gli uni degli altri, a sopportare con pazienza i limiti del fratello, a ricominciare ogni giorno senza pretendere che tutto sia come prima. Ci insegna quella carità concreta che non si accontenta delle belle parole, ma sa chinarsi davanti alla fragilità dell’altro. In questo senso, una comunità nella quale molti sono malati può diventare una comunità profondamente evangelica.

Il mondo ci insegna spesso che vale chi produce, chi è efficiente, chi è autonomo, chi riesce. Il Vangelo ci mostra invece un Dio che si è fatto piccolo, povero e obbediente fino alla morte. Cristo non ha salvato il mondo dalla comodità, ma dalla croce. Non ha compiuto la sua opera soltanto attraverso la predicazione e i miracoli, ma soprattutto attraverso l’offerta di sé. Ed è proprio ai piedi della croce che il Carmelo ritrova la propria identità più profonda.

Una comunità carmelitana non può guardare alla sofferenza soltanto come a una disgrazia da sopportare. Essa è chiamata a contemplare nel Crocifisso il mistero dell’amore che si dona fino alla fine. La croce non è cercata, ma quando arriva può essere abitata con Cristo. La sofferenza non viene glorificata, ma può essere trasfigurata dall’amore. Forse è proprio qui che possiamo comprendere l’espressione martirio d’amore.

Il martirio non consiste necessariamente nel versare il sangue. Esiste anche un martirio nascosto, quotidiano, fatto di piccole morti che soltanto Dio vede: accettare il proprio corpo che non risponde più come un tempo; rinunciare a ciò che si desiderava fare; dipendere dagli altri; sopportare una notte difficile; accettare una diagnosi; vivere la solitudine che talvolta accompagna la vecchiaia; lasciare che un fratello ci aiuti quando vorremmo ancora essere autonomi.

E, dall’altra parte, c’è il martirio di chi serve: alzarsi ancora una volta, accompagnare, pulire, aspettare, ascoltare, ripetere, avere pazienza, rinunciare ai propri programmi per essere accanto a un fratello. Sono gesti apparentemente insignificanti, ma possono diventare una vera liturgia dell’amore. È un martirio senza applausi. Nessuno lo vede, forse nessuno lo ricorderà. Ma il Padre, che vede nel segreto, lo conosce.

Una comunità così può diventare un’offerta. Non perché sia perfetta, non perché non conosca stanchezze, incomprensioni o momenti di scoraggiamento, ma proprio perché dentro la propria povertà continua a dire al Signore: «Siamo tuoi».

Questa è forse la forma più autentica dell’abbandono carmelitano. Non dire a Dio soltanto: «Signore, fa’ che io stia bene», ma arrivare lentamente a dire: «Signore, fa’ di me ciò che vuoi; nella salute e nella malattia, nella forza e nella debolezza, quando posso fare molto e quando posso fare soltanto pochissimo, io desidero appartenere a te».

È una preghiera difficile. Ma è anche una preghiera profondamente teresiana e giovannea. Santa Teresa di Gesù Bambino comprese che non tutti sono chiamati a grandi opere visibili. Nel cuore della Chiesa ella scoprì la propria vocazione all’amore. La piccolezza, anziché essere un ostacolo, divenne il luogo nel quale abbandonarsi completamente alla misericordia di Dio. Anche una comunità segnata dalla malattia può allora scoprire che la propria missione non è diminuita, ma semplicemente trasformata.

Forse il Signore ci sta chiedendo oggi un apostolato diverso: non tanto quello delle molte opere, quanto quello della testimonianza. Testimoniare che si può essere felici anche quando il corpo è fragile; che si può pregare anche quando la mente è stanca; che si può amare anche quando si ha bisogno di essere amati e serviti; che si può offrire la propria debolezza perché diventi intercessione per la Chiesa. Una comunità malata può pregare per un mondo malato.

Può portare davanti a Dio le sofferenze delle famiglie, degli anziani, dei giovani, dei sacerdoti, dei consacrati, di coloro che non hanno fede e di coloro che stanno attraversando la notte della fede. Può offrire le proprie infermità per le vocazioni, per la Chiesa, per la santificazione dei sacerdoti, per la pace e per la salvezza delle anime.

In questo modo la stanza del malato può diventare un santuario. Il letto può diventare un altare. La medicina ricevuta con pazienza può diventare un atto di obbedienza. Una notte insonne può diventare una veglia davanti a Dio. Un dolore offerto può diventare una preghiera. Non perché il dolore abbia un valore magico, ma perché l’amore di Cristo può entrare anche lì.

San Giovanni della Croce ci ricorda che l’amore rende prezioso ciò che, agli occhi del mondo, sembra povero e insignificante. È l’amore a dare valore all’offerta. Una piccola sofferenza vissuta senza amore rimane soltanto sofferenza; una piccola sofferenza consegnata a Cristo può diventare partecipazione alla sua offerta. Per questo non dobbiamo avere paura della nostra fragilità. Dobbiamo piuttosto imparare a consegnarla.

La nostra comunità non sarà forse ricordata per le grandi imprese compiute in questo tempo. Forse non avrà molte opere da raccontare. Ma potrà dire qualcosa di molto più semplice e, speriamo, molto più vero: abbiamo cercato di amare Dio e i fratelli nella condizione nella quale Egli ci ha posti. Questa potrebbe essere la nostra vocazione presente.

Una comunità povera di forze, ma ricca di intercessione. Una comunità nella quale molti hanno bisogno di essere curati, ma nella quale tutti possono ancora amare. Una comunità nella quale il corpo si indebolisce, ma lo spirito può diventare più libero. Una comunità che, giorno dopo giorno, impara a passare dalla domanda «Che cosa posso ancora fare?» alla domanda più profonda: «Quanto posso ancora amare?».

E forse, alla fine, questa è la domanda che conta. Quando il Signore ci chiamerà a sé, non ci domanderà quante cose abbiamo realizzato, quanti programmi abbiamo portato a termine o quante energie abbiamo conservato. Ci troverà davanti a Lui con ciò che siamo stati capaci di offrire. E allora comprenderemo che anche gli anni della malattia, della vecchiaia e della debolezza non sono stati anni perduti, ma l’ultima parte di quel cammino nel quale Dio ci ha insegnato a consegnargli tutto. Per questo vogliamo guardare alla nostra comunità con occhi nuovi.

Non una comunità semplicemente afflitta dalla malattia, ma una comunità che, attraverso la malattia, sta imparando l’abbandono. Non una comunità privata delle sue forze, ma una comunità chiamata a scoprire una forza diversa. Non una comunità che ha ormai poco da offrire, ma una comunità che può offrire ciò che nessuna attività apostolica può sostituire: la propria vita.

Una vita consegnata, nascosta e consumata lentamente nell’amore. Una comunità votata, forse senza averlo pienamente scelto, a quel martirio d’amore nel quale ogni giorno, attraverso la preghiera, la sofferenza, il servizio e l’abbandono, possiamo ripetere al Signore la sola cosa che alla fine rimane: «Prendi, Signore, la mia vita. Fanne ciò che vuoi. Io desidero soltanto appartenere a Te».

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