A pesca con Gesù nella notte

Quando ero giovane, una delle cose che mi piaceva fare era andare a pescare con mio fratello. A volte ci dirigevamo verso il lago Dirillo, nei pressi di Licodia Eubea; altre volte raggiungevamo Scoglitti, dove il lago lasciava il posto al mare e l’attesa assumeva un sapore diverso.

Al lago speravamo di pescare tinche, persici trota e carpe. A Scoglitti, invece, le nostre speranze si rivolgevano alle ombrine, ai cefali, ai saraghi e alle triglie. Ogni luogo aveva il suo fascino, i suoi ritmi e i suoi piccoli segreti. C’erano la preparazione delle canne, l’esca da sistemare, il posto da scegliere e, finalmente, il momento in cui la lenza veniva lanciata nell’acqua. Poi cominciava l’attesa.

Non sempre i pesci abboccavano. Talvolta trascorrevano ore senza che il galleggiante si muovesse o che la lenza desse qualche segno di vita. Eppure, non ricordo quel tempo come tempo perduto. C’era il piacere di stare insieme, di osservare l’acqua, di ascoltare i rumori della natura e di condividere una passione. Non avevamo bisogno di parlare continuamente. Anche il silenzio faceva parte della pesca.

Oggi, ripensando a quei momenti, mi accorgo che custodivano una lezione che allora forse non sapevo riconoscere. Stare insieme non significa necessariamente riempire il tempo di parole; aspettare non significa perdere tempo; e una giornata non è inutile soltanto perché non abbiamo raggiunto il risultato che speravamo.

Sono diventato frate carmelitano e, con il passare degli anni, ho imparato a guardare quei ricordi da una prospettiva diversa. Quello che vivevo sulle rive del lago o del mare mi parla oggi anche della preghiera e del mio rapporto con Gesù.

C’è un proverbio spagnolo che dice: «Para pescar hay que guardar silencio»: per pescare bisogna conservare il silenzio. Un altro, con una formulazione ancora più simpatica, afferma: «Al que va a pescar, la boca le ha de callar»: chi va a pescare deve tenere la bocca chiusa. E quando due persone trascorrono del tempo insieme senza parlare, qualcuno può commentare scherzosamente: «Parece que fuimos a pescar», sembra che siamo andati a pescare. Sorrido pensando a queste espressioni. Dietro la loro semplicità, scopro qualcosa che riguarda da vicino la vita contemplativa: per accogliere una presenza, a volte, bisogna imparare a fare silenzio.

Quando la pesca diventa preghiera

Talvolta immagino di trovarmi nuovamente sulla riva del mare, questa volta insieme a Gesù. È notte. Il cielo è disseminato di stelle e l’acqua riflette debolmente la loro luce. Siamo seduti uno accanto all’altro, con le canne da pesca tra le mani. Le lenze sono immerse nell’acqua, ma nessun pesce abbocca.

Gesù non parla e io non sento il bisogno di interrompere il silenzio. Non devo spiegargli chi sono, raccontargli ogni cosa o trovare le parole giuste per farmi comprendere. Lui mi conosce già. Conosce le mie fatiche, le mie domande, le mie inquietudini e anche quelle parti di me che faccio fatica a riconoscere. Resto seduto accanto a lui.

Forse è proprio questa una delle esperienze più belle della preghiera: scoprire che non devo sempre dire qualcosa a Gesù, ma posso semplicemente stare con lui. Nella vita quotidiana siamo immersi in un continuo susseguirsi di parole, notizie, messaggi e preoccupazioni. Anche quando ci fermiamo, spesso continuiamo a correre dentro di noi. Il corpo è immobile, ma la mente è già altrove; le mani sono libere, ma il cuore continua a inseguire ciò che manca o ciò che vorremmo ottenere.

Qualche volta portiamo questa agitazione anche davanti al Signore. Iniziamo a pregare e subito ci ricordiamo di ciò che dobbiamo fare, delle persone che ci hanno cercato e dei problemi che ci attendono. Cerchiamo di raccoglierci, ma il silenzio sembra sfuggirci. Eppure, il problema non è che Dio sia lontano. Forse siamo noi ad aver perduto, poco alla volta, la capacità di ascoltare.

Il silenzio non è un vuoto da riempire, ma uno spazio da abitare. È il luogo in cui posso deporre, almeno per qualche momento, il bisogno di controllare tutto e imparare a stare alla presenza di Dio così come sono. Come accade durante la pesca, non posso pretendere che tutto avvenga secondo i miei tempi. Getto la lenza e aspetto. Nella preghiera mi presento davanti a Gesù e rimango con lui, senza stabilire in anticipo che cosa debba accadere.

Non si tratta di una tecnica per ottenere qualcosa, né di un modo per costringere Dio a manifestarsi. È una relazione che cresce nella fiducia, nella fedeltà e nell’amore.

Il coraggio di tornare a mani vuote

Chi è andato a pescare conosce bene la possibilità di tornare a casa senza aver preso nulla. Può succedere al lago Dirillo come al mare di Scoglitti. Si possono scegliere il posto migliore, preparare con cura l’attrezzatura e aspettare pazientemente, senza che alla fine abbocchi un solo pesce.

Ma questo significa necessariamente aver sprecato la giornata? Ripensando alle uscite con mio fratello, credo di no. Il valore di quelle ore non dipendeva soltanto dalle tinche, dalle carpe o dai persici trota che riuscivamo a prendere, né dalle ombrine e dai cefali che speravamo di trovare in mare. C’era qualcosa che andava oltre il risultato: il tempo condiviso, la tranquillità dell’attesa e la gioia di stare insieme.

Oggi mi domando se non sia proprio questo uno degli insegnamenti più importanti che posso ricavare da quei ricordi. Viviamo in un mondo che misura facilmente il valore delle cose attraverso i risultati. Ci chiediamo se un’attività sia stata utile, se il tempo sia stato impiegato bene e se i nostri sforzi abbiano prodotto qualcosa di concreto. Questa mentalità può insinuarsi anche nella vita spirituale: vorremmo che la preghiera ci lasciasse sempre una sensazione di pace, che la meditazione ci offrisse nuove intuizioni e che ogni incontro con il Signore producesse un cambiamento immediatamente riconoscibile.

Ma che cosa accade quando non sentiamo nulla? Quando rimaniamo in cappella e i pensieri continuano a distrarci? Quando il Vangelo sembra non dirci niente di nuovo e il cuore rimane arido? Siamo forse davanti a una preghiera inutile? La tradizione carmelitana mi insegna a guardare le cose da un’altra prospettiva. Il cammino verso Dio non consiste nell’accumulare esperienze spirituali o nel cercare continuamente consolazioni, ma nel lasciarmi trasformare dal suo amore. Sono chiamato a non aggrapparmi alle mie sensazioni e a non fare della preghiera uno strumento per soddisfare ogni mia aspettativa.

Ci sono momenti in cui percepisco con particolare intensità la vicinanza del Signore; altri nei quali mi sembra di essere rimasto solo sulla riva, con una lenza immobile tra le mani. In entrambi i casi, posso imparare a rimanere fedele. Questo non significa cercare la sofferenza o considerare ogni difficoltà un’esperienza mistica. Significa riconoscere che la relazione con Dio non dipende soltanto da ciò che provo. Come nelle relazioni umane più autentiche, anche nell’amicizia con Gesù esiste una fedeltà che va oltre le emozioni del momento.

Forse, quando non riesco a ricavare nulla dalla mia preghiera, posso ancora ricevere il dono di stare con lui. E questo non è affatto poco.

Un silenzio che avvicina

Il proverbio spagnolo «Parece que fuimos a pescar» mi fa sorridere. Descrive una situazione nella quale due persone stanno insieme e non hanno molto da dirsi. Qualcuno potrebbe pensare che si siano annoiate o che tra loro sia venuta meno la comunicazione. Ma non sempre è così.

Esistono silenzi che separano e silenzi che uniscono. C’è il silenzio di chi si chiude per orgoglio, quello di chi non vuole affrontare un problema e quello di chi usa il mutismo per ferire l’altro. Ma esiste anche il silenzio di chi si sente accolto, di chi non ha bisogno di dimostrare nulla e di chi può condividere la propria presenza senza dover continuamente trovare le parole. In qualche modo, lo sperimentavo quando andavo a pescare con mio fratello. Oggi posso riconoscerlo anche nella vita fraterna e nella preghiera.

In una comunità religiosa, parlare è necessario. Dobbiamo confrontarci, prendere decisioni, chiarire incomprensioni e imparare a chiederci perdono. Non possiamo chiamare contemplazione la fuga dalle responsabilità o il rifiuto di ascoltare chi ci sta accanto.

Il vero silenzio, invece, può renderci più disponibili all’incontro. Quando imparo a tacere davanti a Dio, scopro che non devo essere sempre io a parlare, spiegare o giudicare. Posso ascoltare, lasciare che l’altro esprima il proprio pensiero senza preparare immediatamente una risposta e accettare che non tutto debba essere risolto nell’istante in cui si presenta.

Una comunità matura non è quella nella quale non esistono momenti di silenzio, ma quella nella quale il silenzio non diventa una minaccia. È una comunità in cui posso stare accanto a un fratello senza sentirmi obbligato a essere sempre brillante, interessante o disponibile a ogni conversazione. E questo vale anche per il mio rapporto con Gesù.

Non devo presentarmi a lui come un uomo che ha sempre qualcosa da dire o come un religioso che deve dimostrare la qualità della propria vita interiore. Posso arrivare stanco, distratto e preoccupato. Posso riconoscere che oggi non riesco a pregare come vorrei. Posso sedermi accanto a lui e rimanere.

La notte di un carmelitano

La notte, con il suo cielo stellato, mi sembra particolarmente adatta a raccontare qualcosa della vita contemplativa. Quando guardo le stelle, mi rendo conto di quanto sia grande il mondo e di quanto siano piccoli i miei problemi rispetto all’immensità del creato. Non per questo le mie preoccupazioni scompaiono, ma forse ritrovano la loro giusta misura. Mi accorgo che la realtà è più grande di ciò che riesco a comprendere e che non tutto dipende dalle mie capacità.

Anche il cammino spirituale attraversa notti nelle quali non vedo con chiarezza la strada. Non sempre comprendo ciò che il Signore sta operando in me, e non sempre riesco a riconoscere il senso di quello che vivo. La fede, tuttavia, mi invita a non confondere la mancanza di evidenza con l’assenza di Dio.

La spiritualità carmelitana mi ricorda che la preghiera non è anzitutto una conquista, ma un’apertura; non è il tentativo di possedere Dio, ma la disponibilità a lasciarmi condurre da lui. Sono chiamato a liberare il cuore da ciò che lo rende inquieto e disperso, affinché possa amare con maggiore libertà.

Sotto le stelle, seduto accanto a Gesù, non ho bisogno di conoscere tutti i segreti del mare. Non so che cosa si muova sotto la superficie e non posso prevedere se un pesce abboccherà. Mi basta accettare il limite della mia conoscenza e vivere con fiducia il momento presente. Forse è proprio questo che tante volte mi manca: la capacità di fermarmi e di ricevere la vita come un dono.

La creazione stessa può diventare una scuola di contemplazione. L’acqua che riflette il cielo, il vento che accarezza il volto, il silenzio della notte e la luce delle stelle mi ricordano che non tutto è fatto per essere utilizzato o posseduto. Ci sono realtà che posso soltanto contemplare, rispettare e custodire. Quando imparo a guardare senza voler subito conquistare, riscopro la bellezza delle cose semplici. E, attraverso di esse, il mio cuore può aprirsi alla gratitudine.

Imparare nuovamente ad aspettare

Ripensando alle pescate della mia giovinezza, mi accorgo che forse dovrei recuperare qualcosa di quella semplicità. Non necessariamente tornando ogni volta sulle rive del lago Dirillo o sulle scogliere di Scoglitti, ma imparando a vivere diversamente il tempo che mi è dato.

Talvolta ho bisogno di spegnere il telefono, interrompere il flusso delle notizie e concedermi qualche minuto di silenzio. Posso sedermi davanti al tabernacolo, leggere lentamente una pagina del Vangelo o semplicemente restare in una chiesa senza preoccuparmi di dover riempire ogni istante con pensieri e parole.

Posso portare con me una sola frase della Scrittura, lasciandola risuonare nel cuore. Se mi distraggo, torno pazientemente a essa. Se non provo nulla, non devo scoraggiarmi. Se mi accorgo di essere inquieto, posso presentare al Signore proprio quella inquietudine.

Non occorre fare cose straordinarie. È sufficiente imparare a essere presenti. Questa lezione riguarda anche il modo in cui vivo le mie giornate. Posso imparare a non pretendere risultati immediati dalle persone, a rispettare i tempi di chi mi sta accanto e a non misurare tutto in base all’utilità. Posso concedere tempo a un fratello anziano, ascoltare chi ha bisogno di parlare e stare accanto a chi soffre anche quando non ho una soluzione da offrire.

La pazienza del pescatore può diventare pazienza nell’amore. Non si tratta di rimanere passivi davanti alla vita, ma di riconoscere che la crescita richiede tempo e che alcune realtà preziose maturano lontano dai nostri occhi. Un seme non cresce perché lo tiriamo verso l’alto; un’amicizia non si approfondisce perché la riempiamo continuamente di parole; la preghiera non diventa più autentica soltanto perché cerchiamo di moltiplicare le nostre prestazioni spirituali.

Ci sono cose che possono essere soltanto attese, accolte e custodite.

Alla fine, ciò che conta è stare con Lui

Nella mia immaginazione, la notte è ormai profonda. Le stelle continuano a brillare e l’acqua si muove appena. Gesù è seduto accanto a me. Le nostre canne sono nelle mani e nessun pesce ha abboccato. Potrei pensare che sia arrivato il momento di raccogliere le lenze e tornare a casa. In fondo, non abbiamo preso nulla.

Eppure, non ho fretta di andarmene. Ripenso a quando ero giovane e pescavo con mio fratello. Allora il valore di quelle ore non dipendeva soltanto dai pesci che riuscivamo a prendere. Oggi comprendo meglio che il dono era anche il tempo condiviso, la possibilità di stare insieme e di custodire un legame senza bisogno di esprimerlo continuamente a parole.

Con Gesù scopro qualcosa di ancora più profondo. Non sono io a dover attirare la sua attenzione o a convincerlo a fermarsi accanto a me. È lui che mi precede, che mi conosce e che mi attende. La mia preghiera comincia quando, smettendo di rincorrere ogni pensiero, mi rendo disponibile alla sua presenza. Forse, se qualcuno mi chiedesse che cosa ho ottenuto da quella notte, risponderei semplicemente: niente. Nessuna esperienza straordinaria, nessuna rivelazione, nessun pesce da mostrare.

Ma sarebbe una risposta incompleta. Ho trascorso del tempo con Gesù. Ho imparato, almeno per qualche momento, a non pretendere nulla da lui, a non misurare ogni cosa e a lasciarmi raggiungere dalla sua presenza.

Forse è proprio questo il dono della contemplazione: scoprire che non sempre occorre fare qualcosa per essere in relazione con qualcuno. Talvolta basta rimanere, lasciando che l’amore sia presente e operi nel silenzio. Sorrido ancora pensando al proverbio spagnolo: «Parece que fuimos a pescar». Sembra che siamo andati a pescare.

Sì, Signore, siamo venuti a pescare. Abbiamo portato con noi le nostre domande, le nostre fatiche e le nostre speranze. Abbiamo gettato la lenza nel mare della notte e ora aspettiamo. Non sappiamo che cosa accadrà, né quando vedremo i frutti della nostra attesa.

Ma sappiamo con chi siamo seduti. E forse, alla fine, la cosa più importante non sarà ciò che avremo pescato, ma ciò che avremo imparato a vivere stando accanto a te. In silenzio. Sotto le stelle. Per amore.

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